Bibliomanie.it

N°39 Maggio/Agosto 2015 

SAGGI E STUDI

The mirror of one's (spiritual) self

Elizabeth I translates Marguerite De Navarre

Luca Manini

In a painting by Matthias Grünewald, the Archangel Gabriel appears to the Virgin Mary: a gust of wind moves the robe and cloak he’s wearing and, at the same time, stirs the pages of a book, the book that Mary was reading; some words are made clearly readable by the painter: Ecce Virgo… Mary was reading the prophecy which announces the miraculous birth of Christ; she was reading and pondering on it; we are allowed to think so by recalling the words of Luke in his Gospel: while the three kings were adoring Jesus, “Mary kept all these things and pondered them in her heart” (2, 19). Grünewald is not the only one who depicted the Virgin Mary in the act of reading. We can remember the paintings by Antonello da Messina, Piermatteo d’Amelia, Tiziano and Giorgione. All these painters show us a woman reading and pondering. Keeping this image in our minds we can shift our attention to a woman who actually read and pondered on religious matters, Princess Elizabeth, who, at the age of eleven, in 1544, translated a poem by Marguerite de Navarre as a New Year’s gift for her stepmother, Catherine Parr; the poem was Le miroir de l’ame pecheresse, probably written during the 1520s and published in 1531, a poem referred to as “a poetic manifesto of reformist doctrine that caused an explosion of disapproval among French religious authorities” and which Elizabeth presented as The Mirror or Glass of the sinful soul...

Mistero etrusco

Matteo Veronesi

Il “mistero etrusco” (che, a ben vedere, tale non è, o è solo in parte, o è forse, oramai, un "mistero in piena luce", essendo l'alfabeto etrusco perfettamente decifrabile, ed essendosi via via venuto chiarendo, negli ultimi decenni, attraverso l'indagine etimologica e il ricorso al metodo comparativo e combinatorio — fondato sul ricorrere di determinati contesti ed ambiti logici, semantici e sintattici —, il significato di larga parte dei vocaboli) non ha cessato di esercitare, specie tra Ottocento e Novecento, la propria duratura suggestione su poeti e scrittori: dal "vaso etrusco" di un racconto di Mérimée, scrigno ed emblema dell'enigma, del perturbante, dell'ombra inquietante, al sarcofago etrusco di un'Elegia Duinese di Rilke, nella cui cavità abita e risuona la voce inafferrabile dell'essere; da Aldous Huxley, che, affascinato dalla splendida, ieratica impenetrabilità di quei suoni intorti e cupi, dalla loro sublime, arcaica ed aristocratica inutilità, definiva l'etrusco — con squisito ed intelligente snobismo — la sola lingua degna di essere studiata da un gentiluomo, fino all'americano Richard Wilbur, per il quale la remota ed ostica desuetudine dell'etrusco è specchio essenziale della condizione del poeta, sempre esule nella storia e fra gli uomini, sempre vulnerabile all'incomprensione, al fraintendimento e all'oblio...

Riscoprire la storia della scienza

Maria Giulia Andretta

La storia della scienza come campo di ricerca autonomo e come disciplina presente nei programmi universitari è molto recente: le prime cattedre vengono istituite sotto dipartimenti umanistici nel 1892 a Parigi, e solo negli anni ’20 in Inghilterra e negli Stati Uniti. In Italia, nonostante la fama e il valore dei patrimoni (perlopiù) storico-scientifici, bisognerà aspettare il 1979; ancor oggi, peraltro, l’inserimento sistematico di questo insegnamento nei percorsi scientifici è parziale, tanto che spesso rimane affidato a scelte e iniziative de facto individuali. La comunità scientifica italiana ha risentito pesantemente di questo ritardo: pure a causa del lungo processo unitario, non ha avuto a disposizione gli strumenti culturali, sociali e istituzionali per incidere sul fronte della divulgazione, cosa che è avvenuta in maniera sporadica e occasionale...

