Bibliomanie.it

N° 40 Settembre/Dicembre 2015

SAGGI

Il nostro debito nei confronti dei Greci

Giovanni Ghiselli

Inizierò dal mio debito personale. Alla paideia ricevuta dagli autori greci e dai loro emuli latini io devo prima di tutto la costituzione della mia identità forse non del tutto volgare. Questa si è formata non solo sul vissuto ma anche sulle letture cui la predisposizione alle lettere piuttosto che ai numeri ho dedicato parecchio tempo fin dalle scuole medie Lucio Accio di Pesaro dove la professoressa Giulia Gattoni ci spiegava l’Iliade e ce ne faceva studiare a memoria centinaia di versi nella traduzione di Vincenzo Monti. Mi era congeniale la dimensione eroica dell’esistenza umana. In seguito, frequentando liceo classico Terenzio Mamiani , il mio gusto per il greco e il latino si è definito e rafforzato anche perché primeggiavo in queste due discipline. L’educazione dei padri ai figli infatti, nell’Iliade, contiene l’imperativo di "primeggiare sempre tanto nell’azione quanto nella parola". ..

Per una storia materiale della poesia

Luca Mozzachiodi

La recente pubblicazione di un volume su Montale mi ha spinto a riproporre la questione del correlativo oggettivo in rapporto a figure poetiche affini con l’intenzione di svolgere in questa nota considerazioni in merito non tanto, o non solo, alle differenze letterarie, ma anche ai differenti orizzonti sociali e alle condizioni materiali che questi procedimenti retorico-stilistici sottendono. È ormai costume da molto tempo ritenere che la letteratura stia alla storia del tempo in cui viene prodotta come le regole del calcio alla Firenze medicea, esiste sì un’innegabile filiazione ma legami e influenze sarebbero superficiali ed estrinseci quando non inesistenti, anche chi ammette un’evoluzione storica della poesia si riferisce per lo più ad un’evoluzione formale e postula un progresso iuxta propria principia delle forme poetiche senza rendersi conto che ritenerle indipendenti dal loro orizzonte di attesa storico significa, a conti fatti, sancire l’equivalenza stessa delle forme in un processo di mutamenti arbitrari; i casi in cui questo si verifica sono innumerevoli, ma quello che abbiamo sotto gli occhi oggi è di particolare importanza per la sua pervasività dovuta in parte alle semplificazioni scolastiche e in parte alle politiche editoriali, molti dei giovani scrittori e lettori infatti formano il proprio stile ed educano il proprio gusto immaginando il nostro Novecento poetico come bipartito: da una parte starebbe Ungaretti alfiere dei procedimenti analogici derivati dal surrealismo e dal simbolismo francese, dall’altra Montale con la poetica degli oggetti che ha una stretta affinità, se non una parentela diretta con il correlativo oggettivo e il Modernismo angloamericano...

Vie per perdere il senso

Beckett e Tadini

Giuseppe Nibali

"Il significato di un testo è ciò che l’autore ha voluto dire con l’impiego di particolari simboli linguistici. Essendo linguistico, questo significato è pubblico, cioè identico a se stesso e riproducibile in più di una coscienza. Essendo riproducibile, è lo stesso in ogni tempo e in ogni luogo della comprensione. Comunque, ogni volta che questo significato viene costruito, il suo significato per l’interprete (la sua significanza) è differente». Queste sono le parole con cui il critico letterario statunitense Eric Donald Hirsch si riferisce alla connessione tra significanza e significato, nel campo minato dell’ermeneutica. Hirsch, nei suoi principali lavori, Validity in interpretation e The aims of interpretation critica, insieme ad Heiddeger e Gadamer, tutti gli altri “atei cognitivi”, ossia i promotori di un metodo ermeneutico atto a vedere l’opera solamente entro lo stretto rapporto che il proprio autore ha con essa. Uno dei nodi che Hirsch cerca di sciogliere è questo: riuscire a distinguere, nell’interpretazione di un testo, tra significato e significanza, tra quello quindi che è il significato voluto dall’autore dell’opera e quello che l’opera finisce per diventare con la rappresentazione che ne fa un lettore. Perdere il senso significa appunto mostrare come quel «fatto di coscienza» che è il significato possa anche avere come fine ultimo se stesso, girare, insomma, a vuoto, questo, infatti, «non è un elefante o un albero che se ne stiano già là, manifesti, come oggetti dall’esistenza data: nella sua realtà indeterminata, il significato non significa niente (o può significare tutto, il che è la stessa cosa) finché qualcuno non intende costruirlo, con un atto consapevole di espressione (la scrittura) o di comprensione (la lettura)"...

