Bibliomanie.it

N° 43 Gennaio/Giugno 2017

 

SAGGI E STUDI

 

Filosofia, stile, forma della scrittura

 Considerazioni sulla prosa francese del Settecento

 Riccardo Campi

Dinanzi a testi tersi e brillanti come quelli di autori tanto diversi tra loro per qualità stilistica e rilevanza storica quali Fontenelle, Moncrif, Vauvenargues, Duclos, Voltaire, o La Mettrie, ma appartenenti tutti a una cultura come quella del Settecento francese che ci sembra appartenere ormai a un’età irrimediabilmente superata, continuare a chiedersi che cosa volessero dire allora, e che cosa possano dire ancora oggi, rischia di distogliere l’analisi dal problema che ognuno di essi pone al lettore a ogni pagina, quasi a ogni riga. Problema scomponibile in due momenti, distinti ma complementari, e formulabile in poche parole: in primo luogo, si tratta di capire che cosa abbia reso possibile, partire dalla prima metà del XVIII secolo, in Francia, l’emergere di una scrittura – e, prima ancora, di una lingua – in cui il mito classicistico della clarté si coniuga curiosamente a un culto della nuance[1], che della clarté parrebbe essere l’opposto; e, secondariamente – anche se proprio in ciò risiede il nocciolo del problema –, che cosa renda ancora oggi tale scrittura viva e affascinante, cioè esteticamente riuscita, a dispetto della caducità di molti suoi temi e stilemi...

 

La concezione filosofica della poesia nel pensiero di Gian Vincenzo Gravina

 

Gaetano Antonio Gualtieri

 

Il 1708 è un anno di fondamentale importanza per la filosofia moderna italiana; in quell’anno, infatti, vengono pubblicati tre libri destinati a rivestire un ruolo significativo nel contesto della cultura nostrana: le Riflessioni sopra il buon gusto nelle scienze e nelle arti di Lodovico Antonio Muratori, il De nostri temporis studiorum ratione di Giambattista Vico e il Della Ragion Poetica di Gian Vincenzo Gravina. Pur se differenti per le tematiche affrontate, questi tre volumi sono accomunati dal bisogno di far rinascere la cultura italiana, risvegliandola dal torpore che l’aveva caratterizzata durante il Seicento, ponendola di fronte alla necessità di un riscatto rispetto alle altre nazioni europee, in special modo rispetto alla Francia, che a quel tempo rappresentava il faro culturale dell’Europa...

 

Intervista

 

Elisabetta Brizio intervista maurizio ferraris

 

La condizione dell'in-baculum

 

L’imbecillità «è il richiamo dell’abisso e del negativo e, insieme, del solo vero», lei scrive in L’imbecillità è una cosa seria (il Mulino 2016), che ha suscitato e continua a suscitare grande interesse nel pubblico. L’interesse è indubbiamente dovuto ai pregi del suo libro, ispirato alla brevitas ma oltre modo serrato, brillante ma essenzialmente amaro: ritratto implacabile e fedele della condizione umana. Senza ovviamente sminuire il suo lavoro, sorge il sospetto che dietro questa grande accoglienza ci sia anche qualcos’altro, che parecchi lettori si sentissero come chiamati in causa per una autoverifica. È possibile secondo lei?

R. Certo, i libri sull’imbecillità vanno tantissimo, e sono tantissimi, perché attivano due meccanismi. Quello autodiagnostico: «Non sarò per caso imbecille? Meglio che mi informi» (meccanismo che non scatta per altri tipi di infermità piú palesi: difficile che uno, a freddo, si chieda se è un gottoso asintomatico)...

Mussolini visto da un bambino

Pierluigi Tombetti

Una nuova luce sull’uomo Mussolini dai ricordi vividi e intensi di un fanciullo, ora quasi novantenne, che incontrò più volte il capo del fascismo. Quello che i libri, i filmati d’epoca e gli articoli, non dicono e non possono dire... Mi colpiscono sempre gli occhi lucidi, tremuli delle persone anziane quando raccontano di eventi lontani, che emergono con tutta la potenza emotiva di quando furono vissuti: memorie remote, eppure così presenti, vicine, da annullare il tempo. E quando raccolgo testimonianze storiche di chi ha vissuto eventi degni di nota e li ricorda con eccezionale lucidità, menzionando la data, l’ora, le condizioni atmosferiche, le espressioni dei visi, i sentimenti provati in quel frammento di tempo congelato in un fotogramma di molti decenni prima, ne rimango sempre affascinato, perché scopro sempre aspetti nuovi, importanti, degni di nota. E spesso inediti... 

