Bibliomanie.it

N.31 Ottobre/Dicembre 2012

SAGGI E STUDI

Per Roberto Roversi ( 1923-2012 )

Il laico pensiero, piccolo breviario con dieci riflessioni

di Roberto Roversi

Il laico pensiero è il pensiero che ha mille problemi, nessuna paura. E’ travolto, mai sommerso, da dubbi di ogni genere ma mai dalla disperazione. E’ l’albero posto al confine di un bosco infuocato, ma per sé non ha confine. Il pensiero laico crede al buon inesausto pensare, al buon e inesausto fare, al buon dialogare e a una libertà del fare pensare dialogare che non si arresta ai limiti delle convinzioni. Il pensiero laico è quello che pensa (che crede) che le  cose parlano sorgendo dalla terra, non precipitando paurose, ammonenti dall’alto dei cieli. E inoltre è quello che pensa, e ascolta, che gli oggetti intorno (il rassicurante beneficio della compagnia), le mille viventi realtà del creato, continuamente lo richiamano al suo leggendario dovere: “Qua siamo, con te; non ignorarci; non dimenticarci. Ascolta, ascolta, ascolta”. Il pensiero laico è anche quello, dunque, che rifiuta il silenzio; e ha sempre come sottofondo lo scorrere dell’acqua del pensiero (tumultuoso rifluire di un fiume che fuoriesce da una caverna). Come un invito stressante a non assopirsi, a non stupirsi; ad essere sempre inquieti. Ad essere sempre pronti alla vivificante, aspra schermaglia delle idee. Sicché il pensiero laico è un camminatore imperterrito fra gli sterpi (intriganti) del pensiero. Il pensiero laico ha lo sguardo basso, striscia anche per terra, ed è impietoso; perché procede sui sassi a piedi nudi. Il pensiero laico non ha, sul momento, illusioni (potremmo anche scrivere speranze) ma, nonostante gli aspri sentieri, è sempre pungolato ad avanzare; ha sempre lo stimolo di potersi accasare tra fratelli (compagni di viaggio, di vita). Non ha mai la luminosa sazietà di chi, nonostante le tempeste, è sempre convinto di essere prossimo alle porte del cielo e di potere, alla fine, partecipare alla gloria di un dio sovrano. Nel pensiero laico non ci sono visioni ma eccitanti contraddizioni; rumore di vetri infranti; stridere sui cardini di finestre mezzo aperte. C’è insistente il rumore di un passo dietro a un altro passo, tanto che sembra di camminare fra i pensieri. Il laico pensiero non dà emozioni, ma induce sempre a ricominciare, avendo fastidio dei nodi. L’altro diverso pensiero invece turba e spesso sconvolge, e disanima e trascina a fatica, e commuove ed esalta, puntando al porto di finali consolazioni. Almeno così sembra.  Il pensiero laico è il bue che ara la terra. Il laico pensiero è quello che non ha paura di oltrepassare le Cicladi per andare a pescare. In cerca di balene...

Bologna e Bologna

di Roberto Roversi

Tanti e tanti anni fa, quando ero un ragazzino, si correva in Italia una gara automobilistica su strada aperta, la Mille Miglia, che partiva da Brescia e arrivava, lungo la via adriatica, a Roma; per ritornare subito a Brescia passando per Firenze, per il passo della Futa, per Bologna. A Borgo Panigale, seduto tutto solo su un muretto, davanti al cancello di una villa molto vicina alla strada, aspettavo con emozione. Alle mie spalle si protendeva il ramo di un albero di fichi. Al passaggio delle macchine più veloci e potenti – che a me, quella prima volta, sembrò quasi di poter sfiorare con le mani – per le zaffate dell’aria, alcune foglie e alcuni fichi ancora in fiore mi scivolarono, in un certo momento, sulla schiena. Un ricordo. Un ricordo da niente, naturalmente. Ma anche allora ho pensato, con la infantile meraviglia che mi accompagnava in tante occasioni, che le macchine velocissime lì passavano perché Bologna era il centro del mondo. Era il centro del mondo. Un passaggio obbligato, dovuto alla signora del regno. A quel tempo, da noi, c’era ancora un re. Mi sentivo, non so come, partecipe di un tale insigne destino. Così che la città, ritornandoci verso sera, mi sembrò ancora una volta bellissima. Bologna è ancora bella, bellissima? E’ ancora il centro del mondo?...

