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LA CONDIZIONE DELL’IN-BACULUM

 

MAURIZIO FERRARIS RISPONDE

 

a cura di Elisabetta Brizio

 

L’imbecillità «è il richiamo dell’abisso e del negativo e, insieme, del solo vero», lei scrive in L’imbecillità è una cosa seria (il Mulino 2016), che ha suscitato e continua a suscitare grande interesse nel pubblico. L’interesse è indubbiamente dovuto ai pregi del suo libro, ispirato alla brevitas ma oltre modo serrato, brillante ma essenzialmente amaro: ritratto implacabile e fedele della condizione umana. Senza ovviamente sminuire il suo lavoro, sorge il sospetto che dietro questa grande accoglienza ci sia anche qualcos’altro, che parecchi lettori si sentissero come chiamati in causa per una autoverifica. È possibile secondo lei?

R. Certo, i libri sull’imbecillità vanno tantissimo, e sono tantissimi, perché attivano due meccanismi. Quello autodiagnostico: «Non sarò per caso imbecille? Meglio che mi informi» (meccanismo che non scatta per altri tipi di infermità piú palesi: difficile che uno, a freddo, si chieda se è un gottoso asintomatico). E quello consolatorio: «Imbecilli sono gli altri, tanto è vero che in questo libro non vengo menzionato». Alla fine, è la consolazione a prevalere, o almeno il contemptus mundi, che è pur sempre qualcosa; come diceva Eco, se in punto di morte ci convinciamo che il mondo è pieno di imbecilli, moriamo con minori rimpianti. O il mal comune mezzo gaudio. E inoltre la certezza che il libro dice cose vere, o almeno che fanno parte della nostra esperienza, diversamente dalle vite dei santi, dei geni o degli eroi.

A proposito di questo libro è stato detto che l’imbecillità è l’inemendabile. Ma se parliamo della accezione di ‘inemendabile’ delineata nel Mondo esterno – dove inemendabile è la resistenza opposta dagli oggetti, ed è quindi ciò che non può essere modificato – sembra affacciarsi un problema. Infatti in L’imbecillità è una cosa seria viene auspicata una emancipazione dall’imbecillità, l’eliminazione delle tracce di questo «peccato originale»: viene pertanto auspicato un cambiamento. Quindi dire ‘inemendabile’ riferito alla imbecillità umana infrangerebbe la sua prospettiva canonica. Oppure ‘inemendabile’ assumerebbe una sfumatura differente?

R. La metterei cosí. L’imbecillità trascendentale è inemendabile nel senso che è un retaggio inevitabile della condizione umana, come la morte. Pensare un umano immune dalla imbecillità è altrettanto impossibile, addirittura contraddittorio, che pensarlo immortale o onnipotente. Questo non significa che non si possano emendare delle imbecillità empiriche, ed è in effetti quello che facciamo, correggendoci giorno dopo giorno (o semplicemente credendo di correggerci: se poi la correzione abbia realmente luogo, non lo sapremo mai). L’impressione di emendare la propria imbecillità ci viene, ad esempio, dal guardare con costernazione al nostro passato: «Che fesso sono stato!». In questo senso, Spinoza, nel sostenere che il pentimento è una passione triste, e in fondo inutile e indegna, si rivela – sia detto con tutto il rispetto nei confronti di un gigante del pensiero – un imbecille. Da cosa può venire l’impulso all’emendazione dell’intelletto a cui Spinoza teneva al punto di dedicarci un trattato, sia pure incompiuto, se non dalla contemplazione dell’imbecillità nostra e altrui, contemplazione che, quando si tratta di noi, non può non essere accompagnata dal pentimento o dalla vergogna?

‘Imbecille’, che come lei ricorda deriva da in-baculum, rimanda a «dipendenza», uno dei concetti-chiave della sua riflessione piú recente. Semplificando molto, la «sottomissione», su cui lei insiste in Mobilitazione totale, è il nostro obbedire a norme stabilite in un passato di cui restano solo tracce, ma tuttora normative. Sostenere che l’uomo è sottomesso esclude allora il fatto che possa essere costruttore. Al di là della sinonimia, esiste un filo che unisce le due condizioni, quella della dipendenza e quella della sottomissione?

R. In-baculum, cioè privo di bastone, è appunto l’essere umano al naturale, senza tecnica, occhiali, penne, telefonini, portafogli e relativo denaro. Un rottame alla deriva, sebbene inspiegabilmente molti filosofi (e in testa a tutti Rousseau) abbiano idoleggiato la perfezione dell’uomo nello stato di natura. Se abbandoniamo questo idillio che in effetti è un incubo, ci rendiamo conto che un umano degno di questo nome è un essere dipendente, da altri umani e da dispositivi e risorse che vengono dalla tecnica. Non ci sarà poi niente di sorprendente se questo essere dipendente coltivi delle dipendenze, chissà come classificate come devianze o patologie, e percepite come tali, quando viceversa sono la norma e la fisiologia. Amori rovinosi, tossicomanie, ludomanie... dipendenza e sottomissione sono la caratteristica fondamentale dell’umano. C’è da sorprendersi? Un gatto a un anno è un individuo fatto e finito, un umano raramente lo è per tutta la vita, dunque non c’è da meravigliarsi della sua condizione di dipendenza. L’ideale stoico dell’autarchia, del bastare a se stessi e dell’ubbidire solo a se stessi va benissimo, ma, appunto solo come ideale regolativo, come obiettivo a cui si tende asintoticamente, per non cadere totalmente in preda della propria pulsione alla sottomissione e alla dipendenza.