Pasolini tra maschere tragiche e drammi dialettici

Luca Mozzachiodi

La vulgata critica e biografica, alimentata artificiosamente dallo stesso Pasolini e sancita in sede critica dalla nota di Aurelio Roncaglia alla prima edizione garzantiana postuma del teatro di Pasolini1, vuole che l’esperienza drammaturgica sia sorta essenzialmente da una lettura dei dialoghi platonici durante una convalescenza che lo costrinse al riposo forzato nel 1962; certamente questa impostazione va smentita per le prove che segnano l’intera carriera letteraria di Pasolini, dal giovanile dramma La sua gloria al tardo Teorema nato per la scena e convertito in film. Nondimeno se vi è una così ferma intenzione nell’autore di stabilire un processo di filiazione diretta tra la sua opera drammatica e i testi platonici ritengo sia opportuno interrogarsi sulla specificità di questo rapporto....

 

NOTE E RIFLESSIONI

 

Canone bianco

Un discorso inattuale e impertinente

Marco Marangoni

Della moda giovanile degli ultimi dieci anni mi colpisce la proliferazione di teschi stampati, ricamati, cuciti in rilievo su maglie e t-shirt. Non mi riferisco soltanto al teschio della Jolly Roger, la bandiera dei pirati, che richiama memorie di film con Errol Flynn o Jonny Deep, ma anche ai simulacri di crani dandy, con cappello a cilindro, crani adornati di fiori, oppure truccati con tratti esotici, crani belle époque, crani a coppie, in corrispondenza di amorosi sensi, crani ritratti in finti dipinti o incorniciati da cuori, picche, jack e regine, ieratici, in ventagli di carte da Ramino. Non vedo teschi sul volto di soldati in guerra, le immagini pacifiste di un tempo, né all’interno di un décor dark, magari ironico come quelli della Famiglia Addams...

L'ultimo dei nostri. Una storia d'amore proibita nell'epoca in cui tutto era permesso

Adélaïde De Clermont-Tonnerre

 

letto da Davide Monda

Vita brevis, ars longa: questa celeberrima traduzione latina dell’incipit del primo aforisma d’Ippocrate si medita (e si soffre) fino in fondo, salvo rare eccezioni, troppo tardi. Sia come sia, a prescindere da quel che mi resta da vivere, non mi occupo solitamente di romanzi contemporanei per scelta, per diffidenza, per ignoranza e per altre ragioni, essenzialmente polemiche, che non giova qui menzionare. Cionondimeno, ho letto con instancabile, disinteressata passione Le dernier des nôtres. Une histoire d’amour interdite, à l’époque où tout était permis (Paris, Grasset, 2016; tr. it. [del titolo] L’ultimo dei nostri. Una storia d’amore proibita nell’epoca in cui tutto era permesso), che, non più tardi di una settimana fa (giovedì 27 ottobre), si è visto aggiudicare il prestigiosissimo Grand Prix du roman de l’Académie française. Perché tanto entusiasmo – mi son chiesto io per primo a più riprese – verso un’opera piuttosto lontana non solo dai miei orizzonti di ricerca scientifica, ma dai miei gusti di lettore tout court? Ebbene, immergendomi con curiosità genuina e, soprattutto, con lentezza attenta (in senso nietzscheano, weiliano, hadotiano…) nelle quasi cinquecento pagine del libro, mi è parso d’individuare, fra il resto, un decalogo – sovente criptato – di terapeutica saggezza, la quale può essere sfiorata (mai raggiunta o conquistata, beninteso) forse solo con un’insistenza bramosa e misuratissima a un tempo, con un infinito lavorìo fra i pensieri mirante, in special modo, a scioglierli, orientarli, integrarli, ordinarli. Un’esperienza intellettiva ed emotiva del genere, ancora, potrebbe...

Al Caffè Margherita, 130 anni dopo

 

Federico Cinti

Quando, per il 20 dicembre 2016, sono stato invitato a presentare alla Casa della conoscenza il volume 130 anni a Casalecchio. Caffè Margherita, di cui qui tenterò – in modo del tutto personale – di parlare, ho pensato a lungo al motivo vero per cui da circa un decennio ho preso a frequentare quel bar, così particolare com’è sotto il portico di Palazzo Quadri, all’angolo delle vie Porrettana e Marconi, a due passi dal Reno, dove spesso la vita sembra soffermarsi un po’a riflettere su se stessa per poi procedere inesorabile senza sosta. Ho pensato, dicevo, ho ripensato, e non ho trovato parole migliori per esprimere quel che provo nel recarmi là se non il famoso verso di Carducci: «un desiderio vano de la bellezza antica» (Nella piazza di san Petronio, 20). Tutto tra quelle quattro mura racconta qualche cosa, un aneddoto, un personaggio, una storia, e così lo vivo quale un luogo della memoria, anche della mia personale memoria, un luogo di costruzione dellidentità di un territorio o di un semplice modo di essere, il passaggio del testimone da una generazione allaltra, anche alla mia...

