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Al Caffè Margherita
130 anni dopo o poco più

FEDERICO CINTI

 

Quando, per il 20 dicembre 2016, sono stato invitato a presentare alla Casa della conoscenza il volume 130 anni a Casalecchio. Caffè Margherita, di cui qui tenterò – in modo del tutto personale – di parlare, ho pensato a lungo al motivo vero per cui da circa un decennio ho preso a frequentare quel bar, così particolare com’è sotto il portico di Palazzo Quadri, all’angolo delle vie Porrettana e Marconi, a due passi dal Reno, dove spesso la vita sembra soffermarsi un po’a riflettere su se stessa per poi procedere inesorabile senza sosta. Ho pensato, dicevo, ho ripensato, e non ho trovato parole migliori per esprimere quel che provo nel recarmi là se non il famoso verso di Carducci: «un desiderio vano de la bellezza antica» (Nella piazza di san Petronio, 20). Tutto tra quelle quattro mura racconta qualche cosa, un aneddoto, un personaggio, una storia, e così lo vivo quale un luogo della memoria, anche della mia personale memoria, un luogo di costruzione dellidentità di un territorio o di un semplice modo di essere, il passaggio del testimone da una generazione allaltra, anche alla mia.

Le orme del tempo non svaniscono, come bugie vane, al Margherita, ma impregnano gli angoli, ingannano i vetri, restano aggrappate al muro in fotografie a pegno di futura memoria. In una di esse ci sono anch’io: in una bella giornata di fine maggio presentavo una mia raccolta di sonetti, Bestiario. Ritratti veri di persone false (Bologna 2013), e ho il singolare onore di essere una delle immagini più recenti, forse una delle ultime in ordine di tempo. Oltretutto, quella foto suggella pure la chiusura del libretto e questo riguardo riservatomi lo vivo alla stregua di una non piccola responsabilità in termini di custodia di un pezzo di storia locale. Ho molto apprezzato l’idea di riprodurre questa stessa dimensione del Caffè all’interno della pubblicazione: non è solo una memoria raccontata dalle parole, ma anche e soprattutto documentata dai volti e dai gesti di chi è passato, volontariamente o involontariamente, tra quei tavoli e quelle sedie. Oggi diremmo che, per Casalecchio di Reno, è stato un vero e proprio social, certo ante litteram, in cui dall’Italia umbertina agli ultimi bagliori della seconda repubblica, si sono incrociati, scontrati o anche semplicemente sfiorati personaggi di varia statura e cultura, dai poeti blasonati quali il già ricordato Giosue Carducci, Umberto Saba o Alfredo Testoni, scienziati del calibro di Guglielmo Marconi e artisti di vario tipo e spessore «Ottavia Piccolo, Nando Gazzolo, Paolo Ferrari, Paolo Calissano, Natalino Balasso, Umberto Orsini, Gaspare e Zuzzurro, Anna Proclemer, Lelio Luttazzi con Lauretta Masiero», tanto per citare i nomi ricordati dal curatore, Pier Luigi Chierici, oltre naturalmente alle persone comuni che non fanno la storia, ma solo la vita di tutti i giorni.

Al Margherita, è proprio il caso di dirlo, l’arte ha fatto il nido: la vicinanza al Teatro comunale ha alimentato il coagulo di professionisti dello spettacolo. Eppure, mi pare che il posto donore lo abbia e debba averlo la musica, perché tra gli anni Settanta e Ottanta avevano preso labitudine di frequentarlo il giovane ed emergente Vasco Rossi, il paroliere Stefano Scandolara, il tastierista e compositore Gaetano Curreri e il chitarrista Maurizio Solieri. Anima di questo fermento creativo è stato senza dubbio il poliedrico Mauro Ventura, gestore del Caffè dal 1973 sino alla morte improvvisa e del tutto inaspettata, avvenuta il 23 febbraio 2017. Sarebbe giusto ricordare con maggior cura la sua attività di DJ per Punto Radio nella trasmissione Cortocircuito, la sua passione per il canto e lo spettacolo in genere per non dire della sua creatività nel comporre canzoni. Altri e ben più esperti di me potrebbero raccontare del suo apporto geniale ed effervescente in ambito musicale. Io posso dire che con Mauro non ne ho mai parlato, forse casualmente, forse volutamente: non lo so dire adesso, non lo so dire più né posso chiedere il suo parere a riguardo.

Nell’entrare, lo trovavo a destra, dietro il bancone, a far finta di preparare sandwich o farcire brioche; oppure, seduto a sinistra nel primo tavolino, lo sentivo discutere animatamente con non sapevo mai chi, finché non trovava un punto dintesa in una risata o in una battuta salace. Ho sempre pensato di stargli simpatico: nel vedermi entrare, interrompeva ciò che stava facendo, veniva a salutarmi e aveva sempre la parola giusta per loccasione. Con il tempo ho capito che era così con tutti, anche con lultimo avventore. Lo so, lo so bene: dal suo bancone o dal suo tavolino, scrutava ogni persona e ne conosceva le pieghe intime dellanimo. Penso che sia sempre stato così: un fine conoscitore del mondo e degli uomini. Eppure, penso di essergli stato simpatico per davvero e la stima era reciproca. Non posso ricordare il suo volto, ma la sua voce e i suoi racconti li porterò sempre con me. Aveva chiesto il mio parere persino la volta in cui progettava di raccontare la sua Casalecchio attraverso gli occhi del Caffè Margherita. Sapeva che molto avrebbe tralasciato e allora avevamo deciso di recuperare, quando il locale avesse compiuto centoquarantanni. Rammentarlo adesso sa di una dolcezza amara, adesso che ancora diciamo, nonostante tutto, dandoci lappuntamento, che «ci si vede da Mauro».