Interrogation il primo libro di Pierre Drieu La Rochelle

Massimo Sannelli

C’è anche la destra sublime: è la destra divina, «dentro di noi, nel sonno». L’approdo è nelle opere terminali di Pasolini, quando la forza di conservazione diventa – poeticamente, non realisticamente – nominabile. A che cosa serve una destra divina? Politicamente, a nulla. Ma la soluzione d’autore, alla fine della Nuova gioventú, è che il problema non è né parlamentare né extraparlamentare: «Vuei: difindi, conservà, preà. Tas: / la to ciamesa ch’a no sedi / nera, e nencia bruna. Tas! Ch’a sedi / ‘na ciamesa grisa. La ciamesa dal siun». Non è politica, oggi, ma la difesa, piú la preghiera, piú la conservazione, oggi, sotto la forma nervosa dell’imperativo, e quindi taci, stavolta la camicia deve essere grigia, come la camicia del sonno, non nera, e neanche bruna. Bisogna odiare – altro imperativo: odia – quelli che «vogliono svegliarsi / e dimenticarsi delle Pasque…». L’allievo degli imperativi è un giovane fascista. Si chiama Fedro, per convenzione poetica: ama il latino e il greco, ha i capelli corti, è «alto e grigio come un alpino». Proviamo a vederlo, veramente. Il nuovo Fedro è coma un alpín, ma non è un alpín: lo sembra fisicamente (occhio di regista non sbaglia, perché è un occhio empirico), ma non realmente, perché i suoi «ventuno, ventidue anni» lo tengono fuori dall’anagrafe della prima e della seconda guerra. Al massimo, sarà stato un alpino del servizio militare, classe 1954 o 1953. Se ha indossato la divisa, l’ha portata senza impegno, come il granatiere Tondelli (classe 1955) in Pao Pao...

Vaticano e III Reich: una relazione difficile

Pierluigi Tombetti

Uno dei grandi dilemmi storici del XX secolo riguarda senza dubbio le reticenze di Pio XII, Eugenio Pacelli (1876-1958), e della Santa Sede in generale, di fronte alle atrocità compiute dal III Reich. Come una vera e propria nevrosi, questi eventi emergono con regolarità inesorabile nelle menti di chi si occupa, per interesse personale o professionalmente, di storia contemporanea: una nevrosi è, essenzialmente, uno stato di conflitto emotivo e psicologico irrisolto, che risale a un vissuto doloroso e influenza sensibilmente i pensieri e i comportamenti di chi ne soffre. Non è azzardato il paragone con le scienze della psiche, in quanto la storia è un iter composto da crocevia in cui le nazioni intraprendono una strada od un’altra condotta da menti-guida che, in quanto persone, manifestano comportamenti umani e sono, di conseguenza, affetti dalle medesime problematiche interiori...

Quadri del settecento musicale italiano

Antonio Castronuovo

Leggo quel che nel 1765 scrive Lalande, nel suo Voyage d’un français en Italie, e sogno la macchina del tempo per poter tornare indietro ed entrare in un teatro di Napoli ad ascoltare Scarlatti o Cimarosa o Pergolesi: «La Musica è soprattutto il trionfo dei napoletani; sembra che in quel luogo le corde del timpano siano più tese, più armoniche, più sonore che nel resto d’Europa. Il popolo medesimo ha in sé il canto: il gesto, l’inflessione della voce, la prosodia delle sillabe, la stessa conversazione, tutto vi segna e vi respira l’armonia e la Musica; così, Napoli è la sorgente principale della musica italiana, dei grandi compositori e delle opere eccellenti». E il fatto che la Musica sia trattata da Lalande con la maiuscola non fa che moltiplicare questo desiderio...

