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Finalmente è la fine del mondo

 Leonardo Caffo

 

 conversazione a cura di Elisabetta Brizio

 

 

Finalmente è la fine del mondo, una riflessione per superare quella «tautologia abissale che vede l’uomo degno perché uomo»… Per non sparire nel dominio delle morti, per compiere uno scatto in avanti: un nuovo profilo umano dovrà allora delinearsi trasvalutando pensiero, azioni e omissioni praticati con una irriflessività più o meno giustificata. L’uomo e la sua opera, nei termini espressi fino ad ora, entrano definitivamente in crisi, anzi stanno cooperando alla distruzione del mondo. «Finalmente» nel suo romanzo è anfibologico. Per il momento è come dire: infine, per ultimo, in relazione al tempo che qui ha termine. Romanzo filosofico di dissoluzione – benché nell’epilogo venga indicata una chance all’autodistruzione –, opera breve, serrata, volta alla ricerca delle ragioni che hanno determinato, «finalmente» – si vedrà il perché –, l’esaurirsi dell’esistente. Lei scrive, nella nota editoriale, che quest’opera è l’esito di lunghe riflessioni, ed è la stessa sensazione del lettore per quel che attiene all’intelligenza del testo. Che idea ha del mondo lei così giovane, dunque ancora immune da quel sentimento triste, frustrante e deleterio, che è la rassegnazione?

 

Caffo: Ma … cominciamo col dire che io non sono uno scrittore. Al massimo, forse, un filosofo. Per cui il romanzo in questione per me ha la funzione di un lungo esperimento mentale – che è uno strumento con cui i filosofi hanno più dimestichezza di quanta non ne abbiano con la narrativa. Per cui posso cercare di spiegare qualcosa, anche se la domanda è complessa, sull’idea di mondo. Per me il mondo è un insieme di stati di cose: per farla breve, direi, alcuni di questi sono necessari e altri contingenti. Tra gli stati di cose necessari ci sono molti elementi della realtà che, in qualche misura, ci trascende e da noi è indipendente: penso agli oggetti naturali, o alle leggi fisiche e matematiche, solo per essere sintetici. Ma tra le contingenze del nostro mondo ci sono parecchie delle cose che da noi dipendono: come le realtà sociali e, per l’appunto, l’idea di mondo che abbiamo costruito. Tale cornice, per così dire, teorica, conduce a un sentimento assai diverso da quello della rassegnazione: ci sono cose che si possono cambiare – basta volerlo. L’esperimento mentale che è Finalmente è la fine del mondo altro non è che un’esasperazione di alcune delle caratteristiche del nostro mondo sociale che, pur coscienti della loro gravità e insostenibilità, ci ostiniamo a non voler cambiare. La questione è: dopo aver visto cosa potrebbe succedere siamo ancora così sicuri di volerci tenere “il mondo così com’è”?

 

Vengono da lei qui anatomizzate le cause fondamentali dell’invecchiamento del mondo. Le istanze di Alme e di Nebe – del bene e del male, dell’anima e dell’inconscio – sono astratte, incongruenti e decrepite. Le «ardue speculazioni» hanno concorso ad artefarlo e a precipitarlo in questa condizione agonica per l’esclusivo interesse riversato sul soggetto animal-umano, tese come sono a dissimularne e giustificarne pretese di onnipervasività e attestati di eccellenza sul resto dell’esistente. Lo scatto in avanti cosa conserverà del passato, oltre la consapevolezza del fallimento?

