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Nella cripta sacra di Ramón

 

 

Antonio Castronuovo

 

         I primi decenni del Novecento esplodono in mille scintille, dall’Italia alla Spagna, dalla Francia alla Germania. Sono decenni vitali, creativi, sensuali, laicissimi: uno dei rari momenti dell’evoluzione culturale d’Occidente in cui umorismo e scetticismo, libertà e agnosticismo, si sono fusi in una figura originale, il cui sembiante si mostra in una miriade di “ismi”. Dietro ognuno di essi fermentava un gruppetto di intelligenze, di spiriti infuocati, che nei caffè e negli studioli polverosi davano forma a tutti i rivoli dell’avanguardia. E gli “ismi” con cui l’avanguardia europea s’è manifestata sono davvero tanti, a riprova di come in quel momento storico si sia propriamente manifestato un “pluriverso” (la smagliante differenza dei movimenti, dei tipi, delle personalità).

E in quel pluriverso ci sta anche il “ramónismo”, meteora avanguardistica che in quegli anni solcò il cielo di Madrid e andò ad infiggersi tra i tavolini del caffè Pombo, dove Ramón Gómez de la Serna passava il suo tempo armato di taccuino, con la pipa in bocca e una bottiglia di acqua minerale per sopravvivere al tempo e dove, dal 1914, diede vita a una tertulia, cioè un gruppo letterario, e alle “riunioni del sabato”, giorno in cui, dalle dieci della sera fino alle due della notte, intellettuali e artisti di Madrid vi si davano appuntamento.

Ci andavano i “locali”, come Jiménez e José Bergamín, Azorín ed Eugenio d’Ors, e ci andava naturalmente anche Ortega y Gasset, che un giorno, partecipando a un brindisi, pronunciò un famoso discorso: sollevò il calice e disse che «una delle forme più essenziali del lusso vitale è la creazione di miti». Unì cioè il Lusso (il superfluo) all’Essenziale (il minimo necessario) dicendo che essi si fondono nel mito, che è indispensabile e sontuoso al contempo. E con ciò voleva dire che esistono “vite mitologiche” in cui il superfluo giunge a diventare elemento della fisiologia. Alludeva involontariamente a Gómez de la Serna, ma pure alla personalità di tutti coloro che passavano dal caffè Pombo, che erano infatti tipi del genere.

Ci passarono anche degli italiani, come Marinetti o Papini, oltre ai soliti francesi che non si lasciano scappare nulla, come Cocteau, ma ci andarono anche García Lorca e Neruda, e pittori come Picasso, Chagall e Mirò. Un bel traffico di gente interessante, che indusse Gómez de la Serna nel 1924 a ricordare quegli anni nella vasta cronaca La sagrada cripta de Pombo, ove il locale dell’avanguardia – diventando “cripta sacra” – assurgeva a luogo liturgico di un rito occulto e viscerale: l’invenzione letteraria.

In quel caffè, Gómez de la Serna concepì un genere di espressione d’avanguardia del tutto originale: la greguería, talmente originale che, se andassimo a cercarla nei dizionari di letteratura, di retorica, di stilistica, o anche nel minuzioso, dettagliatissimo Dictionnaire des genres et notions littéraires della parigina Albin Michel, non la troveremmo mai, a riprova che la sua invenzione fu davvero eccentrica. Tale da far meritare al suo autore anche l’onore di essere indicato con l’abbreviato “Ramón”, e tutto quel che fece, da quel momento in poi, con l’indicazione di “ramónismo”, che è una forma di vita e di pensiero. Invenzione eccentrica eppure semplicissima, un uovo di Colombo dell’ideazione letteraria: un intruglio apparentemente ingenuo di umorismo e metafora. Ma non corriamo e vediamo chi era il nostro uomo.

I passaggi cruciali della sua vita sono pochi, come sempre accade per chi davvero inventa: nasce a Madrid nel 1888; su stimolo della famiglia a vent’anni si laurea in Giurisprudenza ma non esercita neanche per un giorno la professione forense: gli interessa scrivere, e infatti già nel 1905 (a 17 anni!) pubblica il suo primo libro Entrando nel fuoco e, nello stesso anno della laurea, il 1908, il suo secondo, Morbidezze, nel quale, molto freudianamente, dichiara che giudica la sua vocazione letteraria come un sublimato della propria sensualità. Giacché ci crede davvero, lancia anche un manifesto per ribadire il nesso tra corpo e letteratura: Il concetto della nuova letteratura, che esce nel 1909 nella rivista “Prometeo”, dove – guarda caso – appare altresì il Proclama futurista agli Spagnoli di Marinetti.

Il seguito della biografia di Ramón è fatto di grafomania (almeno due libri all’anno), di curiosità cosmopolita (viaggi assidui a Parigi, Lisbona, Londra, Napoli) e di felici e distratte ricerche di oggetti nel Rastro, il mercato delle pulci di Madrid. A Parigi ci andava in quanto capitale delle novità, anche se poi si calava in tutto ciò che sapeva di arcaico: ascoltava la Rapsodia negra di Poulenc, leggeva l’Antologia negra di Cendrars, andava a vedere Josephine Baker e ammirava l’arte primitiva di Gauguin.

Nel 1931, durante un giro di conferenze, conobbe in Argentina la scrittrice Luisa Sofovich e se la sposò. Cosicché nel 1936, quando in Spagna scoppia la Guerra Civile, sceglie l’Argentina come terra elettiva e si trasferisce in un appartamento di Buenos Aires dove il pomeriggio e la notte scrive, mentre al mattino dorme. Conosce Borges, ma non riesce a stringere un solido rapporto, anche se l’argentino parla di lui in ben tre saggi delle Inquisizioni. Gomez vive di scrittura e di fantasia fino al 1963, anno in cui lo visita la falce.