Per l'Esteta Armato di Maurizio Serra

Stefano Chemelli

Non capita sovente che sia un editore trentino, pur prestigioso e apprezzato dal Canada al Giappone, a pubblicare in Italia l’editio princeps di un testo superbo di storia della cultura europea, che – inter alia – il 10 settembre prossimo prenderà anche la strada delle librerie francesi, attraverso l’onorata ospitalità delle Éditions du Seuil, da sempre insigni quanto esigenti. Eppure ciò avviene per L’esteta armato, il poeta-condottiero nell’Europa degli anni Trenta, approdato finalmente in edizione ne varietur per La Finestra Editrice di Lavis (Une génération perdue. Les poètes guerriers dans l’Europe des années 1930, nella versione transalpina). D’altra parte, non accade frequentemente d’incrociare un autore come Maurizio Serra (1955-), biografo, storico della cultura e delle idee, nonché diplomatico di fama internazionale (è rappresentante permanente del nostro Paese alle Nazioni Unite, presso le Organizzazioni Internazionali di Ginevra). Già stimatissimo per studi affatto originali sopra Curzio Malaparte, la Francia di Vichy, Italo Svevo e diverse altre figure e problematiche centrali del Novecento, egli ha dato forse il meglio di sé ne I fratelli separati – uno studio “binario” sulla triade Aragon, Drieu, Malraux...

NOTE E RIFLESSIONI

Rilettura pensosa di due classici europei: Böll e Yourcenar

Lorenzo Tinti

Quando uscì Opinioni di un clown (Ansichten eines Clowns), nel 1963, il mondo sembrava non essere pronto a recepirlo correttamente, e men che meno pareva esserlo la Repubblica Federale Tedesca, la quale fiduciosamente ancora si affidava al carisma del proprio cancelliere, Konrad Adenauer, e ai valori propagandati dal partito di cui egli era stato fondatore, l’Unione cristiano-democratica (CDU). Per le sue accuse dirette, il romanzo destò accese polemiche e dure reazioni soprattutto nell’ambiente cattolico di governo e, ben presto, da caso letterario divenne anche un caso politico. La sentenza di condanna di Böll non ammetteva attenuanti e colpiva al cuore una società che rischiava di sacrificare al demone del benessere la propria coscienza civile e, forse, il proprio senso dell’esistenza. La denuncia di fariseismo che egli riversò sul clericalismo politico del proprio paese presentì l’imminenza di una vera e propria rivoluzione sociale: l’avvento della socialdemocrazia di Willy Brandt (1964) – così come la nascita di numerosi movimenti di rottura (Femminismo, Ambientalismo, Anti-nazionalismo) – rappresentò un nuovo atteggiamento verso il recente passato, per il quale l’unica possibilità concessa al futuro della Germania era affrontare con onestà la pesante eredità del nazismo e non nasconderla dietro un facile moralismo di facciata...

Sull'identità dell'intellettuale europeo d'oggi

Sarah Tardino

Marina Cvetaeva ha scritto: “Tutti i poeti sono ebrei”. Proficuo chiedersi subito, forse, in che senso una figura determinante nella civiltà letteraria russa del secolo passato abbia rivendicato un’identità culturale così precisa – e, conoscendo la Cvetaeva, non si trattava di una mera presa di posizione intellettuale, assunta per affinità o solidarietà da vittima. Ella puntava più in alto. Analogamente, è oltremodo interessante domandarsi cosa si afferma quando si dice “siamo tutti ebrei”? – o “siamo Charlie Hebdo”. E che significhi – di là dallo slogan e dalla sua efficacissima portata emotiva – assumere un’identità e rivendicare, in virtù di essa, un prototipo esistenziale. Un’eccellente risposta al primo quesito – e forse anche al secondo – la offre, a nostro sentire, un testo mirabile di Judith Riemer e Gustav Dreifuss, pubblicato anni fa pure in un’egregia traduzione italiana (Giuntina, Firenze, 1994). Vi si parla di Abramo. Come nessuno ignora, Abramo è il progenitore dei tre grandi monoteismi: dalla stirpe di Sem, figlio di Noè, egli viene prescelto per portare la sua tribù fuori dal paganesimo, ed è colui che sente la voce divina intimargli: “Vattene via dalla tua terra natale”. Via verso una terra promessa dal Dio...

