Bibliomanie.it

 

Categorie dispotiche ne La democrazia in America

Di Alexis de Tocqueville

 

FRANCESCA ITALIA

 

 

 

 1. Per un profilo intellettuale di Alexis De Tocqueville

 

Alexis de Tocqueville nacque a Parigi il 29 luglio 1805 da una famiglia di lunga tradizione aristocratica, sostenitrice del regime dei Borboni. Tale provenienza, unita alla frequentazione degli ambienti della nobiltà legittimista francese, ebbe un peso notevole sulla formazione del giovane Alexis[1]; tuttavia, con il passare del tempo, egli si allontanò sempre più dalle posizioni familiari.

Sarà forse utile un breve excursus storico per comprendere meglio il delicato periodo della storia francese che Tocqueville si trovò a vivere. Un prima tappa significativa può essere individuata negli eventi che caratterizzarono il 1815, anno in cui, dopo la sconfitta di Napoleone, l’Europa fu attraversata da una restaurazione monarchica che vide i Borboni tornare sul trono di Francia. Tale restaurazione portava però con sé alcune novità importanti. La Rivoluzione francese aveva, infatti, cambiato il corso della storia, aveva promosso nuovi ideali e fatto emergere le contraddizioni dell’Ancien Régime: ora non si potevano più ignorare gli irreversibili cambiamenti politici e sociali realizzati attraverso la stessa. Essa, in qualche modo, rappresentava un taglio netto col passato e, dunque, un nuovo inizio; in tale contesto, il nuovo re, Luigi XVIII, non poteva chiudere gli occhi davanti ai mutamenti avvenuti durante il periodo rivoluzionario e rimanere ancorato all’antica visione del potere: egli, dunque, approvò una Carta Costituzionale che in parte limitava i suoi poteri, senza, tuttavia, rinnegare il carattere divino della monarchia francese.

A Luigi XVIII succedette, nel 1824, il fratello Carlo X, che decise di ignorare l’azione politica intrapresa dal suo predecessore e, nel 1830, emanò una serie di decreti di stampo reazionario, noti come Ordinanze di Saint-Cloud, con i quali si limitava fortemente la libertà di stampa, si scioglieva la Camera dei Deputati in Parlamento e si modificava la legge elettorale in senso più restrittivo. Tutto ciò, agli occhi dei francesi, si configurò come un ritorno al recente passato che aveva preceduto la rivoluzione e scatenò violente reazioni, che sfociarono in seguito nella cosiddetta Rivoluzione di Luglio, con la quale Carlo X, ultimo sovrano della dinastia dei Borboni, venne rovesciato e sostituito da Luigi Filippo d’Orléans, il quale assunse il titolo di re dei Francesi, titolo che doveva, in qualche modo, sottolineare l’importanza politica del popolo, a scapito del carattere divino che aveva contraddistinto fino a quel momento la monarchia francese. Dopo una prima fase di grande popolarità, il governo di Luigi Filippo d’Orléans venne via via sempre più percepito come conservatore e reazionario. Le mutate condizioni politiche, unite alla crisi economica degli anni ’46-’48, porteranno infatti a nuove rivolte popolari.

Abbiamo sopra brevemente accennato alla situazione politica e sociale della Francia in cui Tocqueville si trovava ad operare. Si trattava di una Francia uscita dalla Rivoluzione, una rivoluzione talmente radicale da porre le basi per la nuova società futura; una rivoluzione che rifiutava i codici dell’Ancien Régime in nome dei nuovi ideali di uguaglianza, fratellanza e libertà che essa stessa contribuì a diffondere in tutta Europa. Ma era anche una Francia in cui il processo della Restaurazione aveva restituito il potere all’antica monarchia, che non fu in grado di capire che i tempi erano mutati realmente e che non seppe, dunque, adattare l’attività dell’autorità sovrana al nuovo contesto della Francia post-rivoluzionaria. La situazione politica e sociale era, dunque, molto instabile e nuove rivoluzioni erano inevitabili.

Non ci inoltreremo ulteriormente nelle vicende storiche e politiche francesi; quello che qui preme notare è la posizione peculiare del giovane Tocqueville all’interno del panorama politico e istituzionale francese. Come abbiamo sopra accennato, il nostro intellettuale proveniva da una famiglia di antica nobiltà; tuttavia le posizioni conservatrici dell’ambiente familiare non ebbero presa sullo spirito inquieto del giovane. Annota, infatti, Candeloro: “l’aristocraticismo di Tocqueville si collegò fin dalla prima giovinezza a un carattere molto indipendente e a un vivacissimo spirito critico”[2]; non dovette essere facile, dunque, per Tocqueville, scegliere di appoggiare il nuovo governo orleanista, osteggiato dalla famiglia e dall’ambiente in cui era cresciuto il giovane magistrato francese; a queste opposizioni si aggiungevano le perplessità personali sul nuovo sovrano, considerato da Tocqueville, per dirla con Nicola Matteucci, “più un borghese che un re”[3].

L’insigne politologo bolognese aggiunge che, giurando fedeltà alla nuova monarchia instaurata, Tocqueville era peraltro uscito dal circolo vizioso proprio della società politica francese: “egli che, per antiche tradizioni familiari, sarebbe stato tenuto a mantenersi fedele alla dinastia dei Borbone; egli che pure sapeva benissimo come la legittimità delle monarchie non può derivare dalle rivoluzioni o dai colpi di stato, ma dipende soltanto da un consenso secolare e spontaneo. […] Il circolo vizioso, da cui bisognava uscire, era dovuto al fatto che la promessa, sulla quale erano cresciute le speranze degli uomini dell’età della Restaurazione, di una duratura alleanza tra la monarchia e la libertà, era venuta meno; e così si doveva scegliere”[4]. L’unico dovere dei cittadini francesi era, secondo Tocqueville, quello di preservare il Paese dalla ricaduta nell’anarchia rivoluzionaria e l’appoggio alla nuova monarchia orleanista, di cui comunque Tocqueville diffidava, sembrava, nell’ottica del giovane magistrato francese, l’unica  via da percorrere in quel momento. La nuova situazione politica francese, tuttavia, non gli fu favorevole: “non c’era un partito con cui potesse schierarsi, perché nessuno lo soddisfaceva sino in fondo; non c’era un partito che lo potesse sostenere o difendere, perché per alcuni era un traditore, per altri solo un opportunista o un aristocratico camuffato. Tocqueville era solo”[5].

Era, dunque, necessario un temporaneo distacco[6] da una situazione politica, sociale e, ad un tempo, personale, ormai non più sostenibile. Per tal motivo, nel 1831, egli decise di allontanarsi dalla Francia per compiere un viaggio negli Stati Uniti, assieme all’amico e collega Gustave de Beaumont. I due giovani magistrati chiesero e ottennero, dal ministro della giustizia francese, l’incarico di studiare il regime penitenziario americano; a tal fine, sarebbe stato necessario compiere un viaggio negli Stati Uniti che avrebbe permesso una conoscenza più approfondita di tale sistema e avrebbe posto le basi per una eventuale riforma dell’ordinamento penitenziario francese. Nella realtà dei fatti, “l’incarico era soltanto un pretesto”[7]; i due giovani magistrati si sarebbero, dunque,  concentrati su una ricerca di più ampio e profondo respiro, capace di spiegare in modo puntuale e preciso le caratteristiche peculiari e i meccanismi che regolavano le istituzioni democratiche del Nuovo Mondo. Ancora più nello specifico, in questo viaggio Tocqueville vedeva la possibilità di risolvere il problema politico della sua Francia, incapace di trovare stabilità politica e non solo; la fuga negli Stati Uniti si configurava, dunque, come “l’evasione in un mondo del tutto nuovo, tanto mitizzato dalla letteratura dei suoi tempi, che poteva offrire l’immagine di una società democratica in cui la libertà non fosse schiacciata dalla vita politica”[8].