 

Caffo: Il passaggio, anzi, i passaggi a cui lei fa riferimento sono un attacco al dualismo nelle sue varie forme: mente-corpo, interno-esterno, anima immortale-corpo mortale, soggetto-ambiente, ecc. Credo che i dualismi, come molte delle suddivisioni artificiose a cui la filosofia ci ha abituati, concorrano alla formazione di categorie cognitive che spingono a segare in due ogni cosa, piuttosto che a vederne l’intero. In questo credo che la filosofia occidentale abbia tanto da imparare da quella orientale: sto pensando, per esempio, al pensiero taoista. Da tempo spero che un giorno avrò la possibilità di scrivere un libro che mostri come il problema della filosofia, e delle sue narrazioni, non stia tanto nella divisione analitico/continentale, tutta interna ai fatti nostri quanto, piuttosto, proprio in quella occidentale/orientale che si è risolta, purtroppo, con un’opera di colonizzazione della prima ai danni della seconda.

 

Esteriormente inerte, sospeso in un tempo assente e circoscritto alla collina che ancora regge al tracollo ecologico, lo spazio del racconto è plurimo: spesso è lo strato di oltre due millenni di speculazione che resiste, ma che è chiamata a rivedere i propri presupposti. La filosofia possiede ancora la forza costruttiva per farlo secondo lei?

 

Caffo: Paradossalmente, nello spazio dell’esperimento mentale che ho costruito, la filosofia rimane l’unica cosa utile. Cosa si mettono a fare gli ultimi superstiti alla catastrofe?  Filosofia. E così, ancora una volta, si accompagnano verso la fine attraverso la speculazione concettuale. Se non abbiamo speranza nella filosofia, allora, credo non ci resti che immaginarci più vicini a dei sassi, che a delle divinità.

 

Il Signor Rove è il tertium quid, la terza via. È l’incarnazione del vero, la filosofia. Riunisce in sé tratti umani e animali, e in particolare sposta l’accento su altre istanze. Per lui l’umano è «un’invenzione che passa per l’annullamento dell’animalità»; vale a dire: «umano» è l’espressione del pregiudizio specista che è il presupposto della sparizione della natura. Replica al dialetizzare dei precedenti interlocutori: «Quanto è stato parziale il vostro racconto? Quanto è stato misero pensare che questo mondo sia stato per l’uomo e soltanto per l’uomo?». «Che cosa rende una vita umana più degna di una vita altra dall’uomo?». In questa uscita da vincoli antropologici bene e male al cospetto di Rove si confondono e perdono i loro lineamenti usuali e scontati, il loro carattere di illusioni o mistificazioni. Nel contesto apocalittico, se assunti secondo le tradizionali categorie del pensiero, diventano due idee non più distinguibili – ed è emblematico come, di fronte a Rove, i discorsi di Alme e di Nebe finiscano per sommarsi e per confondersi. Le cognizioni di bene e di male sono esigenze dell’universo intero che difficilmente si lasciano catturare da fedi o psicologie. Anche per questo il volto di Rove è «mostruoso», e pertanto destabilizzante?

 

Caffo: La rottura rappresentata da Rove, entro la struttura narrativa, serve a dare l’ultimo colpo all’antropocentrismo – come categoria di pensiero – che ancora restava aleggiante nei discorsi di Alme e Nebe. Rove, anagramma di Vero, riesce a rendere evidente come il mondo dell’umano non sia il mondo, ma una sua rappresentazione. Una sua rappresentazione equivalente ad altre e mai più importante. Il volto di Rove è mostruoso, come mostruoso era l’altro per Derrida nel momento in cui non siamo capaci di valorizzarne le differenze. Il suo essere ibrido, più tecnicamente figlio del postumano, serve a immaginare in modo figurato cosa vuol dire essere nient’altro che animali: decostruita la nostra idea di umanità, allora, e solo allora, è possibile ricominciare a costruire – ricostruire – nella direzione corretta.