Pietro Aretino e i suoi Ragionamenti

di Roberto Roversi

     Nato di bassa lega, in una società in cui soltanto i “potenti” valevano (fossero essi principi, regnanti, alti prelati o artisti di genio); subito irretito dall’astio del proprio stato e dalla volontà di progredire e di primeggiare puntando su innegabili “qualità” naturali (che via via si affinavano, rodandosi, nei contrasti della vita e nella rapida ascesa al potere), l’autore di quest’opera “incriminata”, relegata frettolosamente fra le cose turpi della nostra letteratura, è tal personaggio che meriterebbe una considerazione maggiore e un esame più attento di quelli che fino a pochi anni fa gli erano riservati. Oggi si può almeno discutere senza scandalo dell’Aretino come di una figura rappresentativa, tipica e anche importante; come di un “grosso” scrittore, a cui per essere grande, davvero grande, mancarono una più riposata attenzione allo svolgersi ed emanciparsi del proprio lavoro e meno interessati pretesti per esibirsi in pubblico, disdegnando misura e studio (“ho partorito ogni opera quasi in un dì”; “né di mio si vede mai lettera che passasse un foglio”)...

Da 'L'Italia sepolta sotto la neve'

di Roberto Roversi

Vorrei avere molti libri da

leggere. Ancora. Tempo davanti.

Libri con segni sconosciuti,

vecchie tipologie, polverosi

libri trovati nel ripostiglio di casa,

odore di tonaca e di cera davanti a una chiesa,

sull’argine del fiume, sulla

balaustra di un ponte di ferro fra paese e paese

– aspettare un foglio portato dal vento dentro alla stanza.

è più facile che una voce si conservi sotto la neve.

Annotazione inattuale su un libro recente

di Roberto Roversi

    Se mille voci si fanno parole di un libro, è come ridurre sul tavolo di casa, sotto gli occhi o vicino al cuore, un bosco di mille alberi che ci copre intero; che fruscia con tutte le foglie per non lasciarci assopire; che inquieta con inesorabile temperanza la nostra immaginazione, il nostro cauto lento sapere, il nostro desiderio di sonno (il sonno della ragione) o la nostalgia di esso. Quindi, per me, ho un preoccupato timore mescolato a una curiosità che vibra, nel guardare prima il mucchio ordinato e intero dei fogli, poi nello scorrere con lentezza attenta (partecipata) questo decalogo di sospirata saggezza. Che può essere sfiorata (mai del tutto raggiunta e conquistata) solo, a mio parere, con una insistenza vorace, con uno scavo fra i pensieri minuto, approfondito, al fine di scioglierli, correggerli, sistemarli, integrarli...

Su Roberto Roversi

di Salvatore Jemma

      Che cosa si può dire, oggi, di Roberto Roversi riferendosi all’odierna poesia? Intanto del silenzio steso sulla sua opera da molti anni, oramai, da parte della critica e non solo, salvo alcuni - e qui vorrei citare due persone su tutte: Fabio Moliterni che con il suo Roberto Roversi. Un’idea di letteratura I (Edizioni dal Sud, 2003), ha tracciato un quadro ampio e informato; e Arnaldo Picchi, che ne sta curando il lavoro teatrale, facendolo rappresentare e ripubblicandolo. Alcuni, dicevo, che continuano a seguire il suo lavoro, a promuoverlo (nel senso di farlo conoscere, farne oggetto di discussione, riflessione, connessione con quanto ci circonda). Salvo questi pochi, attorno alla sua opera c’è un assordante silenzio, e direi anche desolante per la nostra poesia e la nostra letteratura. Intanto questo (che non è poco, direi); poi si può dire della sua attività, che continua appartata ma non solitaria: appartata perché distante dalle luci, dalle scene illuminate, dalle telecamere e dalle varie ribalte (dove tutto viene ribaltato), lontano dalle istituzioni, ma non ritirato a vita privata; non solitaria perché Roversi da sempre è presente sia per le persone che per le vicende...