Tocqueville era un liberale e un monarchico moderato: il suo pensiero non poteva quindi essere pienamente in consonanza né con l’azione rivoluzionaria, né con i codici dell’Ancien Régime. Come nota Matteucci, “il pensiero di Tocqueville si costituiva avendo come proprio avversario storico la rivoluzione”: più nello specifico, il giovane magistrato francese “si scagliava contro lo spirito rivoluzionario, che da tanti anni affaticava e snervava la Francia, senza che si potesse intravvedere la fine del contrasto e, con questa, l’instaurazione di una libertà ordinata. […] Tocqueville, pertanto, denunciava tenacemente l’imparità dimostrata dalla sua generazione al compito storico che le era assegnato: salvare la libertà per il nuovo inevitabile assetto democratico. Egli non sentiva l’atmosfera del secolo che si rinnova.”[9]

Allo stesso tempo, Tocqueville si scagliava contro i privilegi, propri dell’Ancien Régime, sopravvissuti alla Rivoluzione, privilegi che continuavano a promuovere la disuguaglianza sociale e politica e facevano di questa disuguaglianza l’essenza stessa della monarchia. Come nota Aron, “Tocqueville, scrivendo dopo la Rivoluzione, non può concepire che la libertà moderna abbia per fondamento e garanzia la disuguaglianza delle condizioni, disuguaglianza di cui sono scomparse le basi intellettuali e sociali. Sarebbe stato insensato voler restaurare l’autorità e i privilegi di un’aristocrazia che la Rivoluzione aveva distrutto.” La libertà dei moderni doveva, pertanto, essere fondata necessariamente sull’uguaglianza delle condizioni. [10]

2. Perché l’America?

Non era, dunque, più possibile pensare di risolvere il problema politico che attanagliava la Francia del tempo senza fare riferimento ad una nuova teoria politica capace di promuovere, contemporaneamente, libertà e uguaglianza nel contesto di una rivoluzione democratica: Tocqueville aveva, infatti, potuto osservare, durante il suo viaggio negli Stati Uniti, il processo reale che vedeva uguaglianza e libertà unite; era inoltre convinto del fatto che quella rivoluzione democratica avrebbe di lì a poco interessato anche il Vecchio Continente in modo significativo. Lo sguardo di Tocqueville era, quindi, sempre rivolto all’Europa in generale e alla Francia in particolare: era necessario trovare un modello nuovo da porre a confronto con il Vecchio Mondo, un modello capace di far emergere pienamente le contraddizioni politiche e sociali proprie del sistema francese e che, allo stesso tempo, fosse in grado di fornire nuovi spunti per la risoluzione dei contrasti. E questo modello Tocqueville lo trovò nel sistema americano. L’America rappresentava dunque, agli occhi del giovane aristocratico francese, la possibilità di capire veramente, e in modo definitivo, quale fosse il compito urgente che spettava alla società europea del suo tempo.[11] Ascoltiamo Tocqueville:

Confesso che in America ho visto qualcosa di più che l’America: vi ho cercato un’immagine della democrazia, del suo carattere, dei suoi pregiudizi, delle sue passioni e ho voluto studiarla per sapere quello che noi dobbiamo sperare o temere da essa[12].

 

Come nota Cristina Cassina, “Tocqueville vide nel Nuovo Mondo la possibilità di scorgere il futuro, non già il passato, della vecchia Europa: le istituzioni e le idee degli Americani, in altre parole, nella sua lettura acquisivano un valore paradigmatico per il fatto che anticipavano ciò che, di lì a poco, avrebbe interessato gli stessi Europei. […]” Il giovane magistrato francese “comparava, per tal motivo, passo dopo passo il caso americano con quello europeo”[13]. La tesi è condivisa anche da Coldagelli, secondo cui “la società democratica americana prefigurava in qualche modo il fine verso cui marciava la storia d’Europa, dove l’affermazione della democrazia aveva comportato, e tuttora comportava, conflitti tanto vasti e dolorosi quanto complessi e oscuri nella loro intelligibilità evolutiva. Solo in America dunque si poteva cominciare a dare risposta alla questione teorica fondamentale, quella della costituzione stessa del corpo sociale”[14] in un contesto veramente democratico, libero dall’ordine politico gerarchico proprio del Vecchio Continente.

In questa sede, risulta interessante analizzare la proposta di lettura avanzata da Gauchet del percorso che ha indotto Tocqueville ad assumere gli Stati Uniti come modello: secondo Gauchet, il punto di partenza dell’analisi tocquevilliana è “lo scandalo costituito dall’incapacità delle nazioni del vecchio mondo di riconoscere ed accettare il proprio ineluttabile divenire democratico”[15].

È come se l’Europa si rivelasse incapace di intravedere la reale portata della marcia inarrestabile della democrazia e cieca davanti al destino assegnatole. Nonostante ciò, nell’ottica di Gauchet, la rivoluzione democratica procede con moto a tal punto inarrestabile e palesa la propria verità in maniera così clamorosa e inconfutabile, che il linguaggio comune non sembra poter fornire termini abbastanza forti per ribadire l’idea dell’ineluttabilità del destino che opera nella storia dell’evoluzione delle società in tale direzione[16]. “Logica vorrebbe che, davanti ad una manifestazione così clamorosa del senso della storia, gli uomini si inchinassero unanimemente e decidessero senza riserve di adattarsi alla nuova condizione imposta dalla Provvidenza”[17]. Tuttavia, ciò non avviene e, in tale situazione, si costituisce lo scandalo: con una perversione inspiegabile le società europee rimangono bloccate nei loro rigidi sistemi. È quindi necessario ricercare l’essenza della democrazia in una società libera e lontana dalle contraddizioni politiche e sociali proprie delle nazioni europee[18].

Dunque l’America si configura, nell’ottica di Tocqueville, come un modello politico e sociale privilegiato, un utile e necessario punto di partenza per immaginare il futuro svolgimento storico proprio del Vecchio Continente. Nella trattazione tocquevilliana, dunque, la democrazia sembra trasformarsi progressivamente da condizione politica e sociale nuova, tipica del sistema americano, che si contrappone alle logiche dell’antico regime, a modello irrinunciabile che supera i confini tra Stati per proporsi come tendenza irresistibile della nuova epoca. Ancora prima di intraprendere il viaggio negli Stati Uniti, infatti, Tocqueville, analizzando la situazione politico-sociale della Francia del suo tempo, si era reso conto del fatto che “era in atto e si avviava sempre più celermente al suo compimento un grandioso mutamento politico-sociale, cominciato molto prima della rivoluzione francese e da questa reso irresistibile: il cammino dell’umanità verso l’eguaglianza delle condizioni[19]. Ciò significava, nell’ottica di Tocqueville, che si stava in qualche modo chiudendo un’epoca, quella governata dall’aristocrazia e dal suo sistema gerarchico, e che anche il futuro panorama politico del Vecchio Mondo sarebbe stato proiettato verso la democrazia; ancora più nello specifico, la rivoluzione democratica andava al di là del semplice cambiamento della forma istituzionale, per mostrarsi come tendenza inarrestabile ed irresistibile propria del mondo occidentale; il problema principale diveniva, quindi, quello della “fondazione di un governo democratico capace di garantire la libertà in una società dominata dal principio dell’eguaglianza.”[20] Questa tesi è condivisa da molti critici; Ferraresi, a tal proposito, scrive: “Con la sua riflessione, Tocqueville opera un complessivo ripensamento della tradizione liberale e delle condizioni della conservazione e del potenziamento della libertà in un mondo in rapida trasformazione. Lo sguardo sull’America è, dunque, anche uno sguardo sul futuro dell’Europa. Il giovane aristocratico francese interpreta la società nata dalla dissoluzione dell’Ancien régime come attraversata da una tendenza irreversibile all’uguaglianza sociale, al progressivo livellamento e alla definitiva eliminazione delle differenze di ceto; la democrazia non è quindi solo una forma di governo, ma uno stato sociale, una condizione sociale ineluttabile”[21].

Tuttavia non bisogna credere che Tocqueville avesse, nel suo viaggio, trovato l’America favoleggiata dalla letteratura del suo tempo; molto forte la lettura che fornisce Matteucci a proposito dello scontro con la vera realtà americana: “In America Tocqueville non trovò i suoi Indiani; trovò solo dei selvaggi ubriachi, ormai corrotti dalla civiltà bianca, vivere miseramente di stenti”[22]. Il giovane magistrato francese, dunque, si confronterà con un Paese in cui l’egemonia della razza bianca è già un dato acquisito e in cui le popolazioni indigene sono state corrotte dalla civilizzazione, che non permette loro se non una vita miserabile. Non siamo più davanti all’immagine di una America vagheggiata come locus amoenus, in cui era dato sviluppare le proprie potenzialità all’interno di una società ideale. L’America che vide Tocqueville era già una società attraversata dallo sviluppo e dal progresso, una società dinamica e in continuo movimento. “L’uomo yankee, rozzo, aggressivo e volgare, giudicava tutto avendo come unico termine di paragone e metro di giudizio il denaro; [...] dietro la prepotenza di quest’uomo c’era però una vitalità, un desiderio di migliorare le proprie sorti senza attendere la carità pubblica, un profondo istinto democratico nel volere che ogni individuo fosse giudice del proprio interesse e nel non riconoscere meriti se non a chi se li fosse personalmente guadagnati.” Ciò segnalava, agli occhi di Tocqueville, “un’assunzione di responsabilità, da parte dei singoli individui, del proprio destino e dunque una scelta di libertà”[23].

3. La genesi de La democrazia in America

Al ritorno dal viaggio negli Stati Uniti, durato poco meno di un anno, Tocqueville si accinse a scrivere la sua prima grande opera, La democrazia in America, composta in due tempi: la prima parte, che comprende i primi due libri, venne data alle stampe nel 1835, mentre la seconda fu pubblicata nel 1840.