 

All’angelo della storia è dato scorgere solo una fine, un ormai, anziché quel futuro cui, con Benjamin, voltava le spalle. È la diagnostica di Rove a chiudere le ali dell’angelo, che in Benjamin erano travolte dalla tempesta-progresso: per Rove è mancato quell’essenziale e vitale farsi incontro alla dignità dell’animale non umano…

 

Caffo: Sì qui cerco di dire che se all’epoca in cui scriveva Benjamin era ancora possibile immaginare, nelle sue parole, “una speranza per chi non ha speranza” oggi, credo, la situazione sia assai più complessa e articolata. Basti pensare a come è cambiato il mondo dell’umano, all’accelerazione a cui è stato soggetto, e a cui dunque è stato soggetto anche il suo declino. I processi industriali hanno aumentano numeri, e qualità, delle morti animali – le guerre, a causa del progresso tecnico, sacrosanto, ma usato male, sono eventi che rischiano di continuo di portarci in una situazione non troppo diversa da quella teorizzata nel romanzo. Se oggi tornasse l’angelo della storia, temo, avrebbe proprio fatica a riconoscere la storia stessa.

 

Al Lettore – deroga unica all’annientamento –, evocato nella pagine conclusive con un enfatico e imperioso «TU», viene affidato un delicatissimo incarico: quello di raccontare a sua volta. E di assumere un nuovo, determinato status: intraprendere un’altra via, decidere, spezzando vecchi legami, ma sul modello di «totem senza tabù». Nella prospettiva in cui viene meno anche la nostalgia verso un mondo ossidato e ridotto in cenere, «finalmente» diviene qualificativo, e pare esprimere l’appagamento per un esito lungamente perseguito. Quanto di irrealizzabile è contenuto nell’istanza di varcare l’autodistruzione? E quanto nel bisogno di emancipazione? Giacché, per usare le parole di Horkheimer che lei riporta come conclusione al volume (e che torneranno nel suo ultimo libro), «i coolie della terra» hanno scarse probabilità di fruire di «una bella vista sul cielo stellato»…

 

Caffo: La funzione del Lettore, come personaggio inserito entro l’architettura del testo, è proprio quella di rendere una semplice narrazione un esperimento mentale: dando, cioè, valore filosofico al testo. Se intendiamo quanto ho detto come un possibile irrealizzato e non, semplicemente, come i deliri di uno scrittore qualunque allora possiamo sforzarci, credo, di rendere questo possibile sempre più improbabile. Farlo, ovviamente, significa ridare a tutti il cielo stellato di Horkheimer e non c’è niente di irrealizzabile, metafisicamente parlando. Ma per fare qualsiasi passo in avanti dobbiamo comprendere che la nostra sorte è comune: ogni lacerazione dello straniero, per dirla con Camus, è lacerazione di se stessi.

 

Nel Maiale non fa la rivoluzione (Sonda 2013), che è già un cult, lei scriverà poi che la liberazione animale non deve porsi come obiettivo quella umana, che l’antispecismo è anzitutto qualcosa di disinteressato (Soltanto per loro è il titolo di un suo lavoro del 2011), da professare indipendentemente dagli effetti che la liberazione animale potrebbe avere nell’uomo. E che una ricostruzione teoreticamente coerente della questione animale andrebbe condotta senza fare astrazione da complesse questioni politiche…

 

Caffo: Sì. Questa è una questione più complessa su cui, ormai, si dibatte da anni. Ma ha a che fare con quanto dicevo prima: colpire l’altro è colpirsi. Ma ciò che sembra egoismo: non ti faccio del male perché altrimenti faccio male anche a me, in realtà, pensiamoci, è altruismo ed etica nel suo senso più nobile. Identificarsi con l’altro, attraverso un corretto uso dell’empatia, significa trasformarci in un'unica immensa sostanza. Ci sono molti tecnicismi, ovviamente, nella tesi del libro a cui fa riferimento.