Riflessioni storico-critiche sull'intricata ricezione europea di Francesco Zorzi

Maria Giulia Andretta

La tardiva condanna all’Indice delle diverse dottrine presenti nelle opere di Zorzi contribuì alla loro rapida diffusione soprattutto negli ambienti veneti, tanto che Venezia diventerà il centro della loro diffusione europea. Pochi anni dopo la morte del frate – avvenuta nel 1540, com’è noto – fra le attività di volgarizzazione editoriale dell’Accademia veneziana, o Accademia della Fama, fondata nel 1557, c’è già in programma, nel settore specifico dedicato alla musica nella “stanza” della matematica, il De Harmonia mundi e la Theologia Platonica di Ficino. L’istituzione ha però vita breve a causa dei debiti contratti nel tentativo di realizzare i suoi ambiziosi progetti, e nel 1561 il Senato della Serenissima decreta il suo scioglimento. Ciò peraltro non impedisce la diffusione dei suddetti capolavori, la cui fortuna nel milieu intellettuale e accademico continua ad essere – e lo sarà nei secoli… – notevole, dentro e fuori Venezia...

Dalì, il tempo e i quadri infranti

Pierpaolo Lauria

Un classico mito scientista che all’inizio del XX secolo va in frantumi è la visione della natura come un preciso e gigantesco orologio. Newton parlava di dio come un grande orologiaio. Per Keplero la macchina dell’universo era simile a un orologio. Cartesio considerava i corpi, – di uomini o di animali non faceva differenza – automi, per Hobbes il cuore era una molla e per Harvey una pompa. L’enorme meccanismo automatico (l’orologio-natura), che si muove secondo movimenti determinati e ripetitivi svanisce dissolto dagli schizzi imprevedibili e frenetici del tempo...

TRADUZIONI INEDITI E RARI

Ricordo di Tullio Ascarelli

André Tunc

(a cura di Davide Monda)

...Poco prima della morte, Tullio Ascarelli mi diceva le ragioni di questo libro. Era tragicamente consapevole della crisi della nostra civiltà. Forse Roma, più di ogni altra città al mondo, è adatta a far vivere quella mescolanza di grandezza e barbarie che si ritrova in qualsivoglia civiltà umana. Ma come questo ebreo, che si era visto minacciato, con la moglie e i figli, per la semplice appartenenza ad una razza, avrebbe potuto restare insensibile alle ombre del tempo presente, più minacciose delle cupe stradine schiacciate, di notte, fra i grandi palazzi romani? Il diritto, in sé e per sé, gli sembrava una questione ben poco importante. Cosa è mai un buon notaio, un buon procuratore e persino un buon giudice, se è soltanto un giurista, e se non è, anzitutto, un uomo fra gli uomini? Ai suoi studenti, i cui padri erano stati spesse volte razzisti, si sforzava di dare una formazione morale e politica. Ma, nel contempo, s’interrogava. Aveva la consapevolezza che l’umanità si era sviata o che, a ogni modo, aveva dimenticato, nel suo cammino, alcuni valori fondamentali che occorreva ritrovare...

Per Laura o per Beatrice? Le due voci d'Europa

Ezio Raimondi in dialogo con Giuseppe Mazzotta

Davide Rondoni: Quando si ha che fare con due grandi autori, due grandi classici, in questo caso, come Dante e Petrarca, ci si accorge che il problema non è tanto che, da molti anni, da molti secoli, si parla di loro, ma è che da molti anni e da molti secoli loro parlano di noi. E quindi, l’attenzione alla loro opera, è un modo con cui uno presta attenzione a se stesso. Il classico è tale, infatti, perché continua a dire qualcosa di vivo alla mia vita. Abbiamo voluto soffermarci, in questa edizione del Meeting, su questi due autori, in particolare su Dante e su Petrarca, non solo per la ricorrenza che molti voi sanno, del settecentesimo di Petrarca, che ricorre quest’anno, e che ha visto in tutto il mondo, e in tutta Italia, anche celebrazioni; ma perché ci sembra possibile anche verificarlo e impararlo dai due amici e professori che ho di fianco a me; ci sembra che nel rapporto, nella differenza, nella discussione, nel legame, che esistono tra questi autori, sia messo a fuoco, sia indagato, sia inquietata una questione che ci riguarda e che è il rapporto tra me, la mia coscienza, la mia vita, il tempo, il tempo che passa, il tempo come dimensione della storia. Ed è ciò che può salvare il tempo, ciò che può salvare la storia. Sono due autori, cristiani, con un accento profondamente diverso, ma anche con tanti accenti che si richiamano. Ora, quello che faremo adesso, per questa oretta, oretta e un quarto, è quello di provare a indagare il loro colloquio, le loro differenze, appunto. Questo per vedere anche, nella nostra vita, nel modo con cui noi pensiamo a noi stessi, al rapporto con il tempo e con ciò che può salvare il nostro tempo, la nostra vita, quali sono le differenze, quali sono le possibilità...

