Bibliomanie

 

Ricerca filologica, storia delle idee 
e orientamento bibliografico

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N° 42 Luglio/Dicembre 2016

 

 

SAGGI E STUDI

 

La creazione delle " dodici divinità delle genti maggiori " nella Scienza nuova di Vico

 

Gaetano Antonio Gualtieri

Uno dei principali aspetti della filosofia di Giambattista Vico, costituente anche uno dei motivi di maggiore distinzione dal suo antagonista Descartes, è rappresentato dalla convinzione che nell’uomo mente e corpo interagiscano in modo attivo nella formulazione della conoscenza. Sebbene sia possibile riscontrare tale caratteristica un po’ in tutte le opere del pensatore partenopeo, è però soprattutto nel suo capolavoro, la Scienza nuova, che essa emerge in maniera evidente, in quanto è in quest’opera che Vico rappresenta la «vasta immaginativa di que’ primi uomini, le menti de’ quali di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla spiritualezzate, perch’erano tutte immerse ne’ sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne’ corpi»...

 

Le bestie nere del Tempo e dell’Aspetto in Inglese

Un approccio comparativo

 

Valentina Vetri

Partiamo da qui, dal tempo: il Tempo con la t maiuscola, anzi. Ma quale tempo? Il Tempo filosofico o il Tempo della grammatica? In italiano non c’è differenza lessicale che aiuti a far chiarezza fra questi due concetti, che pure sono così ben distinti; ma gli inglesi, a cui piace la precisione, che respingono l’ambiguità quantomeno per esigenza comunicativa – lo vedremo bene nel cosiddetto “futuro” –, che amano dire le cose come stanno e si preoccupano delle interferenze di significato, gli inglesi, dicevo, distinguono eccome lessicalmente i due termini, cosicché le parole che definiscono l’una il Tempo filosofico e l’altra il Tempo della grammatica sono affatto diverse. Ma facciamo un passo indietro; cosa s’intende qui per Tempo filosofico e per Tempo della grammatica? Ebbene, proviamo a spiegarlo in breve...

 

Un ricordo di Piero Buscaroli (1930-2016)

 

Stefano Chemelli 

Lo conoscemmo il 25 giugno 2010, all’indomani di una riuscita presentazione a Padova del suo Dalla parte dei vinti, appena edito da Mondadori. Arrivammo a casa sua senza avviso, ma ci ricevette alle 11 senza opporre alcuna resistenza. Anzi scusandosi se oltre al “rancio Buscaroli” nulla più ci si poteva aspettare per il pranzo di lì a un paio d'ore. Reduci da una chiacchierata con Ezio Raimondi (1924-2014) sulla dolce collina bolognese prossima ai Giardini Margherita passavamo davvero a un mondo diverso. Dalla luminosa mitezza dell'italianista in possesso del miglior eloquio novecentesco alla schiettezza ruvida e generosa di uno storico della musica e organista diplomatosi con Fuser, ma soprattutto noto per le sue scorribande giornalistiche per grandi testate e indimenticato direttore del “Roma”, uomo d’azione, di lettere e di pensiero, ardente senza compromessi o condiscendenze di alcun tipo. Non meno arditi per sfacciataggine gli dicemmo che...

 

Pasolini tra maschere tragiche e drammi dialettici

Luca Mozzachiodi

La vulgata critica e biografica, alimentata artificiosamente dallo stesso Pasolini e sancita in sede critica dalla nota di Aurelio Roncaglia alla prima edizione garzantiana postuma del teatro di Pasolini1, vuole che l’esperienza drammaturgica sia sorta essenzialmente da una lettura dei dialoghi platonici durante una convalescenza che lo costrinse al riposo forzato nel 1962; certamente questa impostazione va smentita per le prove che segnano l’intera carriera letteraria di Pasolini, dal giovanile dramma La sua gloria al tardo Teorema nato per la scena e convertito in film. Nondimeno se vi è una così ferma intenzione nell’autore di stabilire un processo di filiazione diretta tra la sua opera drammatica e i testi platonici ritengo sia opportuno interrogarsi sulla specificità di questo rapporto....