Quell'antico "traditore"

Mario Luzi e Coleridge

 

Monica Fabbri

Chesterton era innamorato della sua cantina piena di depositi dimenticati, ricordi sepolti ma vivi e palpitanti, che chiedono di essere riportati alla luce o definitivamente gettati. Ognuno di noi ha la sua cantina. Dopo anni, ho riesumato la mia tesi di un’indimenticabile borsa di studio londinese con un titolo un tantino generico: Coleridge poeta e alcuni traduttori italiani. Negli ultimi fogli sbiaditi, appoggiata distrattamente quasi come un regalo, trovo un’intervista a Mario Luzi (1914-2005) datata 4 novembre 1993. Ricordavo di averlo incontrato a casa sua. Eravamo due universitarie con la passione della scrittura e l’assoluta ammirazione per i poeti. Guardavamo adoranti il suo viso simpatico di capra semita. Nella mia memoria è sempre viva la cordialità e la familiarità di quella splendida giornata fiorentina, ma l’intervista era proprio caduta nell’oblio.

I natali di Giordano Bruno e la sua formazione: da Napoli a Tolosa

Lucia Pietrafesa

Non si può comprendere un pensatore senza tracciare, seppur concisamente, le origini, la formazione iniziale e le prime rilevanti esperienze della sua vita e in questo anche un irregolare come Giordano Bruno non fa eccezione. Nel tentativo di delineare un quadro esauriente del filosofo e letterato campano e dello sfondo culturale nel quale s’inscrive il suo pensiero, ci si trova, inevitabilmente, a dover fronteggiare numerose difficoltà che dipendono sia dal temperamento e dalla genialità di un uomo che sfugge a qualsiasi tentativo di tipizzazione, sia dal contesto storico in cui visse ed operò. L’età tardorinascimentale, crocevia tra rinascimento maturo ed età barocca, è caratterizzata, come tutte le fasi di passaggio, da una poliedricità di componenti storico-culturali e sociali che ne rendono impossibile una lettura univoca...

 

POETANDO

 

Federico Cinti

Accorderò la cetra

Luca Mozzachiodi

Passione dell'Europa

Gabriele Via 

 15 poesie per Bibliomanie.it

Ilaria Besutti

le sere d'estate che profumano di tigli e pitosporo

 

LETTURE E RECENSIONI

 

Il nome e l'enigma

Nuovi tentativi di avvicinamento a 'Natura Morta' di Paolo Ruffilli

letto da Elisabetta Brizio

Il soggettivismo non schiaccia mai Ruffilli, in poesia, anche se fino a un certo punto egli vi ha trasfuso molto di sé. Ecco, qual è questo punto? Il momento dell’abbandono della misura soggettiva per una riflessione versificata sull’altro da sé? Forse, La gioia e il lutto e Le stanze del cielo. Ma nel successivo Affari di cuore si incaricava di affrontare direttamente – e inevitabilmente con il coinvolgimento dell’esperienza personale – la fisiologia dell’amore, insieme a quello che negli Appunti per una ipotesi di poetica, a chiusura di Natura morta (Aragno 2012), egli definisce il «salto nel vuoto che l’amore pretende» (ricordate L’isola e il sogno?). Con Affari di cuore la biografia sembra riacquistare i suoi contorni, ma piú che una ricaduta in una anamnestica personale si tratta qui di misurarsi con il tema amoroso – e ‘tema amoroso’ non è la migliore espressione in quanto rinviante a un che di scorporato –, dunque di trattare l’amore (emozione choc, eros, istinto, affetto, idealizzazione) senza tergiversare, osservando il love affair dall’interno. Perché, Ruffilli lamenta, la poesia, la grande poesia, tranne qualche sporadica eccezione, tende ad aggirare l’ostacolo, a smussare gli aspetti piú aspri dell’amore. Non sfugge a questa tendenza Montale, che esibisce senhal, donne dello schermo e figure salvifiche che si rifanno agli angeli dello Stilnovo, figure che in fondo finiscono per essere non troppo dissimili dagli «emblemi eterni» e dalle «evocazioni pure» di Ungaretti (Memoria d’Ofelia d’Alba), pur da Montale per altri versi cosí lontano.

Bevendo il thè con i morti di Livia Chandra Candiani

letto da Magda Indiveri

Se la parola poetica condivide con la magia il potere del fare, la poietica, i versi di Livia Chandra Candiani sono qui a dimostrarlo. I morti che mai vediamo e che affidiamo normalmente all’invisibilità, al non luogo, all’inscritto (bara, cimitero, urna), nei versi di questa raccolta riedita da poco stanno sugli alberi, hanno la gonna rossa, siedono sui fili della luce, hanno risme di fogli. I morti che vivono. Basta questa affermazione e li vediamo, come inserti, tra le cose del mondo...

 

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