Molti studiosi si sono confrontati con il problema relativo al fatto che, sotto un unico titolo, il giovane aristocratico abbia, in realtà, riunito due opere diverse. Si parla, a tal proposito, di due Démocraties; tuttavia, secondo le parole di Matteucci, “l’idea madre è la stessa: l’inarrestabile processo verso l’eguaglianza. Solo che nei due testi “l’accento sembra spostarsi dall’eguaglianza giuridica, politica e delle condizioni ad una uguaglianza di tipo diverso: ripetutamente nella seconda Démocratie Tocqueville aggiunge al più eguali un più simili, per sottolineare che l’eguaglianza finisce per arrivare al foro interno della coscienza”[24]. Anche F. M. De Sanctis affronta il problema della querelle circa l’esistenza di due Démocraties: nella sua ottica, più si legge l’opera tocquevilliana, più questa “sembra essere, al tempo stesso, un tutto unitario a suo modo sistematico e, tuttavia, anche un discorso discontinuo; […] la tentazione di privilegiare la discontinuità del suo pensiero è quanto mai forte e quanto mai pericolosa; […] pericolosa poiché, chi studia con attenzione Tocqueville non può non avvertire, al di sotto della molteplicità dei suoi interessi, l’affascinante monotonia con cui ad ogni svolta ritornano le idee madri.”[25] Tuttavia, al di là del Leitmotiv che accompagna, nel suo complesso, l’opera tocquevilliana, ancora De Sanctis fa notare come la differenza tra le due Democrazie esista e abbia una rilevanza considerevole: “Rovesciando il cannocchiale con cui aveva osservato la democrazia nel ’35, Tocqueville ha visto rimpicciolirsi in maniera cospicua ogni velleità di grandezza della modernità e, soprattutto, ha ridotto di molto la statura dell’uomo che in essa è destinato ad affaticarsi”[26].

Per quanto concerne il dibattito circa l’esistenza di due Démocraties, potremmo forse dire che, mentre la prima parte dell’opera si caratterizza per la descrizione entusiastica delle novità che, di volta in volta, il giovane magistrato francese incontra nel sistema politico e amministrativo americano – novità che potrebbero contribuire alla crescita della sua Francia in particolare e del Vecchio Continente in generale –, nella seconda Démocratie egli descrive i mutamenti sociali e culturali introdotti dal vivere in un contesto nato dall’eguaglianza delle condizioni, alla luce di alcuni ripensamenti che fanno emergere dubbi sulle potenzialità positive fino a quel momento descritte.

Abbiamo già accennato all’importanza del tema dell’uguaglianza nella trattazione tocquevilliana: La democrazia in America si apre con la descrizione di un nuovo fenomeno, che il giovane magistrato definisce irresistibile, osservato durante il suo viaggio nel Nuovo Continente, ovvero il cammino della civiltà verso l’eguaglianza delle condizioni; il fatto più interessante, che emerge dalle parole di Tocqueville, è che questo cammino non si presenta come qualcosa di astratto ma, al contrario, si configura come una concreta marcia che non può essere arrestata, che procede a lunghi passi ed esercita una grande influenza su tutti gli aspetti della vita civile. Ma leggiamo le parole del Nostro:

Fra le cose nuove che attirarono la mia attenzione durante il mio soggiorno negli Stati Uniti, una soprattutto mi colpì assai profondamente, e cioè l’eguaglianza delle condizioni. Facilmente potei constatare che essa esercita un’influenza straordinaria sul cammino della società, dà un certo indirizzo allo spirito pubblico e una certa linea alle leggi, suggerisce nuove massime ai governanti e particolari abitudini ai governati. […] Questo fatto estende la sua influenza anche fuori della vita pubblica e delle leggi e domina, oltre il governo, anche la società civile: esso crea opinioni, fa nascere sentimenti e usanze e modifica tutto ciò che non è suo effetto immediato[27].

Tocqueville pone davanti agli occhi dei suoi lettori l’immagine di un processo storico reale, capace di mettere in discussione le tradizionali soluzioni politiche che erano state via via proposte nel Vecchio Continente, in grado di fornire una nuova lettura dei problemi che avevano snervato la Francia e forse capace di eliminare una volta per tutte le contraddizioni presenti nella società europea del suo tempo e, contemporaneamente, di dare una nuova direzione alla situazione sociale della stessa. Con lo sguardo sempre rivolto al Vecchio Continente, il giovane magistrato francese puntava poi l’attenzione sul carattere democratico dello stato sociale americano;  peculiarità dovuta al fatto che in America non era mai stato deposto il germe dell’aristocrazia[28].

La verginità storica, che si rifletteva appunto sulla composizione sociale, era il carattere che rendeva eccezionale il sistema statunitense, era la premessa che rendeva possibile il completo dispiegarsi di un cammino che vedeva unite democrazia e libertà, era il terreno fertile che permetteva l’instaurazione del modello democratico su una base libera da sedimentazioni parassitarie che, nel Vecchio Continente, erano ben esemplificate dall’esistenza di una società gerarchicamente strutturata e dalla forte presenza di un’aristocrazia millenaria.

In America, dunque, non esisteva una classe politica assimilabile alla nobiltà europea, un sistema politico e sociale immobile che si manteneva solo grazie all’esistenza di privilegi che sancivano differenze in modo definitivo e perpetuavano contraddizioni: solo in un contesto libero da queste limitazioni si rendeva possibile, a livello sociale, l’affermazione dell’eguaglianza delle condizioni, che, in qualche modo, era necessariamente destinata a penetrare anche nella sfera politica. Gli americani erano, dunque, nati uguali, non avevano avuto bisogno di scardinare un qualche sistema precostituito, non avevano dovuto lottare per imporre un nuovo tipo di vita democratica al fine di garantire la libertà nell’uguaglianza. L’uguaglianza era dunque un dato essenziale e costitutivo della società americana, il presupposto da cui partire per dispiegare tutte le potenzialità del sistema democratico; diverso il caso dell’Europa, dove l’eguaglianza si configurava ancora come meta da raggiungere, come obiettivo finale di un processo che avrebbe, ad un tempo, dovuto spezzare il vecchio ordine sociale diviso in classi e mettere in moto una rivoluzione democratica che fosse accompagnata dalla salvaguardia della libertà.

L’immagine fin qui tratteggiata ci mostra un contesto sociale straordinario, assolutamente rivoluzionario agli occhi di un giovane aristocratico appena sbarcato sul territorio americano, che aveva vissuto fino a quel momento il progressivo sviluppo delle disastrose vicende francesi: in America, libertà ed uguaglianza sembravano davvero procedere lungo un cammino comune. Se la marcia inarrestabile della rivoluzione democratica garantiva intrinsecamente l’uguaglianza, la salvaguardia della libertà non era affatto scontata. E per Tocqueville la questione della libertà era un dato irrinunciabile. Come nota Cofrancesco, “La libertà di cui parla Tocqueville non è soltanto la libertà, quale viene percepita dal liberalismo classico, considerata come valore funzionale ad uno scopo, che, alla stregua del denaro, viene visto come prezioso e insostituibile non tanto in sé e per sé, quanto per le cose che mette a disposizione di quanti lo possiedono. La libertà non è un bene strumentale, anche se sui tempi lunghi può condurre all’agiatezza, ma un bene finale. E forse sta proprio nella concezione della libertà come principio strumentale – che, secondo quanto detto circa la reale importanza del concetto di libertà nella trattazione tocquevilliana, si configurerebbe come negazione della vera libertà – il pericolo più grande per le società democratiche”[29].

Riprendendo le parole eloquenti di Giuseppe Bedeschi, si nota come, nelle pagine di Tocqueville, “si ritrovi costantemente l’affermazione profonda del concetto filosofico di libertà; egli, infatti, sente che nella libertà  vi è un dinamismo perennemente liberatore, una forza operosa e creatrice che non accetta di fermarsi, perché fermandosi rinnegherebbe se stessa. Tuttavia, il quadro tracciato da Tocqueville è ben lungi dall’essere solo e soltanto positivo: gli inconvenienti e i rischi che egli individua sono tali e tanti, che sembrano mettere a repentaglio l’immagine grandiosa da lui delineata fino a quel momento”[30].

4. I pericoli della democrazia: la tirannide della maggioranza e il dispotismo di specie nuova

Siamo, dunque, giunti, ad uno dei momenti cruciali dell’analisi tocquevilliana: dopo il racconto entusiasta delle novità rivoluzionarie riscontrate oltreoceano, infatti, la trattazione tocquevilliana si concentra sull’analisi dei gravi pericoli cui viene esposta la democrazia, rischi difficili da individuare con chiarezza, in quanto si configurano come minacce invisibili, intrinseche alla democrazia stessa. Come nota Cristina Cassina, infatti, “se il futuro dell’Europa appariva segnato dall’avvento della democrazia, essa, prima o poi, avrebbe dovuto misurarsi anche con l’avvento di un dispotismo di tipo nuovo”[31].