 

NOTE E RIFLESSIONI

 

L'ultimo dei nostri. Una storia d'amore proibita nell'epoca in cui tutto era permesso

Adélaïde De Clermont-Tonnerre

 

letto da Davide Monda

Vita brevis, ars longa: questa celeberrima traduzione latina dell’incipit del primo aforisma d’Ippocrate si medita (e si soffre) fino in fondo, salvo rare eccezioni, troppo tardi. Sia come sia, a prescindere da quel che mi resta da vivere, non mi occupo solitamente di romanzi contemporanei per scelta, per diffidenza, per ignoranza e per altre ragioni, essenzialmente polemiche, che non giova qui menzionare. Cionondimeno, ho letto con instancabile, disinteressata passione Le dernier des nôtres. Une histoire d’amour interdite, à l’époque où tout était permis (Paris, Grasset, 2016; tr. it. [del titolo] L’ultimo dei nostri. Una storia d’amore proibita nell’epoca in cui tutto era permesso), che, non più tardi di una settimana fa (giovedì 27 ottobre), si è visto aggiudicare il prestigiosissimo Grand Prix du roman de l’Académie française. Perché tanto entusiasmo – mi son chiesto io per primo a più riprese – verso un’opera piuttosto lontana non solo dai miei orizzonti di ricerca scientifica, ma dai miei gusti di lettore tout court? Ebbene, immergendomi con curiosità genuina e, soprattutto, con lentezza attenta (in senso nietzscheano, weiliano, hadotiano…) nelle quasi cinquecento pagine del libro, mi è parso d’individuare, fra il resto, un decalogo – sovente criptato – di terapeutica saggezza, la quale può essere sfiorata (mai raggiunta o conquistata, beninteso) forse solo con un’insistenza bramosa e misuratissima a un tempo, con un infinito lavorìo fra i pensieri mirante, in special modo, a scioglierli, orientarli, integrarli, ordinarli. Un’esperienza intellettiva ed emotiva del genere, ancora, potrebbe...

 

Su La stanza dei libri di Giampiero Mughini

 

letto da Stefano Chemelli

Fra gli autori italiani forse non troppo considerati per l’eccentricità palese, bruciata platealmente attraverso il mezzo televisivo in luoghi diversi e molteplici, abita senza dubbio Giampiero Mughini (1941-). Catanese d’origine ma romano di formazione, Mughini ha scritto alcuni libri importanti per la documentazione offerta, la capacità di sintesi, la chiarezza dei temi trattati. Egli è poi un collezionista, un uomo di libri, dannatamente preciso e pignolo, tignoso ma generoso. Il futurismo, certi libri d'arte del novecento, un gusto certamente internazionale, in particolare francese, non ha penalizzato l'interesse deciso verso l'editoria nazionale della quale è uno dei conoscitori più attendibili. Nel recente testo pubblicato da Bompiani, La stanza dei libri, dà respiro con la passionalità esigente dell’amateur ad alcuni temi che si pongono a difesa di questo mondo di carta a fronte dell’immaterialità della comunicazione digitale. Mughini lo fa raccontando, da par suo, di certi traslochi quasi leggendari, tirando in ballo altri illustri bibliomani da cinquantamila libri in su: libri, beninteso, posseduti più che letti, custoditi nella testimonianza di vite attraversate più da pagine che da persone, o sicuramente in questo ordine d’importanza. In realtà, i libri di Mughini sono fittissimi di esperienze, di contatti, di aperture inaspettate, perché se è vero che i libri portano ad altri libri, fondamentale poi diventa il confronto, il dialogo, la comunicazione, il tramando verso coloro che seguiranno, ammesso e non concesso che ciò sia possibile e praticabile in tempi ove il libro per le giovani generazioni non è poi così familiare nemmeno nell’uso scolastico...

 

Quell'antico "traditore"

Mario Luzi e Coleridge

 

Monica Fabbri

Chesterton era innamorato della sua cantina piena di depositi dimenticati, ricordi sepolti ma vivi e palpitanti, che chiedono di essere riportati alla luce o definitivamente gettati. Ognuno di noi ha la sua cantina. Dopo anni, ho riesumato la mia tesi di un’indimenticabile borsa di studio londinese con un titolo un tantino generico: Coleridge poeta e alcuni traduttori italiani. Negli ultimi fogli sbiaditi, appoggiata distrattamente quasi come un regalo, trovo un’intervista a Mario Luzi (1914-2005) datata 4 novembre 1993. Ricordavo di averlo incontrato a casa sua. Eravamo due universitarie con la passione della scrittura e l’assoluta ammirazione per i poeti. Guardavamo adoranti il suo viso simpatico di capra semita. Nella mia memoria è sempre viva la cordialità e la familiarità di quella splendida giornata fiorentina, ma l’intervista era proprio caduta nell’oblio.