Qualche osservazione su “mito” di Venezia e governo misto

tra Basso Medioevo e Rinascimento

 di Piero Venturelli

Nel Quattrocento e nel Cinquecento assai diffusa in Europa è un’immagine positiva della Repubblica di Venezia, della quale si celebrano in special modo – oltre all’eccezionalità del sito geografico – la stabilità dell’ordinamento, le virtù e la libertà dei cittadini, la concordia regnante all’interno della società e le ricchezze pubbliche e private provenienti in massima parte dai commerci, tutti caratteri che i trattatisti e pure i semplici osservatori fanno sempre derivare dalla natura della sua plurisecolare costituzione, che parecchi autori esplicitamente considerano mista...

Mario Untersteiner, la fisiologia del mito

di Carmen Dal Monte

Lo scopo dichiarato dell'indagine filosofica di Mario Untersteiner intorno al pensiero mitico è ritrovare le tappe del passaggio dal mito al logos: “Che l'evoluzione del pensiero greco, dalle sue più remote origini alla sofistica, si possa definire un graduale passaggio dal mito al logos, può considerarsi come un principio ormai chiaro [...] Ma finora, per quello che a me sembra, sono state messe in rilievo solo le tappe successive di questo moto spirituale, senza che ne venissero rintracciati gli spunti genetici nel loro formarsi e negli interni sviluppi progressivi...

Montesquieu in Italia:

il contributo di Salvatore Rotta (1926-2001)

  di Domenico Felice

Nel panorama degli studi italiani su Montesquieu della seconda metà del XX secolo, le ricerche di Salvatore Rotta (1926-2001) occupano un posto eminente Raro esempio di passione e di intelligenza critica per il «lavoro intellettuale come professione» e verso gli autori e la materia trattati, esse – a dispetto del logorio del tempo – hanno illuminato e illuminano aspetti e princìpi essenziali del pensiero dell’autore dell’Esprit des lois (1748), aspetti e princìpi con i quali l’età presente, più delle passate, non può non fare i conti, se vuole seriamente porre un qualche argine alla crescente barbarie dei suoi insani stili di vita...

NOTE E RIFLESSIONI

Sulla grazia

di Lorenzo Tinti

In un recente intervento, un caro amico, suffragato dal Grande Dizionario della Lingua Italiana e da una solida conoscenza del latino, richiamava l’attenzione sul fatto che il sostantivo grazia (ma altrettanto bene garbo o eleganza) costituisse per i nostri antenati e in effetti costituisca ancora oggi un sinonimo di decenza e rinvii, pertanto, al campo semantico della bellezza non come mero concetto estetico, bensì estetico e morale contemporaneamente. Lo conferma, tra gli altri, il Lexicon del Forcellini, il quale, alla voce decens, sostiene che il termine certamente ha tra i suoi significati quello di grazia (saepe refertur ad pulchritudinem), e tuttavia non in quanto semplice bellezza esteriore (differt tamen a formoso), ma come quella forma di bellezza che, in un certo grado, partecipa anche della virtù e della dignità (Est enim decens pulcher cum honestate et dignitate quadam, decorus).