OFFICINE DELLA RICERCA

Tra testa e croce

Barbara Maiorelli, Erica Mazza

L’Italia ieri, oggi… Il mondo ieri ed oggi! Che cosa è cambiato, che cosa si vuole dimenticare e che cosa invece si vuole ricordare. I ricordi fanno male, ma al fine di preservare la memoria, nonché la storia di un paese, è necessario raccontarli e tenerli in vita nella nostra gente, nelle menti dei nostri coetanei, affinché ciò che è successo, non accada mai più. Questo lavoro non è altro che una raccolta di testimonianze dalle quali traspare speranza di una vita nuova e di salvezza, sullo sfondo di una guerra fatta di atrocità e delitti contro l’umanità. Abbiamo esplicitamente voluto che i racconti fornitici non fossero censurati, né modificati in alcun modo, lasciando così la pienezza dei soli ricordi belli e non belli che le persone intervistate hanno voluto trasmetterci. Ciò che ci auguriamo è che, attraverso la lettura di queste esperienze di vita vissuta, si possano tramandare l’importanza della bontà; soprattutto della parola LIBERTA’!..

NARRANDO

La bestia

Isabella Cattaneo

La bestia ha occhi di velluto, iridi grandi, pupille vibranti, lo sguardo luminoso avvolge con dolcezza. Ho seguito gli occhi della bestia dal Ghana a un mare sconosciuto. Rive affollate, macerie, dolori e grida erano ovunque, da una città si alzavano due grandi case costruite come bottiglie rovesciate, vicino a queste, l'ultimo piano di una torre altissima ruotava su se stesso, un miracolo per me, ma tutto questo lo vedevo già vecchio, logoro e devastato da una recente rivoluzione. Eravamo a Tripoli, per una donna africana ero già alle soglie della vecchiaia, perciò di quel lungo viaggio avevo subito una stanchezza al limite della rinuncia, ma accanto a me ritrovavo nei momenti più disperati gli occhi di velluto, ed allora,  paura e fame li sentivo svanire, dissolti dal suo sguardo. Trascorsi con lui alcuni giorni, rimarranno i più felici della mia vita. Oggi guardo un domani vuoto e buio, ho sempre freddo e attorno a me parlano una lingua sconosciuta. Il ricordo di quella sera è diventato l'ossessione del presente, un chiodo conficcato nella mente che impietoso mi fa rivivere ogni attimo. Una sequenza del vissuto che si ripete all'infinito, un Presente che non vuole cedere al Futuro...

Mille modi per finire

Margaret Collina

Stanotte avevo una gran sete, mi sono alzata, ho aperto il rubinetto ma l'acqua era tiepida. Non ricordo in 90 anni di vita di aver avuto tanto caldo. Così, in camicia da notte, ho aperto la porta di casa che dà sulla strada del paese e mi sono seduta su una sedia. C'erano tante stelle, e a molte ho dato il nome di quelli che ho conosciuto e ora non ci sono più. Poi devo essermi addormentata: quando ho aperto gli occhi le stelle c'erano ancora, ma non più le case né la strada. Le stelle erano grandissime e vicine, brillavano e mi sorridevano. E io non avevo più caldo né sete, e non ero più sola...