Ultime glosse sull'ambiguo Pasolini

Massimo Sannelli

La morte scritta secondo elegia e profezia sfocia nella morte realizzata. Ecco Pasolini. Proviamo a parlarne come chi è all’interno della società dello spettacolo: per professione e per passione. Al professionista dello spettacolo (attore, sceneggiatore, regista) interessa l’uscita – di scena – di chi sa che non potrà avere, fuori, un suo simile: non avrà né sposo né sposa, nessuno, e di mamma ce n’è una sola (e la mamma ha ottanta anni). La base del possibile film è in questa singolarità. Iniziano gli anni Settanta, cioè il tempo di morire, come nella lettera alla fidanzata di Ninetto Davoli: «Tu sai che mia madre ha ottant’anni: fra un po’ sarò solo al mondo. Io muoio al pensiero che Ninetto non sia più il mio Ninetto. Ma naturalmente non posso chiedergli di lasciarti, sarebbe disumano da parte mia, e anche inutile. Come non chiedo a te di lasciare lui: io non posso farlo. Ma siccome questa è una vera tragedia, e tu ci sei coinvolta, è bene che tu sappia tutto»...

NOTE E RIFLESSIONI

Ricordando Ezio Raimondi, maestro ideale

Maria Raffaella Cornacchia

E fu Maestro anche mio, non solo o non tanto come professore all'università, ma soprattutto in anni più adulti, quando meglio ho capito il senso del suo insegnamento, al di là della preparazione per gli esami. Ricordo dunque in primo luogo ciò che imparai subito da lui: l'importanza della presenza scenica quando si vuol trasmettere qualcosa agli altri. Le sue lezioni erano puro teatro: percorreva con lunghi passi delle sue lunghissime gambe la vasta aula universitaria dove si stipavano centinaia di ascoltatori («a che anno sei?» «oh, non faccio lettere, ma medicina: sono solo venuto ad sentirlo, dicono sia divertente!»); dimenava come flessibili rami di pino le sue spropositate braccia, e intanto la voce si abbassava talvolta, diaframmatica e nasale, o si elevava bruscamente, facendoci sussultare tutti. Quello che diceva, quello che leggeva, prendeva così corpo e carne, risonanze inattese che poi non si sarebbero più cancellate, che sento riecheggiare involontariamente nella mia voce, eredità forse sbiadita ma pronta a riaffiorare inaspettata, come certe espressioni del volto che sembrano quelle di un avo noto solo dalle fotografie. Ricordo poi lo sgomento, seguendo le sue lezioni, di fronte alla vastità immemorizzabile...

Cantus Circaeus, il tema della crisi universale

Lucia Pietrafesa

Alla seconda opera pubblicata a Parigi, nel 1582, Bruno diede il titolo di Cantus Circaeus. Anche questo testo, come il De Umbris Idearum, è composto «per una ordinata esposizione di quella prassi della memoria che egli stesso chiama prassi del giudicare». Si tratta, anche in questo caso, di un’argomentazione di carattere mnemotecnico, al cui interno, il suggestivo incantesimo operato da Circe è utilizzato come espediente per presentare i principali insegnamenti della nuova ars memoriae. Il primo dei due dialoghi di cui è composta l’opera è, indubbiamente, quello più interessante ai fini della nostra ricerca. Introdotto da Jean Regnault, segretario di Enrico d’Angoulême e fratello naturale del re di Francia Enrico III, il complesso dialogo tra Circe e la sua ancella Meri, ambientato nel castello della maga, si distingue nettamente dal secondo soprattutto per la problematica etica che svolge. Il lamento di Circe ha inizio con un’invocazione al sole, affinché ponga rimedio al caos in cui versa la natura...

OFFICINE DELLA RICERCA

La parola della trascendenza

Denise Trocchi

La direzione di questo scritto si può cogliere a partire dalla struttura sintattica del suo titolo, “La parola della trascendenza”: il genitivo può leggersi come soggettivo o come oggettivo a seconda che rappresenti il soggetto o l’oggetto dell’azione implicata dal sostantivo “parola”, da cui il genitivo dipende. In senso oggettivo, la parola della trascendenza è la parola che tenta di esprimere la trascendenza. Tentativo votato al fallimento, come testimoniano i versi di Giuseppe Ungaretti e Dante Alighieri. In senso soggettivo, la parola della trascendenza è la parola pronunciata dalla trascendenza, fatta risuonare dall’oltre stesso. Questa Parola è l’Altro (Emmanuel Lévinas), è Cristo di carne e di sangue (San Giovanni evangelista), è “the unheard Word” (Thomas Stearns Eliot).  In un modo o nell’altro, la parola per gli autori citati è stato il termine di un rapporto personale e ha rivelato loro la possibilità della relazione più misteriosa di tutte: la relazione con la trascendenza...