 

Nel romanzo riferimenti a nuove prospettive filosofiche paiono incidere tutt’altro che marginalmente, come poi in particolare nel Maiale non fa la rivoluzione, che non è un romanzo filosofico ma un libro di filosofia. Ad esempio, propedeutico all’azione morale è il riconoscimento di un mondo di fatti cui l’azione morale non è dato prescindere. L’idea, inoltre, già di Derrida, di una giustizia come nozione non decostruibile. Mi riferisco alle evidenti implicazioni etiche del nuovo realismo filosofico, e al suo statuto di filosofia globalizzata. Lei stesso ha curato Filosofia globalizzata di Ferraris…

 

Caffo: Sì io credo, con Derrida, ma anche con Ferraris nei suoi commenti al filosofo algerino, e con molti altri, che la giustizia – in senso non normativo/giuridico ma morale – sia una nozione indecostruibile. Se non abbiamo un terreno che resiste alle nostre interpretazioni su cui poi, in un secondo momento, costruiamo tutto il resto allora, conseguenza vuole, che possiamo interpretare come relative alcune delle pratiche più barbare della nostra storia. Per costruire la politica bisogna conoscere le esigenze morali della specie Homo Sapiens – la realtà sociale è un’estensione della nostra propensione etica, espressa già a partire dal linguaggio, a vivere insieme.

 

Nel sottotitolo del Maiale non fa la rivoluzione lei parla di «antispecismo debole», debole nel senso di una prospettiva incompleta nella misura in cui è «una teoria in divenire». Vorrebbe soffermarsi su questo status di incompiutezza?

 

Caffo: In breve, credo che ogni teoria della liberazione animale debba essere incompiuta e liquida. Utilizzare diversi strumenti a seconda delle situazioni ed essere utilizzata, senza compromessi o secondi fini, soltanto per liberare gli animali non umani. Se ci sono situazioni in cui mi serve essere utilitarista, come Singer, allora lo sarò o se ci sono situazioni in cui, per esempio, è l’egualitarismo a permettermi di salvare delle vite, allora utilizzerò quella teoria. L’antispecismo debole, per propri principi, si svincola dalle rivendicazioni indirette dell’antispecismo e si dirige verso la vocalizzazione dei versi animali che abbiamo il dovere di rappresentare.

 

Tornando al romanzo, il Lettore dice: «il risveglio di questa mattina d’autunno mi renderà udente». Perché viene scelta una mattina d’autunno come momento ideale per imparare a scindere e a recepire? Perché è proprio dall’esperienza del declino che si tende a ricominciare? O c’è anche una eco proustiana (così nel Sainte-Beuve: «quell’io che riconosco scorge talvolta dei rapporti tra due idee, allo stesso modo che, d’autunno, quando più non ci sono né foglie né frutti, sentiamo nei paesaggi gli accordi più profondi»)?

 

Caffo: Mettiamola così, Sainte-Beuve c’entra. Ma è più nella metafora con cui inizia la sua domanda che siamo nella direzione corretta. L’autunno, per me, è l’inizio dell’anno al di là delle convenzioni temporali, intendo. Quando il grande bagliore estivo si affievolisce – l’autunno riporta alla mente ogni pensiero.

 

Il libro si chiude con l’immagine assente della finestra che istintivamente il narratore della collina si volge ad aprire, per poi accorgersi «che non c’erano finestre nella stanza della sua vita mortale». Essa è il simbolo del collasso temporale. E della sua stessa superfluità: ci si affaccerebbe sul niente dopo la distruzione. La finestra della memoria di obsolete categorie di esistenza potrebbe inoltre essere assunta ad emblema di apertura all’illusione, di una innata tentazione a evadere verso suoni e suggestioni, alla distrazione da questo nuovo vincolo o funzione, da questo obbligo contratto con il Vero?

 

Caffo: Qui la risposta è semplice. Se non cambiamo rotta l’esperimento mentale si trasformerà in un semplice futuro. Le vie d’uscita svaniranno e, a quel punto, altro che il Dio di Heidegger … nemmeno la filosofia ci potrà salvare.

 

Leonardo Caffo Finalmente è la fine del mondo, Editrice Zona, Arezzo 2011

 

 

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