Maria, verso Cartoceto

Dentro un orizzonte di colline

Franca Mancinelli

È scritto all’anagrafe e in ogni documento che mi appartiene: Maria, il nome che ho cancellato da questa Franca che rimane. Scomparso dalla mia firma. Un solo nome: due sillabe che mi pronunciano, che mi sottraggono al silenzio. Sono già molte per esistere. E anche la voce degli altri mi ha riconosciuto, mi ha chiamata Franca, semplicemente: si è fermata, come non ci fosse bisogno di dire ancora. Maria è il nome della madre di mia madre. Mi piace sentire l’eco di questa parola, la profondità che apre indietro, nelle generazioni, come un filo che ci si passa nel buio. In questa ripetizione mi sembra di riportarla in vita, di donarle ciò che le appartiene, che le è dovuto; ha a che fare con qualcosa che non ha fine, che sprofonda alle mie spalle, fino a ciò che non mi è visibile né conosciuto. Da me, oltre me, non so come e se continuerà. Lei è la madre di mia madre, di mia madre, di mia madre. Come scorrendo i grani di un rosario potrei ripeterlo ancora fino a renderla un’espressione muta, un’onda sonora che viene e ritorna nel silenzio. Maria è il nome che ogni donna porta. E davvero nelle nostre campagne marchigiane non c’era madre che non desse a sua figlia questo nome, come invocazione, come ringraziamento. Se non era il primo nome era il secondo, per custodirla...

DIDACTICA

Menzogne dell'eugenetica

Filippo Pizzirani

Analizzando i casi storici di eugenetica applicata in modo massiccio alla società, niente riesce ad eguagliare la società del Terzo Reich. La Germania nazista, secondo i piani di Hitler, doveva essere infatti popolata da una società avente precise caratteristiche razziali. In particolare, la cosiddetta “razza ariana” era considerata l’unica razza superiore all’interno di una vera e propria gerarchia i cui ultimi posti erano occupati dalla “razza ebrea” – è importante specificare subito che, attualmente, vari studi accreditati e affidabili hanno dimostrato che il concetto di razza è affatto privo di significato scientifico. Onde permettere ciò, nell’ottica nazionalsocialista, era necessario eliminare fisicamente tutti i soggetti che avrebbero potuto compromettere la purezza razziale: disabili, malati mentali, omosessuali, zingari e soprattutto ebrei. Il primo passo dell’eugenetica nazista fu una sterilizzazione di massa, obbligatoria per certe categorie di persone, come gli alcolisti e tutti gli affetti da disturbi mentali. Nonostante la sterilizzazione scongiurasse la riproduzione di chi soffriva di disabilità, tali persone dovevano comunque essere mantenute a costo dello stato. In breve tempo il regime ideò numerosi manifesti e filmati propagandistici per convincere la popolazione ad approvare moralmente lo sterminio dei “diversi” per mere ragioni economiche, e venne ideato un preciso programma. Tale programma è noto come Aktion T4, nome derivato da “Tiergartenstrasse 4”, l’indirizzo del palazzo berlinese sede dell’ente pubblico per la salute e l’assistenza sociale; i nazisti si riferivano tuttavia al programma con il codice EU-Aktion. Inizialmente, a partire dal 1939, le vittime del regime furono esclusivamente neonati e bambini affetti da gravi patologie, ma in seguito la gamma delle persone da uccidere si allargò sino a comprendere anche tutti gli adulti giudicati pazzi o malati...