POETANDO

Taccuino di Bosnia Luca Mozzachiodi

Echi e ricordi Maria Raffaella Cornacchia

da Come dio su tre croci Giuseppe Nibali

LETTURE E RECENSIONI

Labile, antinomico limes.

Su Lettera dalla dacia di MatteoVeronesi

Elisabetta Brizio

Il pensiero ossessivo di sé e della perdita di ogni fede insegue l’autore, come un demone perpetuo, fino alla sparizione della radice del proprio linguaggio. Il soggetto poetante – spettrale – è alla presenza di una ‘aspra’ estraneità di idioma: ed è proprio l’estraneità che pone in essere la spettralità del soggetto insieme all’incombenza della scrittura. Lettera dalla Dacia è un testo sul ritorno. Ma la ricognizione dei luoghi non porta a considerazioni di ordine generale sulla loro irriconoscibilità frustrante, o sulle sfasature dei nostri ricordi. Come avviene, ad esempio, nell’Attore di Mario Soldati: «Disprezziamo tutto ciò che di nuovo è stato fatto durante la nostra assenza, fatto come se noi fossimo morti, e che, quindi, ha per noi qualcosa di repugnante e di funebre, anche se, esattamente il contrario, è la manifestazione stessa della vita». Il corsivo, importante, è già nel testo di Soldati. Quella di Veronesi non è la traduzione in versi di una relazione di viaggio, ma la rifigurazione di una erranza autobiografica, un tornare a se stessi: «anche qui torno a me stesso, mi vengo / incontro». «L’homme est l’être qui ne peut sortir de soi, qui ne connaît les autres qu’en soi…», scrive Proust in Albertine disparue. Non è possibile sfuggire ai nostri pensieri. Si è sempre en soi: in sé...

NARRANDO

Due Storie

Margaret Collina

Caro Antonio mio, mio caro figlio, non ti stupire della mia lettera né che io ti chiami in questo modo. E’ ora che tu sappia apertamente ciò che hai sempre sospettato, o magari immaginato. Hai l’età per sapere che lo zio debosciato, innominabile, ma che, almeno nel viso, ti somiglia tanto, è tuo padre. Mi tranquillizza la convinzione che la memoria di tua madre è salva perché, dopo più di dieci anni, la morte rende il ricordo di chiunque impermeabile a qualsiasi malignità e cattiveria; in più, la mia irreversibile situazione ti permette di liberarti, nello stesso tempo, di un dubbio ancora irrisolto e di qualunque impegno filiale nei miei confronti. E’ inutile che cerchi di abbellire la mia immagine...

EVENTI E INTERVISTE

L'amore ai tempi delle mostre

Maria Teresa Martini

Ben tre tele de Il bacio di Hayez, precedute, qualche sala prima, da L’ultimo bacio di Romeo e Giulietta, aspettano gli innamorati a Milano. Sono circondate da altre cento opere, inserite nella mostra dedicata al grande artista, alle Gallerie d’Italia, in  piazza della Scala (fino al 21 febbraio 2016). I capolavori sono messi a confronto in diverse versioni, accattivanti e di successo,  e tutti i visitatori potranno baciarsi accanto allopera icona di Hayez: bacio-abbraccio appassionato di un  fuggitivo, forse alpino, e una tenera amante, in frusciante seta turchese o in mise candida e più pudica. Per  gustare a pieno la visita,  si può usufruire di uninnovativa videoguida su tablet, con contenuti multimediali. Francesco Hayez (Venezia 1791 – Milano 1882): nellesposizione assumono particolare rilievo i temi  autobiografici. Ce lo confermano  i suoi autoritratti, autocelebrativi, ma realistici e rispettosi del passare degli anni, scanditi per decenni: da bohemien  (nelle prime sale) a persona matura (negli spazi centrali), fino alla vecchiaia, nelle ultime pareti. Nelle prime sale figurano gli anni dell’amore per la cultura classica, per i grandi miti,  fino alla massima espressività nei temi sentimentali, come  in due tele di Malinconia e nelle tre del Bacio, (dipinto-icona simbolo di una passione  sospesa fra le attese e le inquietudini del Risorgimento)...

Il presente di Anceschi

Margherita Carlotti

Nell’ambito dei dibattiti curati dalla Casa dei Pensieri, per ricordare i vent’anni dalla morte del critico Luciano Anceschi,   il 10 settembre si è tenuto a Bologna l’incontro “Il presente di Anceschi. La poesia e l'estetica nel pensiero di Luciano Anceschi, venti anni dopo”. Sono intervenuti  Fausto Curi, Carlo Gentili, Niva Lorenzini, Marco Macciantelli. Presiedeva Margherita Carlotti, della quale pubblichiamo il discorso introduttivo...

 

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