Al fine di effettuare un’analisi approfondita ed esauriente di quella che da molti critici è stata considerata una delle parti più interessanti dell’intera trattazione di Tocqueville, ovvero lo studio sulla tematica del dispotismo democratico, “studio di indubbia complessità e di notevole spessore”[32], sarà utile prendere in esame alcune illuminanti pagine in cui Tocqueville parla della categoria del dispotismo e delle conseguenze funeste cui può condurre, tanto la tirannide della maggioranza quanto il dispotismo di tipo nuovo, individuate rispettivamente nel presente degli Stati Uniti e in maniera lungimirante nel futuro delle nazioni democratiche.

Ma c’è ancora una questione su cui riflettere: come si configura il rapporto fra la tirannide della maggioranza e il dispotismo di tipo nuovo?  Conviene qui seguire i più apprezzati studiosi di Tocqueville. Cristina Cassina indica come i critici siano riusciti ad isolare, tra i diversi piani di lettura de La democrazia in America, una sorta di “tipologia dispotica”; si tratta, più nello specifico, “di quattro fenomeni distinti inerenti il tema della tyrannie e, dunque, nel corso dell’opera, è possibile distinguere le dispotisme législatif de l’assemblée, la tyrannie de l’opinion commune, l’usurpation d’un seul ou césarisme, le Léviathan de l’état bureaucratique. Al momento della pubblicazione della Prima Démocratie, il pericolo maggiore che Tocqueville percepiva era rappresentato dalle prime due forme dispotiche, mentre “tra il 1835 e il 1840 l’attenzione dell’autore si spostò progressivamente e in modo deciso sugli altri due fenomeni, determinando una vera e propria rivoluzione nel modo di intendere il pericolo dispotico”[33].

Pure Matteucci si sofferma, non per caso, sul problema del rapporto tra le due categorie dispotiche: l’insigne liberale sostiene infatti che, dopo aver analizzato le differenze tra la prima e la seconda parte dell’opera di Tocqueville, ci accorgiamo che “c’è un punto che lega strettamente la prima e la seconda Démocratie: il paragrafo sul Potere che la maggioranza esercita in America sul pensiero resta, infatti, un po’ isolato” all’interno della prima Démocratie, “ma precorre tutta la seconda Démocratie, nella quale si dà la fondazione teorica o filosofica di questa felice osservazione”, espressa nella prima parte dell’opera tocquevilliana[34].

Sembra dunque ancora più urgente porre, in modo più specifico, il problema del rapporto tra la tirannide della maggioranza e il dispotismo paterno; come nota ancora Matteucci, “queste sono due forme di dominio diverse: la prima orizzontale e sociale, del tutto impalpabile, la seconda verticale e burocratica, estremamente visibile; […] il problema di questo rapporto, pertanto, si pone perché gli effetti del governo o del dispotismo paterno sono del tutto simili a quelli della tirannia della maggioranza e anzi sono descritti da Tocqueville quasi con le medesime parole. […] Se egli, dunque, non ha posto il problema del rapporto tra queste due forme di dominio, ha comunque messo in luce il modo in cui questi due processi possono pericolosamente incontrarsi”[35]: in un compromesso tra il dispotismo amministrativo e la sovranità popolare[36].

Siamo, dunque, di fronte a due fenomeni diversi che, tuttavia, storicamente possono incontrarsi e mescolarsi perfettamente fino a formare un unico elemento.[37] Cristina Cassina, pur non operando una rigida distinzione tra le due nuove categorie dispotiche descritte da Tocqueville come tirannide della maggioranza e dispotismo di tipo nuovo, segue la distinzione precedentemente citata circa l’esistenza, nella trattazione tocquevilliana, di quattro fenomeni distinti inerenti alla categoria dispotica, utilizzati dal giovane aristocratico francese per descrivere il dispotismo democratico e su cui egli stesso “indugia in modo diverso in relazione tanto al suo percorso intellettuale quanto allo scenario politico che andava mutando sotto i suoi occhi.”[38] Infatti – sostiene Cassina – “Tocqueville continuò a servirsi dei vecchi termini di despotisme e tyrannie, ma anche di oppression e di pouvoir absolu per descrivere la chose nouvelle a cui non poteva dare un nome.[39] L’incertezza terminologica, tuttavia, nulla toglie alla lucidità analitica e alla forza descrittiva della sua indagine”[40].

Nonostante le difficoltà terminologiche, sembra tuttavia possibile utilizzare le due tesi critiche sopra esposte per analizzare le pagine scritte dal giovane aristocratico francese; seguiamo, dunque, Tocqueville nella attenta indagine da lui compiuta circa i pericoli che minacciano la democrazia; a tal fine, lo ripetiamo, sarà necessario prendere in esame in primo luogo alcuni passi tratti dal libro secondo della prima Démocratie, inerenti alla tirannide della maggioranza, mentre successivamente si analizzeranno alcune pagine tratte dalla seconda Démocratie e, in particolare, la IV parte de La democrazia in America, “dedicata alla descrizione di un dispotismo di specie nuova che, nell’ottica di Tocqueville, è strettamente legato al fenomeno della centralizzazione amministrativa, effetto a sua volta del rafforzamento del potere statale”[41].

Se, fino a questo momento, Tocqueville si era mostrato come osservatore affascinato dalle novità positive riscontrate nel Nuovo Mondo, il libro secondo introduce un nuovo argomento:

Al di sopra delle istituzioni e al di fuori di tutte le forme, risiede un potere sovrano, quello del popolo, che tutte le distrugge o modifica a suo piacimento. Resta ora da conoscere per quali vie proceda questo potere, dominatore delle leggi, quali ne siano le tendenze e le passioni; quali molle segrete lo spingano, lo ritardino o lo dirigano nella sua irresistibile marcia; infine quali effetti produca la sua onnipotenza e quale avvenire gli sia riservato[42].

 

Dunque il potere sovrano è nelle mani del popolo; ancora nella prima Démocratie Tocqueville preciserà che chi governa in nome del popolo è la maggioranza; essa realmente costituisce un potere irresistibile, capace di dirigere sia le istituzioni politiche che la vita dei cittadini. Analizziamo, più nello specifico, la natura di questa maggioranza; il capitolo VII del secondo libro (L’onnipotenza della maggioranza negli Stati Uniti e i suoi effetti), è, come abbiamo sopra accennato, illuminante. Scrive Tocqueville:

 

È nell’essenza stessa dei governi democratici che il dominio della maggioranza sia assoluto, poiché fuori della maggioranza nelle democrazie, non vi è nulla che possa resistere. La maggior parte delle costituzioni americane tende ad aumentare ancora, artificialmente, questa forza naturale della maggioranza.

Di tutti i poteri politici quello che più volentieri obbedisce alla maggioranza è il corpo legislativo. Orbene, gli americani hanno stabilito che i membri di esso siano nominati direttamente dal popolo e per un periodo molto breve, per obbligarli così a sottomettersi, non solo alle opinioni generali, ma anche alle passioni momentanee degli elettori. […]

In parecchi stati la costituzione affida il potere giudiziario all’elezione della maggioranza e, in tutti, essa lo fa dipendere, in certo modo, dal potere legislativo, poiché lascia ai rappresentanti il diritto di fissare annualmente lo stipendio dei giudici. […]

Parecchie altre circostanze particolari tendono ancora a rendere, in America, il potere della maggioranza non solo predominante, ma irresistibile. L’impero morale della maggioranza si fonda in parte sull’idea che vi sia più saggezza e acume in molti uomini riuniti che in uno solo, nel numero piuttosto che nella qualità dei legislatori. È la teoria  dell’eguaglianza applicata alle intelligenze. […]

La maggioranza ha dunque negli Stati Uniti una immensa potenza di fatto e una potenza di opinione quasi altrettanto grande. […] Le conseguenze future di un simile stato di cose sono funeste e pericolose[43].

 

Ci accorgiamo ora che, nell’ottica di Tocqueville, democrazia è anche sinonimo di predominio della maggioranza. Siamo di fronte a un fenomeno che, va da sé, affascina il pensatore; e tuttavia, leggendo questo passo, notiamo che l’entusiasmo che ha fin qui caratterizzato la trattazione tocquevilliana lascia il posto a una riflessione più grave: per la prima volta, il Nostro avanza qualche dubbio circa le potenzialità costruttive dello stato sociale americano, fin qui descritto in termini entusiastici.

Ad avviso del giurista francese, la creazione di un simile potere, illimitato e capace d’influenzare tutti gli aspetti della vita in senso conformistico, avrebbe potuto portare con sé conseguenze terribili. Nel passo dianzi citato, si può notare infatti una sorta di climax, tale per cui il potere della maggioranza si estende via via ad aree sempre più vaste della sfera politico-sociale; il pericolo che da ciò consegue è dato dal fatto che la forza che dovrebbe configurarsi come la rappresentante dei singoli individui che compongono la società rischia di trasformarsi in potenza arbitraria.