LETTURE E RECENSIONI

Raccontare la scuola

Testi, autori, forme del secondo Novecento di Cinzia Ruozzi

letto da Magda Indiveri

“Sono entrata per la prima volta in una scuola a cinque anni e non ne  sono ancora uscita….” Non sto parlando di me, sto citando il libro di Miriam Coen  Lettera di una professoressa. Parlo da insegnante, una che è fuori ma anche dentro queste storie abilmente cucite insieme da Cinzia Ruozzi, e dunque, come dice Starnone, continuo a non uscire dalle foto scolastiche. Parlo parole di altri ma parlo di me (“de me fabula narratur”), come sempre facciamo insegnando. Un destino. Faccio passare me – il cammello – nella cruna dell’ago della disciplina. In questa occasione sono l’insegnante che parla dell’insegnante che ha raccolto e sistematizzato storie di e su insegnanti. Un capogiro. Ma anche un’indicibile soddisfazione. Anch’io sono stata precaria, “errante”, ho redatto piani, ho riso di colleghi strani, mi sono arrabbiata, mi sono lamentata, ho espresso speranza e disincanto. Ho insegnato ai piccoli, agli ultimi, ai disabili, ai figli di “famiglie bene”. E nello scaffale virtuale che è questo libro, mi ritrovo e mi rileggo. Mi chiarisco. Stiamo bene dentro la letteratura, dentro alle storie...

Follow your dreams

Il bosco interiore di Leonardo Caffo

letto da Elisabetta Brizio

“Crisi”: tale il concetto-chiave di questo libro, e insieme la temibile insidia a cui esso cerca di offrire una soluzione. «La crisi porta progresso», diceva Einstein, una delle autorità qui richiamate. La parola deriva infatti da kríno, “separare”, “distinguere”, “discernere”, designa allora un momento risolutivo che determina la dismissione di una maniera di essere per un passaggio radicale ad un’altra. Si ha la sensazione di vivere alla fine della storia, viviamo una crisi profonda che ci rende inclini all’astensione, all’adattamento, all’accettazione acritica del luogo comune. Insieme all’impressione di una esperienza incompleta, anonima, “qualunque”. È il mondo-Moloch, quello dell’urlo di Ginsberg: «Moloch che mi è entrato presto nell’anima!», «Moloch in cui io sono una coscienza senza un corpo!», «Moloch che col terrore mi ha tolto alla mia estasi naturale!» (Howl, tr. it. di L. Fontana). Ma abdicare a Moloch, sottoscrivendo lo stigma di soggetti neutralizzati, non è l’alternativa ideale per Leonardo Caffo, che stando a quanto afferma in Il bosco interiore. Per una vita non addomesticata in compagnia di Henry D. Thoreau (Sonda 2015), ha imparato molto presto a distinguere e a disobbedire. Il bosco è non-città ma non è totale isolamento o voglia dell’irrimediabilmente distante. Nel bosco non ci sono soltanto cose sotto altra luce, ci sono altre cose, sicuramente i presupposti per un cambio di prospettive...

Mobilitazione totale  Maurizio Ferraris

letto da Elisabetta Brizio

C’è un racconto di Walter Benjamin, Telefono. Fa parte di Infanzia berlinese, il libro di ricordi postumi, e dice del suo stupore all’apparire del primo telefono fisso, quello che solitamente era collocato nei corridoi degli appartamenti, di come in qualche modo rappresentò «la consolazione alla solitudine», ma anche di come ogni squillo equivalesse a «un segnale d’allarme», a una pallida – rispetto a ciò che avviene oggi – minaccia di mobilitazione. Cosí concludeva Benjamin il suo ricordo: «e come il medium obbedisce alla voce che lo domina dal di fuori, cosí io mi arrendevo a quella qualsiasi prima intimazione, che il telefono mi recapitava» (trad. it. Einaudi 1982, pp. 19-21). Viene da chiedersi come avrebbe reagito al minimo richiamo di uno smartphone. Ad esempio alla domanda «dove sei?», quella che rivolgiamo e che ci sentiamo rivolgere a ogni segnale del nostro telefonino, che si avvicina – Ferraris scrive – a una «infrazione dell’habeas corpus» (p. 4), e che rende in estrema sintesi il carattere militare della «chiamata». Habeas corpus ad subiciendum, abbi il tuo corpo a disposizione, sentenza che rivendica quella individualità assoluta, contraltare umano e laico, imperium in imperio che l’entità presuntamente virtuale dell’impassibile macchina degli attuali media ha messo fortemente in discussione. Perché, a differenza di quanto avveniva con il telefono fisso sprovvisto di memoria, la «chiamata» che viene dal nuovo medium è rivolta direttamente a noi, interrompe di continuo le nostre occupazioni, soprattutto è registrata, e pertanto finalizzata all’azione...

 

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