Luigi Meneghello e la cultura inglese:

analisi di un’ironia che gioca con la lingua 

 di Silvia Ferrari

«Inglesi. Con loro me la sono dovuta sbrigare da solo. Chiusi nella stessa isola, io e loro, sempre a contatto». Luigi Meneghello annota questo appunto il 15 ottobre 1966, schernendo con l’ironia che gli appartiene il rapporto con un popolo e una lingua che segnarono a fondo la sua vita di dispatriato. Partito dall’Italia nel settembre del 1947, Meneghello giunse a Reading, «la città rossa in riva al Tamigi», con una borsa di studio del British Council: l’intento era quello di condurre una ricerca sugli orientamenti del pensiero inglese contemporaneo e in particolare sul filosofo inglese Robin George Collingwood e i suoi rapporti con il neoidealismo italiano...

DIDACTICA

Tra Leopardi e Dante, due lezioni

 di Monica Fabbri

La noia è un gran brutto affare per un professore. “Mi riprometto di cambiare ogni anno percorso, programma ecc.ecc.” Buoni propositi, certo. Ma la lotta per la sopravvivenza si impone sovrana non solo ad Acitrezza e la ‘creatività tecnologica’ dei file accumulati servirà senz’altro a qualcosa nella rincorsa affannosa di spiegazioni, verifiche e programmi. Poi accadono incontri che ti ridestano il gusto, quel pizzicore di ricerca mai sopita, che ti fa spalancare gli occhi sui testi degli autori e i volti imploranti dei tuoi ragazzi. Un professore universitario di storia dell’agricoltura lo scorso anno si è accorto che gli studenti copiavano. Bella scoperta! Capita anche a te nell’alto dei cieli accademici. Ha deciso allora di cambiare metodo. Ha preso la raffigurazione del quadro del Buon governo di Ambrogio Lorenzetti e glielo ha piazzato sotto gli occhi. “Che cosa vedete?” Dopo dieci minuti di inevitabile imbarazzo (del tipo, il prof. è impazzito e non ha voglia di spiegare), i più eruditi copioni hanno avanzato prestigiose ipotesi critiche e da lui sono stati immediatamente zittiti. “Non cosa vi hanno detto di vedere! Che cosa vedete voi!?”All’improvviso, ridestati da un lungo torpore, le giovani promesse agrarie si sono sbizzarrite e hanno visto tutto, anche quello che il professore non era riuscito a scorgere. All’esame non hanno copiato. Incredibile dictu. Vuoi vedere che funziona?...

LETTURE E ANTICIPAZIONI

Mirco Dondi I malriusciti

letto da Giorgio Sandrolini

I malriusciti è un romanzo di formazione e di informazione. Il processo di postmaturazione di un gruppo di adolescenti è descritto in pagine incorniciate in una linea del tempo, talora utile talora un po’ forzata. Ma è il prezzo da pagare a uno storico di professione. Si tratta senza dubbio di un romanzo generazionale, ma affermarlo è tautologico. Chi non scrive di/ e secondo i canoni della/ generazione d’appartenenza? E la nostra, proprio perché generazione mancata, scippata, malriuscita, cerca di marcare quei territori che non ha avuto (o di cui ritiene, nel congenito vittimismo, di essere stata privata). È una recherche proustiana che esplora l’immaginifico, immaginando quell’immaginazione al potere gridata e adesso a tutti gli effetti in mano a quelli che ci hanno preceduto e che, precedendoci, nunc et semper staranno davanti a noi, potenti e invidiati...