Per il libretto in questione avevo fatto del gestore del Margherita un piccolo, semplice ritratto, naturalmente in forma di sonetto. A rileggerlo ora trovo che sia onesto, fin troppo rispettoso, nel senso che forse Mauro avrebbe preferito il graffio, il morso, la battuta feroce. Mi disse che gli piaceva molto, che addirittura lo pubblicava così comera, perché si rispecchiava proprio nelle mie parole.

 

A MAURO

 

Simile a un vecchio gatto un po’sornione

dopo le scorribande di una vita,

dal corridoio angusto del bancone

nel suo storico bar, il Margherita,

 

sonnecchiando per finta o professione

agli occhi di una fauna divertita,

di cui sa con estrema precisione

ogni minima cosa, anche proibita,

 

Mauro dà sfogo alle sue turpi voglie

culinarie con piatti da trattore

inventati con arte dalla moglie

 

e narra come un fine dicitore

le storie altrui, raccolte sulle soglie

del suo antico Caffè per ore e ore.

 

Adesso Mauro Ventura ha lasciato il testimone alla moglie, Leda, e ai figli, Cinzia e Michele. Non è eredità semplice da custodire. Sono convinto che 130 anni a Casalecchio. Caffè Margherita sia una sorta di testamento spirituale del nostro Mauro. La sua vera arte, me ne rendo conto ora che non cè più, è larte del vivere. È stato un protagonista di questi decenni strani, così diversi eppure così uguali a quelli di ogni generazione, anni allinsegna della ricerca di un senso, di quel senso nell’apparente finitudine umana di cui canta il suo amico Vasco Rossi, «Voglio trovare un senso a questa vita / anche se questa vita un senso non ce lha». Mauro il senso lo aveva trovato nell’incontro quotidiano con le persone, nel confronto con gli altri da sé, nella reciprocità responsabile e si può ben dire che il suo bar era la sua casa ospitale aperta al mondo, la sua professione era un abbraccio d’inclusione, la sua bonomia uno sguardo sempre positivo alla realtà che ci circonda. In tal modo, il suo andarsene così rapido e così silenzioso ha assunto l’azione consueta di attraversare al semaforo la strada, la Porrettana, per tornare a casa sua, come faceva a metà mattina per riposarsi un po’ dopo le prime ore dall’apertura. Del resto, il fluire del tempo non si ferma, ma non è una corsa vana, non è una macina inesorabile la vita: chi lascia uneredità daffetti non muore del tutto ed è questo forse il senso del vivere nel limite, nellaldiquà, nei giorni che, per quanto lunghi siano, volano via spietatamente veloci. Così a caldo avevo scritto il mio attonito restare alla notizia della sua dipartita

 

ARRIVEDERCI, MAURO

 

E adesso, Mauro, il Margherita è chiuso

al termine di un’ultima giornata

faticosa. Un disordine confuso

anima indifferente un’assolata

 

mattina di febbraio. Mauro, è spento

il Margherita. Il portico fa finta

di nulla: è solo un attimo, un momento.

La ragione non può darsi per vinta

 

davanti alla realtà di questo giorno

improvviso. Ormai il tempo è più che breve

nell’infinito. Mauro, tutto, intorno,

parla di te: la tua presenza lieve

 

si nasconde in ogni angolo, ti cede

il passo tra le seggiole, le porte

di vetro, in cui si vede e non si vede

il passare di vite troppo corte

 

per lasciarle fuggire tra le dita

senza un ricordo. Mauro, forse è tardi

per salutarti ancora al Margherita

come l’ultima volta, se i ritardi

 

sono in fondo l’anello che non tiene

nella corsa del tempo sulle soglie

delle nostre inscindibili catene

che non noi, ma qualcuno certo scioglie

 

imperscrutabilmente. Mauro, e io

che non ti ho dato mai del tu, che adesso

ti voglio ricordare a modo mio,

senza troppa retorica, dimesso,

 

come quando venivo per protesta

a parlare con te, quando portavo

al caffè i miei studenti a fare festa

per le vacanze e mi dicevi: «Bravo,

 

professore! », ti voglio ringraziare

per quello che sei stato, che ci hai dato,

per la tua voglia innata di scherzare

seriamente con gusto raffinato,

 

in un paese che si è fatto vecchio

prima dell’ora, pallido, canuto,

per quello che tu lasci a Casalecchio,

Mauro, e con stima e affetto ti saluto.

 

Davvero oggi ripeto a Mauro quell’arrivederci tanto cordiale, un arrivederci che non è un addio, ma la certezza che nel suo Cafè Margherita Mauro riscalda con la sua presenza dal cielo ancora gli amici che tornano a salutarlo.

 

 

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