Scrive Tocqueville, a proposito dell’importanza di una maggioranza forte, che si faccia portatrice e garante dei diritti del più largo numero di cittadini possibile, ma non metta a repentaglio la democrazia stessa, negando la libertà:

bisogna sempre porre in qualche parte un potere sociale superiore a tutti gli altri; ma la libertà è in pericolo quando questo potere non trova innanzi a sé alcun ostacolo che possa rallentare il suo cammino, dandogli il tempo di moderarsi. L’onnipotenza in sé mi sembra una cosa cattiva e pericolosa e non vi è sulla terra autorità tanto rispettabile in se stessa o rivestita di un diritto tanto sacro[44].

 

Ecco, dunque, in cosa consiste la tirannide della maggioranza descritta da Tocqueville. Significative sono le parole del giovane magistrato francese:

quando negli Stati Uniti un uomo o un partito soffre di qualche ingiustizia, a chi volete che si rivolga? All’opinione pubblica? È essa che forma la maggioranza. Al corpo legislativo? Esso rappresenta la maggioranza e le obbedisce ciecamente. Al potere esecutivo? Esso è nominato dalla  maggioranza ed è un suo strumento passivo. Alla forza pubblica? La forza pubblica non è altro che la maggioranza sotto le armi. Alla giuria? La giuria è la maggioranza rivestita del diritto di pronunciare sentenze […]. Per quanto la misura che vi colpisce sia iniqua o irragionevole, bisogna che vi sottomettiate[45].

Il passo è, per più versi, illuminante: non sembra possibile sottrarsi alla pressione irresistibile esercitata dalla maggioranza. Proseguendo nella trattazione, Tocqueville rafforza la tesi precedentemente esposta, rivelando come l’influenza della maggioranza non si limiti al dominio della sfera politica e di quella pubblica; al contrario essa penetra a tal punto nella vita dei singoli individui da esercitare la sua potenza, se possibile in modo ancora più irresistibile, sul pensiero. Tocqueville sembra qui anticipare concetti che saranno espressi in modo ancora più deciso nella seconda Démocratie:

Un re ha solo un potere materiale, che agisce sulle azioni ma che non può toccare le volontà, mentre la maggioranza è dotata di una forza insieme materiale e morale, che agisce sulle volontà come sulle azioni e che annienta nel tempo stesso l’azione e il desiderio di azione. Non conosco un paese in cui regni, in generale, una minor indipendenza di spirito e una minore vera libertà di discussione come in America. […] In America la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero[46].

 

Ecco, dunque, delinearsi un quadro piuttosto inquietante: in queste parole si esplica la vera essenza del dispotismo democratico. Cerchiamo di comprendere ancor meglio che cosa Tocqueville intende quando parla di maggioranza. Come ha magistralmente notato Nicola Matteucci, “la maggioranza, che teme il Tocqueville, non è tanto quella parlamentare meramente aritmetica; […] [il giovane magistrato francese] teme la maggioranza legale degli elettori, non solo perché essa ritiene di avere il potere di fare tutto agendo attraverso le leggi, ma soprattutto perché, con la sua pressione conformistica sulla vita sociale, al di fuori degli organi di governo, riesce a dettar legge persino al pensiero”[47]. Osserva poi Caboara che la tecnica del nuovo dispotismo, se da un lato si complica, dall’altro si umanizza, in quanto rinuncia alla forza bruta e alla costrizione materiale, mentre l’azione degli antichi despoti era violenta e limitata[48]; infatti:

sotto il governo assoluto di uno solo il dispotismo, per arrivare all’anima, colpiva grossolanamente il corpo; e l’anima, sfuggendo a quei colpi, si elevava gloriosa sopra di esso; ma nelle repubbliche democratiche la tirannide non procede in questo modo: essa non si cura del corpo e va dritta all’anima[49].

Tocqueville ragiona dunque, in questa sede, di un nuovo tipo di tirannide, capace di penetrare nell’intima coscienza degli individui, in grado di plasmare lo spirito umano sul modello di idee, sentimenti, costumi e tradizioni che la maggioranza stabilisce come principi cardine della società. Un simile potere, se non controllato o regolato, avrebbe potuto condurre a pericolose ed estreme conseguenze.

Così, la creazione di una maggioranza senza vincoli si rivela un fatto assai nocivo, tanto per la società quanto per l’individuo: essa impone, fra l’altro, di uniformarsi a modelli precostituiti, non ammette la pluralità dei punti di vista, schierandosi a favore di un pensiero unico, e tende a neutralizzare l’esplicazione delle potenzialità dei singoli, negando, in sintesi, la libertà!

È forse questa la preoccupazione che Tocqueville voleva comunicare con l’espressione, così forte e violenta, di tirannide della maggioranza. Scrive ancora, a proposito del dispotismo democratico, Caboara che “se si vuole evitare la tirannide, si deve riconoscere sempre, accanto alla sovranità di chi comanda, la sovranità (per diritto di natura) di chi obbedisce”; accanto al diritto di chi governa deve essere rispettato il diritto di chi è governato di controllare, approvare, criticare e condannare l’attività svolta da chi esercita attivamente la sovranità. “La aprioristica negazione a qualche fazione o parte o classe del popolo di questo diritto è arbitrio, violenza, tirannide”[50].

La trattazione esposta nella seconda Démocratie renderà ancor più manifesta la pericolosità dell’affermazione di un dispotismo di tipo nuovo in un contesto democratico. Come abbiamo più volte sottolineato, esiste una forte continuità tra gli effetti perversi di quella che il nostro autore definiva tirannide della maggioranza, e quelli del nuovo dispotismo che le nazioni democratiche devono assolutamente evitare, descritto nelle pagine del 1840. I rischi che Tocqueville aveva prospettato nella prima Démocratie, quando parlava del potere esercitato sul singolo e sulla società dalla tirannide della maggioranza, sembrano tradursi in pericoli concreti nella situazione in cui domina il dispotismo di tipo nuovo.  Nella seconda parte de La democrazia in America, Tocqueville ritorna quindi sul tema, analizzando gli effetti propri di questa nuova forma di dispotismo. Dopo essersi concentrata sul potere esercitato nelle nazioni democratiche da una irresistibile maggioranza, capace di imporsi come forza dominante a livello politico e pubblico, in grado di diffondere mode ed opinioni e, in ultima analisi, capace di tracciare un cerchio formidabile intorno al pensiero, la riflessione tocquevilliana cede il posto all’indagine sui meccanismi che fanno del dispotismo di tipo nuovo un pericoloso veicolo di promozione del conformismo sociale.

In tale sede, Tocqueville parla di un nuovo tipo di dispotismo, un dispotismo celato e forse, per tal motivo, ancora più pericoloso; si tratta di un dispotismo non dichiarato, meno manifesto dal punto di vista esteriore, ma, allo stesso tempo, più potente, persuasivo e penetrante. Tocqueville ci fa sapere che questa forma di potere sociale è nuova[51] e tenta di definirla. Leggiamo le sue parole:

se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri.

[…] Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia. […] Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari; […] Non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere?

Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l’uso di se stesso. […] Dopo aver preso a volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; […] esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi e industriosi, della quale il governo è il pastore.[52]

 

Questa lunga citazione, tratta dalla seconda parte de La democrazia in America completa e, in qualche modo, irrigidisce quanto aveva detto Tocqueville in un passo della prima Démocratie, in cui aveva rivelato come la maggioranza fosse riuscita a tracciare attorno al pensiero un cerchio formidabile[53] in grado di trattenere al suo interno tutta la società, uniformare le idee e i sentimenti e appiattire gli individui all’interno dello stesso fino al punto di impedirne l’uscita a causa dell’indebolimento e dell’abbattimento delle volontà individuali. Ora la cosa nuova estende su questa massa uniforme il suo potere immenso e tutelare[54], occupandosi di tutti gli affari, dando una risposta a tutti i bisogni e a tutte le necessità e fornendo un facile accesso a tutti i piaceri degli uomini che vivono all’interno del cerchio formidabile da lei tracciato; il nuovo sovrano[55] regola i rapporti interpersonali, si cura delle esigenze della società e si fa carico di tutto ciò di cui i cittadini hanno bisogno, inducendo, così, anche lo spirito umano ad uniformarsi ai dettami sociali e ad incatenarsi alla volontà di questa falsa autorità paterna e ai principi che essa stabilisce come valevoli. Come nota De Sanctis, “dal bisogno dello Stato, tipico del popolo[56], lucidamente compreso nella prima Democrazia, radicalmente diverso appare il rapporto che Tocqueville vuole delineare e istituire nella seconda parte della sua opera tra l’individuo e quello che qui, insistentemente ma senza definirlo, egli chiama potere sociale. Questo potere è divenuto ora l’interprete complessivo, ma soprattutto l’inventore e il programmatore dei bisogni e delle passioni della massa”[57].