Per lei la tecnica ha molti ruoli: integrazione delle carenze dell’animale-uomo, sostegno alla nostra vulnerabilità o debolezza, possibilità di emanciparci, superamento della censura, dentro e fuori, ecc. E fin qui lei è piú o meno in linea con altri filosofi. Dai quali tuttavia diverge quando viene sostenuto il binomio tecnica-alienazione: cioè l’errore della cultura dell’alienazione. La tecnica è il rovescio dell’alienazione, perché è lo svelamento della nostra vera natura...

R. Sostenere che la tecnica è integrazione delle nostre carenze e insieme alienazione è semplicemente contraddittorio. Se la tecnica è una integrazione necessaria – e secondo me e tanti altri lo è – per i motivi che ricordavo piú sopra, allora la tecnica non può essere alienazione, ossia espropriazione o deformazione della nostra vera essenza. È appunto una rivelazione, una manifestazione di quello che siamo e magari non sapevamo di essere, nel bene e nel male: homo habilis, piú interessato ad armeggiare con dei pulsanti o con dei tasti che a starsene con le mani in mano; zôon lógon échon, capace di sfinirsi e di sfinire il prossimo con telefonate e messaggi; homo sapiens sapiens, talora, intento ad accrescere le proprie conoscenze in modo disinteressato (cosa che in assenza di tecnica, e in particolare di quella tecnica cruciale che è la scrittura, non sarebbe possibile); e ovviamente anche homo necans, capace di divertirsi un mondo in guerra, e, in mancanza di questa, con i videogiochi, le partite di calcio e tantissimi svaghi sadomasochisti.

Le righe conclusive del suo ultimo libro continuano a risuonare in noi lettori come una bellezza tragica. È il realismo che condiziona, attenua, trattiene, relativizza estemporanee forme di ottimismo, quel realismo che ha fatto scomparire la denominazione ‘compito’ che cosí tanto ricorreva – e cosí tanto spesso assunta nella vaghezza di contesti astratti oppure degeneri – nei libri di filosofia degli ultimi decenni? Quasi a sedare le coscienze, sia quella dello scrivente che quella dell’utente. Sostituendola con parole ora esatte, ora piú scomode (come, appunto, ‘imbecillità’), ora piú prudenti (‘costruzione’, ad esempio), i cui presupposti sono ben situati e i cui esiti talvolta vengono, senza tradimenti, definiti ‘incerti’, ‘fallibili’...

R. Non sono sicuro che l’appello enfatico al ‘compito’ comportasse una effettiva mobilitazione verso un qualche compito, ammesso e non concesso che il compito in questione fosse poi cosí desiderabile per sé e vantaggioso per altri. In genere, quanto piú alto è il compito che ci si propone o che si propone all’umanità, tanto piú forte è la possibilità che l’enunciazione del compito prenda il posto dell’esecuzione di qualcosa di magari molto piú modesto, ma reale. È il farisaismo, la convinzione, cosí diffusa tra gli additatori di compiti, che il proprio valore morale consista nelle idee che professano e nei compiti che assegnano a se stessi o (piú spesso) agli altri, invece che nelle loro effettive condotte di vita. Una coscienza inquieta può essere (e talvolta anche in buona fede) il miglior sonnifero: ho la coscienza inquieta, vuol dire che sono giusto e sensibile, che sono morale, che sono pieno di buone intenzioni, che bastano a se stesse. E a questo punto, buonanotte senza serotonina. Inversamente, vorrei far notare che il realismo, l’insistenza sul limite, e magari sull’imbecillità e la miseria umana, non esclude affatto l’esecuzione di compiti, anche difficili e onerosi, che comportano rischi piú o meno grandi, e perseguiti seguendo degli ideali che sono tanto piú nobili in quanto praticati e non elencati in una tabella di compiti.

Infine, e mi riferisco soprattutto a Emergenza (lavoro-capolavoro altamente speculativo): come è riuscito a realizzare il congiungimento tra ontologia e antropologia in maniera cosí perfetta? A saldare il rigore dello speculativo con il fluire e il variegato spessore della vita? Tutto collima, sempre che nella realtà possa collimare...

R. Ci sarò riuscito? La ringrazio moltissimo di questa domanda, che prendo come un complimento dettato da benevolenza, ma se provassi a risponderle andrei incontro a due rischi. Il primo è quello di imbarcarmi in una complicata giustificazione retrospettiva di un lavoro che è avvenuto tutt’altro che a freddo e con idee chiare, visto che è il frutto (come in generale tutti i miei libri e immagino come i libri di tanti altri) di scritture, riscritture, tagli, e di una chiarezza o almeno una penombra concettuale che si fa viva, se si fa viva, solo alla fine. Il secondo è di prendere il tono di Nietzsche quando in Ecce homo intitola un capitolo «Perché scrivo cosí buoni libri». Scrivo buoni libri? Va’ a sapere, e certo sono il meno adatto a esprimermi in materia. Sarei ipocrita se dicessi che non vedo libri peggiori dei miei: li vedo, eccome, e mi diverto molto a trovarne i difetti (accanimento rivelativo di un timore) ma questo non basta a dire che i miei sono buoni. E qui smetto perché immagino che qualcuno commenti: «Ecco il solito imbecille che fa professione di umiltà».

 

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