Mino Milani Dall’Impero alla Repubblica

letto da Luigi Preziosi

Mino Milani è autore straordinariamente prolifico, e la sua produzione sconfinata svaria dalla narrativa per ragazzi (dal ciclo di Tommy River, pubblicato in primis sull’indimenticato Corriere dei piccoli, a I cavalieri della Tavola rotonda, a L’ultimo lupo), a quella per adulti (Fantasma d’amore, Romanzo militare - sul quale si veda Bibliomanie n. 26 Luglio/Settembre 2011 - L’uomo giusto, ecc.), fino alla saggistica storica, nella quale spiccano gli studi dedicati al periodo risorgimentale (La crociera del «Maddaloni». Vita e morte di Nino Bixio, Boezio. L'ultimo degli antichi, fino alla splendida Giuseppe Garibaldi. Biografia critica.). Dell’autore pavese Mursia propone adesso Dall’Impero alla Repubblica. 1470 anni di storia italiana, che nasce da un aggiornamento della Storia d’Italia a puntate, uscito tra il 1978 e 1980 su Storia illustrata. Con esso, Milani offre ai lettori...

I Malriusciti di Mirco Dondi

letto da Mauro Conti

Anche se appare come una tendenza della narrativa italiana recente, per non dire un approdo dell’ editoria più avvertita, il romanzo storico non è un genere di agevole pratica per lo scrittore. Diversi sono i problemi di ordine operativo e stilistico che egli deve affrontare, a cominciare dalla verisimiglianza dei luoghi e delle situazioni, per finire con la rappresentazione dei personaggi e delle loro espressioni. In sostanza, non è sufficiente mettere i calzari per un racconto su Roma antica, come non basta il cartello della battaglia di Borodino, in Russia, o qualche parola di francese, per raccontare della tragedia di Napoleone. Occorre spirito di osservazione ed occorre un inusitato intuito del tempo perduto; occorre talento, occorrono capacità narrative, occorre genio linguistico per restituire lo spirito di un’epoca; occorre,  per dirla con Petrarca, intuarsi nel momento, occorre dare del tu alle coscienze di uomini e destini che ormai vivono nella pura possibilità, nelle buie profondità della memoria;  occorre distinguere e leggere e capire, con occhio lucido e rigoroso, il distacco e la distanza che ci separa da quelle forme, capire tutto ciò che  manca e che sembra passato inesorabilmente...

Max Loreau Poesie/Poèmes a cura di Adriano Marchetti

letto da Riccardo Campi

Per gli happy few che, in Italia, hanno il privilegio di conoscere e frequentare l’opera poetica, nonché filosofica, di Max Loreau, il volumetto curato da Adriano Marchetti costituisce un dono prezioso – e non solo per i lettori italiani: il volume, infatti, contiene la traduzione, con testo originale a fronte, di alcuni testi poetici che l’autore non diede mai alle stampe, e che, dunque, fino a oggi, sono rimasti inediti anche in francese. È lecito supporre che egli, con il rigore e l’intransigenza che contraddistinsero ogni sua scelta esistenziale e intellettuale, li reputasse troppo intimi e personali, o magari superati dai successivi sviluppi della propria ricerca poetica...

EVENTI E INTERVISTE

Dialogando con Paolo Ruffilli a proposito di Natura Morta

a cura di Elisabetta Brizio

«Non mi volto indietro a riconsiderare con nostalgia quello che non c’è più». Così lei negli «Appunti per una ipotesi di poetica» che concludono Natura morta (Aragno 2012). Una affermazione che non esclude o comunque non impatta con la spinta a recuperare il tempo… La memoria, lei scrive in queste pagine, «è in essere», e strettamente correlata alla conoscenza come campo di ricerca individuale. L’identità è diversamente configurata nella sua opera in versi o in prosa: in L’isola e il sogno essa era affidata alla memoria, cioè alla attitudine del protagonista a riconoscersi per ciò che è stato – «siamo quelli che siamo stati e che sono stati altri prima di noi», lei tornerà a ribadire nelle illuminanti e incalzanti osservazioni intorno alla sua poetica. In Piccola colazione la questione dell’identità era in qualche modo legata all’agnizione di sé nei luoghi noti o protettivi, e una conferma di questo assunto figura negli «Appunti»: «forse l’identità sta nel nostro coincidere con le cose, nel portarcele addosso come la pelle». C’è un nesso tra queste due prospettive della dimensione identitaria?...

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