L’immagine che emerge dalla descrizione di Tocqueville è, dunque, quella di un potere che via via domina sfere sempre più ampie della vita dei singoli individui, individui che da un lato non sono pienamente consapevoli dei meccanismi che agiscono contro la loro libertà, e dall’altro accettano passivamente di sottostare ai dettami questo immenso potere tutelare in grado di garantire loro la sicurezza di una vita più semplice. Siamo quindi di fronte ad un nuovo tipo di tirannide, una tirannide capace di abbracciare progressivamente tutta la sfera sociale, che assume su di sé tutti problemi della società e che sembra curare in modo paternalistico gli interessi di tutti i cittadini. Tocqueville parla della progressiva creazione di un potere immenso e tutelare, solo all’apparenza benevolo, capace di propagarsi progressivamente ad ogni sfera della realtà sociale senza che i cittadini ne percepiscano la reale portata oppressiva e perciò in grado di trasformarsi in un tipo di dominio che non lascia scampo e che il giovane magistrato francese definisce lucidamente come assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite[58].

È interessante notare come, nell’ottica tocquevilliana, questa nuovo tipo di dispotismo si esplichi nella creazione di un potere immenso e tutelare che riesce a condurre tutto a sé senza che i cittadini siano sottoposti a costrizioni, in quanto sono gli stessi individui ad accordargli la facoltà di acquisire sempre maggior potere in cambio della cura dei loro interessi. Proprio a tal proposito, il giovane aristocratico francese parlerà di un potere di tipo paternalistico, tutto teso a far rimanere i cittadini concentrati in loro stessi, a fissarli in una sorta di eterna infanzia che implichi sempre la necessità dell’autorità paterna. Uomini in stato di minorità: questa è la più pericolosa forma di dispotismo.

Scrive, a tal proposito, Caboara che “il dispotismo è il nemico più pericoloso che insidia la vita della democrazia. Contro di esso bisogna, dunque, costantemente vigilare”, poiché, se esso prende piede, “ai popoli è preclusa ogni possibilità di ribellione, in quanto viene loro sottratta abilmente ogni energia; la stessa attività della mente rimane paralizzata e l’individuo si acquieta nella nuova servitù, inerte e inebetito”[59].

Ecco, dunque, in cosa consiste questo nuovo tipo di dispotismo: non siamo più di fronte ad un potere violento ed oppressivo, quale quello incarnato nella figura di un sovrano che possiede un potere illimitato e può disporre della vita e dei beni dei propri sudditi; ci troviamo dinanzi ad una forma di dominio ancora più pericolosa e potente, perché è capace di penetrare zone che il dispotismo[60] non è mai riuscito ad intaccare; i suoi effetti hanno, infatti, presa sulla coscienza e sulla volontà dei singoli cittadini, agiscono sulle loro idee, sui loro costumi, sui sentimenti, sui loro pensieri. Dalla sfera individuale si giunge facilmente a quella sociale: se l’individuo è annullato in ciò che lo rende pienamente umano, unico e distinguibile dagli altri, sarà facile per l’immenso potere tutelare estendere la sua influenza su una massa di individui spersonalizzati e atomisticamente accostati l’uno all’altro. Dunque, il dispotismo di nuova specie riuscirebbe, in qualche modo, nell’intento di sublimare la violenza che caratterizzava il dispotismo politico classico e riuscirebbe così a fare di questo nuovo tipo di violenza (divenuta, potremmo dire, psicologica) l’essenza stessa della nuova forma di sottomissione sociale, che investe i nuovi oggetti su cui l’immenso potere tutelare si è concentrato: il pensiero e la volontà umana; l’obiettivo diverrebbe, quindi, quello di plasmare le menti, conformando le idee, i sentimenti e i costumi dei singoli individui e fornendo principi preconfezionati che l’immenso potere tutelare stabilisce come fondanti di questo tipo di società.

L’intento sembra, dunque, quello di eliminare l’elemento individuale e personale, proprio della libera scelta dell’uomo in una società democratica per sostituirvi, senza apparenti imposizioni gravose, valori preconfezionati e principi dettati da questo enorme potere sociale e percepiti come propri dai singoli cittadini. Ma come possono questi nuovi valori essere considerati sentimenti personali se, nella realtà dei fatti, sono alimentati nella coscienza individuale dalla capacità di penetrazione di questo celato dispotismo? La nuova forma di dominio tenderebbe alla creazione di una massa di individui meramente passivi, cui il potere paterno della società fornirebbe un pacchetto di opinioni e conoscenze preconfezionate che risparmiano al singolo la fatica di formarsi idee proprie. In una società come quella appena descritta non può, dunque, esservi libertà di pensiero o di espressione.

A questo punto, “domina sovrana solo la categoria dell’utile”[61]: l’uomo può finalmente dedicarsi alle proprie occupazioni, ai propri volgari piaceri, alle proprie passioni e ai propri interessi materiali, ripiegandosi definitivamente su se stesso. A mano a mano che “le condizioni sociali si livellano” – osserva Caboara – “si trova un sempre maggior numero di individui che altro non desiderano se non di poter bastare a se stessi. Si disinteressano allora della vita collettiva o dello Stato e cessano di amare quella libertà politica che avevano in un primo tempo desiderato. […] E da questa apatia generale scaturisce, necessariamente e ineluttabilmente, la tirannide”[62]. Analizziamo, con Tocqueville, i meccanismi di questo ripiegamento dell’individuo in se stesso ed esaminiamo le nefaste conseguenze cui conduce:

Individualismo è un’espressione recente nata da un’idea nuova. […] L’individualismo è un sentimento riflessivo e tranquillo, che dispone ogni cittadino a isolarsi dalla massa dei suoi simili, a mettersi da parte con la sua famiglia e i suoi amici, in modo che, dopo essersi creato una piccola società per proprio uso, abbandona volentieri la grande società a se stessa. […] L’individualismo è di origine democratica; minaccia di svilupparsi via via che le condizioni si livellano[63].

E prosegue:

Il dispotismo, pauroso per natura, vede nell’isolamento degli uomini un pegno sicuro di durata e generalmente adopera ogni cura per isolarli. Nessun vizio del cuore umano lo diletta quanto l’egoismo […]. I vizi che il dispotismo fa nascere sono precisamente quelli che l’eguaglianza favorisce. Queste due cose si completano e si sostengono in modo veramente funesto. L’eguaglianza mette gli uomini gli uni accanto agli altri senza un legame comune che li trattenga. Il dispotismo eleva barriere fra loro e li divide. Quella li dispone a non pensare ai loro simili; questo fa dell’indifferenza quasi una virtù pubblica. Il dispotismo, pericoloso in ogni tempo, è dunque particolarmente temibile nei secoli democratici[64].

L’individualismo sembra dunque essere, nelle parole del giovane aristocratico francese, la passione più pericolosa per la società, la minaccia invisibile capace di neutralizzare tutte le conquiste della rivoluzione democratica. Come nota Ferraresi, “l’unica via per preservare la libertà dai rischi dell’uguaglianza sociale consiste nel radicale ripensamento della libertà, che non può e non deve essere concepita solo come libertà individuale privata, ossia come atomizzazione e spoliticizzazione dell’individuo, che si troverebbe così esposto a un potere che non sarebbe più in grado di controllare”[65].

Il dispotismo, in questa situazione, sfrutterebbe il sentimento dell’individualismo per spezzare ogni legame possibile tra i cittadini, che verrebbero, così, isolati, bloccati e congelati nella loro vita privata, senza avere più possibilità di esprimere se stessi, in quanto esseri umani, di comunicare con gli altri individui e di interagire con lo Stato, che, da rappresentante della tutela dei diritti particolari, si trasforma progressivamente in organismo oppressivo. La sproporzione e la lontananza tra potere sociale e singolo individuo è ormai troppo grande e il cittadino non tenta più di lottare per affermare la propria individualità, ma accetta di ripiegarsi in se stesso e coltivare i propri interessi.

In sintesi, il livellamento sociale indotto dall’eguaglianza delle condizioni, il progressivo distacco e disinteresse per la cosa pubblica e l’egoistico interesse per se stessi e per il proprio utile avrebbero fatalmente condotto alla perdita del bene fondamentale, la libertà, e, dunque, alla degenerazione della democrazia. “Il nuovo dispotismo – scrive De Sanctis – implica, dentro la società fattasi civile, la progressiva rinuncia alle prerogative della stessa condizione umana. […] Ma, se il compito del potere governamentale è, per sua natura, quello di ridurre la complessità, in obbedienza ad una razionalità monistica e unidirezionale, il compito della libertà, il potere che le spetta, e che la democrazia deve riconoscerle al di là dei suoi istinti omogeneizzatori, è quello di riproporre la differenza ricreando complessità.”[66] Ancora una volta la libertà sembra soccombere sotto il peso di un nuovo tipo di dispotismo. E ciò accade, come annota acutamente Caboara, a causa di un errore, che consiste nell’aver disgiunto l’uguaglianza dalla libertà e nell’avere considerato in via esclusiva l’uguaglianza come unico criterio di valutazione e classificazione delle molteplici espressioni della vita sociale[67].