Le prime greguerías di Ramón uscirono sul “Prometeo” fra 1909 e 1912, e la prima edizione in volume è del 1914. Ne scrisse tutta la vita, fino a riempire, nel 1955, le millecinquecento pagine del bel volume Total de greguerías, il suo enorme zibaldone umoristico, e lanciando un genere molto imitato nei paesi di lingua spagnola, in una sorta di malattia epidemica che esplose su giornali e riviste e che rende oggi difficile ai filologi spagnoli dividere il grano dalla pula, individuare le greguerías originali di Ramón da quelle scritte da altri.

Ma che cos’è la greguería e che significa il suo nome? La parola è un neologismo inventato da Ramón, che sta per “schiamazzo”, “trambusto”, ma che infine è diventato il genere da lui inventato, e solo questo. Si tratta di una forma letteraria breve, vicina alla famiglia dell’aforisma (anche se Ramón disse chiaro e tondo che «la greguería non è aforistica: l’aforisma è enfatico e sentenzioso e io non lo pratico»), che si manifesta come metafora adatta a cogliere l’essenza della realtà e sempre in forma umoristica. È un breve lampo selvatico e scontroso, timido e audace a un tempo, brillante e policromo, ameba e geroglifico della realtà, oppure, come disse lo stesso Ramón, occhiata fruttifera e oliva farcita, di quelle cui si toglie il nocciolo per mettere un’acciuga. Insomma: rapidi paradossi e giochi fonici, motti e intuizioni liriche, con cui ogni cosa viene vista attraverso gli occhi dell’osservatore. La metafora consente infatti, come si sa, di collegare ciò che sembra separato e di osservare una cosa alla luce di un’altra, di esercitare cioè la tecnica dell’analogia, che è esercizio molto intellettuale, anche se in apparenza ordinario e, secondo alcuni, persino dozzinale.

Onde capire il senso più riposto della greguería (eccone due: «La lucertola è la spilla dei muretti», «Le candele sgocciolano cammei») dobbiamo tornare al gusto di Ramón di bighellonare nel Rastro, il mercato delle pulci. Quella sua abitudine spiega molte cose: dimostra che la vita e l’anima sono fatte di frantumi e rottami, per cui l’espressione letteraria che intende riflettere la vita non può che essere anarchica ed eterogenea, non può che ammassare pezzi e cocci, non può che riciclare ogni pezzo e giocare in un eterno ed immenso bricolage: il tragico della vita si corregge mediante la fugacità e la leggerezza, acquisendo una prospettiva il più possibile spugnosa e mutevole, che abbandona ogni pregiudizio e si affida al molteplice, che insomma non giudica nulla migliore del resto.

La letteratura, come la vita, è il luogo della fantasia sregolata e del flusso incessante del mutevole. Dunque il luogo della completa immoralità, diranno subito i rigoristi. Ma qui viene il bello: il ramónismo ha una sua gagliarda morale nella originalità dello stile, nella ricercatezza della forma, nell’ansia della bellezza geometrica. Se la vita è anarchica – sembra dire Ramón – non lo è certo la forma che l’esprime: questa deve sottostare a una salda disciplina: l’elegante misura formale delle greguerías dimostra che si può anche dedicare una mezza giornata alla cura di un rigo, e ciò non è certo costume indecente.

È chiaro che, da uno stimolo del genere, non poteva che nascere un’infatuazione di massa, una vera frenesia imitativa. Nel 1931 fu addirittura indetto a Buenos Aires un concorso pubblico di greguerías, e vinse questa: «La Q nacque un giorno in cui la O, tutta allegra, agitò la coda». Il guatemalteca Soler y Pérez diventò un buon emulo di Ramón e ne scrisse di ottime, tra cui «La lavagna è uno specchio che osserva un lutto rigoroso».

Ma la greguería c’è sempre stata, anche se involontaria. La usa Euripide quando scrive che «Il miele è il lavoro pubblico delle api» o Pascal dicendo che «I fiumi sono strade che camminano»; la usa Cocteau quando dice che «Il diamante è il figlio arricchito del carbone» o García Lorca quando immortala «La paura del mollusco senza conchiglia», fino alle acri greguerías di Jardiel Poncela, come questa: «La vita è tanto amara che stimola quotidianamente l’appetito». Che è poi un bel modo di spiegare finalmente il segreto della vita, che è crudele e luttuosa, ma che ogni giorno ci riduce a tavola a sgranocchiare qualcosa.

Ramón si disponeva, ogni giorno, a guardare il mondo, a osservare le minuzie, a farsi catturare dai frammenti dell’esistenza e dalle metafore che la realtà gli suggeriva. Ne trasse la materia della sua opera “inclassificabile”: fatta di una marea di libri l’uno diverso dall’altro, scritti da un grafomane modernista e polimorfo, vertiginosamente fantasioso e ribelle a farsi incasellare in una qualunque categoria letteraria.

Vale la pena, a ogni modo, di leggere le migliaia di greguerías che scrisse: sarà come farsi una passeggiata nel Rastro di Madrid, o come entrare nel caffè Pombo e rivivere il miracolo della letteratura intesa come prodotto che nasce a un tavolino di caffè – mediante la chiacchiera e lo sguardo che cerca avidamente attorno a sé un fatto che si presti a diventare greguería.

 

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