 

Il colombo triganino modenese

 

Federico Majolino

Come vecchio mozzicone di candela, spento e dimenticato da lustri su un candelabro annerito, la cui unica speranza è riposta in una mano curiosa, disposta a riaccenderlo, a riportarlo “all’onor del mondo” onde perpetuarne il senso – ormai desueto, forse, ma poetico, poetico tout court –, il trattato di Clemente Polacci (Reggio Emilia α 31 maggio 1868, ω 18 marzo 1945) intitolato Il colombo triganino modenese (Modena, 1978) permane oramai quasi inerte nella sua metastorica analiticità, propria di quei passatempi “in bianco e nero” tipici dell’alta borghesia e della nobiltà reggiane e modenesi d’antan...

 

POETANDO

 

Federico Cinti

Accorderò la cetra

 

Luca Mozzachiodi

Passione dell'Europa

 

Gabriele Via 

 15 poesie per Bibliomanie.it

 

Ilaria Besutti

le sere d'estate che profumano di tigli e pitosporo

 

DIDACTICA

 

Il ruolo della lingua

 

Clara D'Agostino

La lingua è uno strumento di comunicazione fondamentale per l’uomo, che non solo lo rende unico rispetto ad ogni altro essere vivente, ma che viene anche utilizzato in ogni ambito della vita quotidiana. Antica ma al tempo stesso moderna, la lingua conserva espressioni, vocabolario e grammatica della tradizione passata, ma è sempre disposta a cambiare e a rinnovarsi per soddisfare nuove esigenze. La mia analisi linguistica esplora la creazione ‘Neolingua’ in 1984 che George Orwell utilizza come strumento di controllo del pensiero nella società totalitaria qui descritta, e l’importanza del linguaggio e della comunicazione nei campi di concentramento (attraverso l’esperienza concentrazionaria di Primo Levi) unitamente al problema della convenzionalità del linguaggio nell’opera La trahison des images (René Magritte, 1928)...

 

La reinterpretazione del Mito nel '900

 

Francesco Torrisi

Nel contesto così complesso e tragico del Novecento europeo, la letteratura e le arti si sono profondamente rinnovate in ogni loro aspetto e l’umanità ha maturato una diversa visione del mondo.  Il Novecento è d’altronde il secolo che più è vicino alla nostra modernità, e mi è parso interessante notare come, in quest’epoca di sofferto rinnovamento, questo spirito di innovazione creativa non si sia basato esclusivamente sulla pura inventiva, ma anche sulla reinterpretazione di un modello che ha accompagnato la creazione artistica dai tempi più remoti dell’umanità: la riflessione mitica. L’imitazione o emulazione della classicità che, in maniera più o meno evidente, aveva sino ad ora accompagnato la stesura di opere che si rifacevano al passato mitologico della cultura europea, ha ceduto il posto a una rilettura più esistenziale, polemica, che deriva soprattutto da un nuovo approccio di natura antropologica al Mito. Su questo si basa il mio percorso: su tre diverse riflessioni mitiche a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, tra l’Austria imperiale di Gustav Klimt e l’Italia del secondo dopoguerra di Cesare Pavese, passando per l’Europa modernista di James Joyce...
 

LETTURE E RECENSIONI

 

 Le poesie nello stile del 1940 di Massimo Sannelli

 

lette da Elisabetta Brizio

Io ti offro un esilio luminoso

oggi: una litania di undici colpi,

precisa, non la morte, e una sequenza

delicata, nessuna distruzione.

Questo è un esilio dolce, come il seno:

nella rete sei tu; sei prete e re,

e veramente hai lo scudo, hai lo stile,

hai Dio, non il suicidio, veramente.

 È il penultimo dei componimenti raccolti sotto il titolo di Poesie nello stile del 1940, e-book di cui riporto la nota di chiusura: «Queste poesie sono state scritte dal 6 luglio al 7 agosto 2016. I testi sono in endecasillabi, decasillabi, novenari, settenari». Quello qui riprodotto è ovviamente in endecasillabi, come dice il secondo verso. Il testo non ha rime o vere e proprie assonanze, ha un’aggiunta iniziale (rete : prete) e una pseudorima (seno : distruzione), una specie di assonanza inversa, non so come altrimenti chiamarla. A ben guardare le assonanze ci sono, ma non sporgono canonicamente a fine verso, sono interne ai versi, e all’apparenza casuali (morte-distruzione-dolce; prete-veramente)...

 

 

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ISSN  2280-8833