Ma tornando alle parole con cui Tocqueville tenta di definire la società creata sotto la guida di questo dispotismo di specie nuova – “una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri”[68] –, nonché all’immagine da lui dipinta di un potere immenso e tutelare, che domina incontrastato sui cittadini, e di un sovrano che estende il suo braccio su tutta quanta la società, coprendone la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi[69] (immagini che riportano alla mente l’attuale scenario del complicato stato burocratico[70], che tende a cristallizzare i meccanismi sociali), colpisce come questa analisi tocquevilliana sembri essersi rivelata, in qualche modo, profetica, e che oggi, portata alle estreme conseguenze, essa si manifesti in tutta la sua tragica veridicità.

Le temibili previsioni di Tocqueville ci portano, inevitabilmente, a riflettere sull’immagine della potente società di massa e sui suoi perversi meccanismi, che mirano alla spersonalizzazione dell’individuo, al livellamento sociale, all’eliminazione della pluralità dei punti di vista e delle opinioni e alla conseguente diffusione di un pensiero unico, che si estende sulla folla indifferenziata di cittadini che credono di condurre una vita da loro scelta in libertà.

Come osserva Cristina Cassina, “il dispotismo democratico cresce di pari passo con l’eguaglianza delle condizioni e, per tal motivo, viene proiettato senza indugi nel futuro e, sempre per questo, acquisterà tratti ancora più inquietanti con l’espansione dell’industrialismo”[71]. Da tali considerazioni, sembra invero emergere l’inquietante e quanto mai attuale immagine di una società costituita da una massa di individui atomisticamente accostati l’uno all’altro, individui che si confondono l’uno nell’altro, giacché il potere sociale non lascia spazio per coscienza, spirito critico, autonomia e libertà del singolo.

Per tutte queste ragioni si rende necessaria una riflessione sempre più approfondita sulle considerazioni tocquevilliane circa le società democratiche che si caratterizzano per la pressione dell’uguaglianza a scapito della libertà; tale urgenza è ulteriormente sottolineata da Birnbaum: “Queste società egalitarie nella sottomissione, sono quelle che oggi vengono definite società di massa. Avendo come fondamento un individualismo totale, queste possiedono i caratteri inquietanti che avevano colpito Tocqueville quando rifletteva sui pericoli dell’isolamento, della rottura dei legami sociali, dell’atomizzazione del corpo sociale dominato dall’esterno da uno Stato lontano”[72].

 

Bibliografia ESSENZIALE

 

Alexis de Tocqueville

·        A. de Tocqueville, De la Démocratie en Amérique, Charles Gosselin, Paris, 1835-1840, 4 voll.; trad. it. La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, BUR, Milano, 2007.

Letteratura critica su Tocqueville

·        R. Aron, Le tappe del pensiero sociologico. Montesquieu, Comte, Marx, Tocqueville, Durkheim, Pareto, Weber, Oscar Mondadori, “Saggi”, Milano, 1989.

·        G. Bedeschi, Libertà e rischi della democrazia: sulla “dittatura della maggioranza”, in Fra libertà e democrazia. L’eredità di Tocqueville e J. S. Mill, a cura di D. Bolognesi e S. Mattarelli, Franco Angeli, Milano, 2008.

·        P. Birnbaum, La sociologia di Tocqueville, Il Saggiatore, Milano, 1973.

·        L. Caboara, Democrazia e libertà nel pensiero di Alexis de Tocqueville, Hoepli, Milano, 1986.

·        G. Candeloro, Prefazione ad A. de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, BUR, Milano, 2007.

·        C. Cassina, Alexis de Tocqueville e il dispotismo “di nuova specie”, in Dispotismo. Genesi e sviluppi di un concetto filosofico-politico, a cura di D. Felice, vol. II, Liguori, Napoli, 2002.

·        D. Cofrancesco, Alexis de Tocqueville. L’archetipo aristocratico e il “primato della politica”, in “Il Pensiero Politico”, 1989, anno XXII, n. 3, Leo S. Olschki, pp. 450- 452.

·        U. Coldagelli, Vita di Tocqueville (1805- 1859), Donzelli, Roma, 2005.

·        M. De Sanctis, Tempo di democrazia. Alexis de Tocqueville, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1986.

·        F. Ferraresi (a cura di), Figure della libertà. Le dottrine, i dibattiti e i conflitti, CLUEB, Bologna, 2004.

·        M. Gauchet, Tocqueville, l’America e noi. Sulla genesi delle società democratiche, Donzelli Editore, Roma 1996.

·        N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, il Mulino, Bologna 1990.

·        voce Dispotismo in Dizionario di politica, a cura di N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, UTET, Torino 2007.


 

[1] Cfr. G. Candeloro, Prefazione a A. de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, BUR, Milano 2007, p. 5

[2] G. Candeloro, Prefazione a A. de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, BUR, Milano 2007, p. 5  (corsivo mio).

[3] N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, Il Mulino, Bologna 1990, p. 16.

[4] Cfr. N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, Il Mulino, Bologna 1990, pp. 15-16.

[5] Ibidem.

[6] Sostiene, a tal proposito Matteucci: “Quella partenza ufficiale assomigliava assai più a una fuga, a una fuga dalla famiglia, dagli amici, dal lavoro, dalla Francia, insomma dalla politica.” (Ivi, p. 18.)

[7] Ivi, p. 17.

[8] Ivi, p. 18.

[9] Ivi., pp.63- 64.

[10] Cfr. R. Aron, Le tappe del pensiero sociologico. Montesquieu, Comte, Marx, Tocqueville, Durkheim, Pareto, Weber,  Mondadori, Milano 1989, pp. 216-17.

[11] Cfr. N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, cit., p. 48.

[12] A. de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, BUR, Milano 2007, Introduzione, p. 28.

[13] Cfr. C. Cassina, Alexis de Tocqueville e il dispotismo “di nuova specie”, in Dispotismo. Genesi e sviluppi di un concetto filosofico-politico, a cura di D. Felice, vol. II, Liguori, Napoli 2002, p. 517.

[14] U. Coldagelli, Vita di Tocqueville (1805- 1859), Donizelli Editore, Roma 2005, pp. 44- 45.

[15] M. Gauchet, Tocqueville, l’America e noi. Sulla genesi delle società democratiche, Donzelli Editore, Roma 1996, p. 6.

[16] Cfr. M. Gauchet, Tocqueville, l’America e noi. Sulla genesi delle società democratiche, cit., p. 6.

[17] Ivi, p. 7.

[18] Cfr. M. Gauchet, Tocqueville, l’America e noi. Sulla genesi delle società democratiche, cit., p. 8.

[19] Cfr. G. Candeloro, Prefazione a A. de Tocqueville, La democrazia in America, cit., p. 6.

[20] Ibidem.

[21]  F. Ferraresi (a cura di), Figure della libertà. Le dottrine, i dibattiti e i conflitti, CLUEB, Bologna 2004, p. 37.

[22] N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, cit., p. 20.

[23] Cfr. N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, cit., pp. 21- 22.

[24] N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, cit., p. 92.

[25] F. M. De Sanctis, Tempo di democrazia. Alexis de Tocqueville, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1986, pp. 40-41.

[26] Ivi, p. 115.

[27] A. de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, BUR, Milano 2007, Introduzione, p. 19.

[28] Ivi, libro I, cap. III, Stato sociale degli angloamericani, p. 57.

[29] Cfr. D. Cofrancesco, Alexis de Tocqueville. L’archetipo aristocratico e il “primato della politica”, in “Il Pensiero Politico”, 1989, anno XXII, n. 3, Leo S. Olschki, pp. 450-452. Cofrancesco, in questa sede, parla di un archetipo aristocratico sotteso alla concezione tocquevilliana di libertà; tale precisazione sembra importante in quanto dà consistenza ad un concetto, quale quello di libertà, che troppe volte è stato considerato come ideale meramente astratto su cui speculare. “Da una parte, Tocqueville non riesce a concepire una libertà priva di risorse concrete che le consentano di dispiegarsi nell’agire - e, in tal senso la libertà è potenza e indipendenza, è autonomia e autarchia; essere libero vuol dire avere concrete chances di autodeterminazione (padronanza assoluta del proprio destino) e di autosufficienza (possesso sicuro di risorse materiali che garantiscano all’agire una effettiva incidenza sul mondo) – e dall’altra parte non dubita neanche un istante che a cementare le società siano le credenze e che gli interessi tendano invece a disgregare. […] Ciò che ci insegna un’opera come La democrazia in America è che l’eguaglianza divide, la libertà unisce. Dunque, lungi dal ridursi a privacy, al diritto di poter cultiver son jardin, senza essere disturbati dagli altri, la libertà trova uno dei suoi significati privilegiati proprio in una natura comunitaria.” (Cfr. Ivi, pp. 450-455).

[30] Cfr. G. Bedeschi, Libertà e rischi della democrazia: sulla “dittatura della maggioranza”, in Fra libertà e democrazia. L’eredità di Tocqueville e J. S. Mill, a cura di D. Bolognesi, S. Mattarelli, Franco Angeli, Milano 2008, p. 28.

[31] C. Cassina, Alexis de Tocqueville e il dispotismo “di nuova specie”, in D. Felice (a cura di), Dispotismo. Genesi e sviluppi di un concetto filosofico-politico, cit., p. 518.

[32] Ivi, p. 522.

[33] Ivi, pp. 522-523; per quanto concerne l’individuazione di questa “tipologia dispotica” Cassina si rifà agli studi di J. Schleifer, The making of Tocqueville’s Democracy in America, Chapel Hill, The University of North Carolina Press 1980 e al contributo di F. Mélonio, Tocqueville et le despotisme moderne, presentato al convegno “Dictature, absolutisme et totalitarisme”, ora in “Revue francaise d’Histoire des idées politiques”, VI, 1997, pp. 339-354.

[34]  Cfr. N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, cit., p. 93.

[35] Ivi, pp. 109-110.

[36] A. de Tocqueville, La democrazia in America, cit., libro III, parte IV, cap. VI, Quale specie di dispotismo devono temere le nazioni democratiche, p. 734.

[37] Cfr. N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, cit., p. 110.

[38] Cfr. C. Cassina, Alexis de Tocqueville e il dispotismo “di nuova specie”, in D. Felice (a cura di), Dispotismo. Genesi e sviluppi di un concetto filosofico-politico, cit., p. 522.

[39] Vedremo infatti, nel corso della nostra analisi, come Tocqueville utilizzi in alcune circostanze i termini dispotismo e tirannide come sinonimi; solo per fare un esempio e dimostrare come già nella prima Democrazia il giovane aristocratico francese parli anche di dispotismo (oltre che di onnipotenza e tirannide) e dunque declini la categoria dispotica attraverso l’utilizzo di termini diversi, nel capitolo VII del Libro II, dove Tocqueville tratta della tirannide della maggioranza, si legge: “si vide a Baltimora, all’epoca della guerra del 1812, un esempio impressionante degli eccessi cui può giungere il dispotismo della maggioranza.” (A. de Tocqueville, La democrazia in America, cit., libro II, cap. VII, L’onnipotenza della maggioranza negli Stati Uniti e i suoi effetti, p. 258).

[40] C. Cassina, Alexis de Tocqueville e il dispotismo “di nuova specie”, in D. Felice (a cura di),  Dispotismo. Genesi e sviluppi di un concetto filosofico-politico, cit., p. 515.

[41] Ivi, pp. 524-525.

[42] A. de Tocqueville, La democrazia in America, cit., libro II, p. 183.

[43] Ivi, libro II, cap. VII, L’onnipotenza della maggioranza negli Stati Uniti e i suoi effetti, pp. 253-255.

[44] Ivi, libro II, cap. VII, L’onnipotenza della maggioranza negli Stati Uniti e i suoi effetti, p. 258.

[45] Ibidem.

[46]  Ivi, libro II, cap. VII, L’onnipotenza della maggioranza negli Stati Uniti e i suoi effetti, p. 260.

[47] N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, cit., pp. 39- 40.

[48] Cfr. L. Caboara, Democrazia e libertà nel pensiero di Alexis de Tocqueville, cit., p. 30.

[49]  A. de Tocqueville, La democrazia in America, cit., libro II, cap. VII, L’onnipotenza della maggioranza negli Stati Uniti e i suoi effetti, p. 261. Anche in questo passo, Tocqueville offre un esempio del modo in cui utilizza i termini dispotismo e tirannide, dei quali si è discusso precedentemente.

[50] Cfr. L. Caboara, Democrazia e libertà nel pensiero di Alexis de Tocqueville, cit., p. 101.

[51]  A. de Tocqueville, La democrazia in America, cit., libro III, parte IV, cap. VI, Quale specie di dispotismo devono temere le nazioni democratiche, p. 732.

[52] Ivi, libro III, parte IV, cap. VI, Quale specie di dispotismo devono temere le nazioni democratiche, pp. 732-733.

[53] Ivi, libro II, cap. VII, L’onnipotenza della maggioranza negli Stati Uniti e i suoi effetti, p. 260.

[54] Ivi, libro III, parte IV, cap. VI, Quale specie di dispotismo devono temere le nazioni democratiche, pp. 732-733

[55] Ivi, libro III, parte IV, cap. VI, Quale specie di dispotismo devono temere le nazioni democratiche, p. 733.

[56]  Scrive, a tal proposito, Tocqueville nella prima Dèmocratie: “Quando il popolo comincia a riflettere sulla sua posizione, comincia anche a sentire una quantità di bisogni che prima non aveva e che possono essere soddisfatti solo ricorrendo alle risorse dello stato.” (Ibidem, libro II, cap. V, Il governo della democrazia in America, p. 222).

[57] Cfr. F. M. De Sanctis, Tempo di democrazia. Alexis de Tocqueville, cit., p. 116.

[58] Cfr. A. de Tocqueville, La democrazia in America, cit., libro III, parte IV, cap. VI, Quale specie di dispotismo devono temere le nazioni democratiche, p. 733.

[59] Cfr L. Caboara, Democrazia e libertà nel pensiero di Alexis de Tocqueville, cit., p. 26.

[60] Utilizzo, in questa sede, il termine dispotismo riferendomi ad una definizione il più possibile generale, che non vuole rifarsi nello specifico ad autori che, nei secoli, hanno elaborato teorie diverse riguardo a questa categoria; in quest’ottica, “il dispotismo è quella forma di governo in cui colui che detiene il potere ha nei riguardi dei suoi soggetti lo stesso tipo di rapporto che il padrone ha nei riguardi degli schiavi in suo possesso.” Cfr. voce Dispotismo in Dizionario di politica, a cura di N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, UTET, Torino, 2007, p. 267.

[61] N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, cit., p. 106.

[62] Cfr L. Caboara, Democrazia e libertà nel pensiero di Alexis de Tocqueville, cit., pp. 80-81.

[63]  A. de Tocqueville, La democrazia in America, cit., libro III, parte II, cap. II, L’individualismo nei paesi democratici, p. 515.

[64] Ivi, libro III, parte II, cap. IV, Come gli americani combattono l’individualismo con istituzioni libere,  p. 519.

[65] Cfr. F. Ferraresi (a cura di), Figure della libertà. Le dottrine, i dibattiti e i conflitti, cit., p. 37.

[66] Cfr. F. M. De Sanctis, Tempo di democrazia. Alexis de Tocqueville, cit., pp. 118, 122.

[67] Cfr L. Caboara, Democrazia e libertà nel pensiero di Alexis de Tocqueville, cit., p. 81. In tale contesto Caboara considera come essenziale, accanto a uguaglianza e libertà, anche la sfera religiosa come carattere essenziale delle molteplici espressioni della vita sociale di cui parla Tocqueville.

[68]  A. de Tocqueville, La democrazia in America, cit., libro III, parte IV, cap. VI, Quale specie di dispotismo devono temere le nazioni democratiche,  p. 732.

[69] Ivi, p. 733.

[70]  Scrive, a tal proposito, F. M. De Sanctis: “Questa immagine della società e queste pratiche governamentali in cui si trasfigura e dispiega il potere, sono, dunque, ora fuse in un’unità difficilmente scindibile: il potere non si esercita sulle società come entità distinta dallo Stato, bensì, proprio con la democrazia e con l’assetto socio-culturale che essa impone, lo Stato può configurarsi come potere sociale centralizzato e munito delle funzioni tradizionali del potere politico, esse stesse fortemente autonomizzate dalle volontà dei cittadini. La democrazia, in quest’ottica, determina un potere sociale che è essenzialmente burocrazia, assolutamente omogenea per carattere e condizione spirituale alla massa” (F. M. De Sanctis, Tempo di democrazia. Alexis de Tocqueville, cit., pp.116- 117).

[71] Cfr. C. Cassina, Alexis de Tocqueville e il dispotismo “di nuova specie”, cit., pp. 539-540.

[72] P. Birnbaum, La sociologia di Tocqueville, Il Saggiatore, Milano, 1973, p. 152.

 

 

Bibliomanie.it