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I NATALI DI GIORDANO BRUNO E LA SUA FORMAZIONE: DA NAPOLI A TOLOSA

LUCIA PIETRAFESA 

 

Non si può comprendere un pensatore senza tracciare, seppur concisamente, le origini, la formazione iniziale e le prime rilevanti esperienze della sua vita e in questo anche un irregolare come Giordano Bruno non fa eccezione.[1]  

Nel tentativo di delineare un quadro esauriente del filosofo e letterato campano e dello sfondo culturale nel quale s’inscrive il suo pensiero, ci si trova, inevitabilmente, a dover fronteggiare numerose difficoltà che dipendono sia dal temperamento e dalla genialità di un uomo che sfugge a qualsiasi tentativo di tipizzazione, sia dal contesto storico in cui visse ed operò. L’età tardorinascimentale, crocevia tra rinascimento maturo ed età barocca, è caratterizzata, come tutte le fasi di passaggio, da una poliedricità di componenti storico-culturali e sociali che ne rendono impossibile una lettura univoca.

Dal punto di vista storico, a livello europeo, la nascita degli Stati moderni[2], le scoperte geografiche, l’invenzione della stampa e la Riforma protestante sono solo alcuni degli eventi di rilievo dell'età rinascimentale. Occorre, peraltro, sottolineare che il Rinascimento, che assumiamo qui come termine di periodizzazione, fu agli albori un fenomeno culturale essenzialmente italiano, che dall'Italia si irradiò e investì l'intera Europa.

Nel nostro paese le Signorie, sorte dalla crisi dei Comuni, si trasformarono in Principati regionali che, in continua lotta fra loro, senza vinti né vincitori, impedirono l’unificazione della penisola favorendo, invece, le mire espansionistiche della monarchia francese e spagnola. Dal punto di vista sociale ed economico, la nuova aristocrazia cittadina, promotrice di un’economia aperta e tesa al guadagno, fu l’elemento catalizzatore della nuova cultura umanistico-rinascimentale che si diffuse, in seguito, nel resto d’Europa. Dopo la pace di Cateau Cambrésis (1559) che sancì la vittoria della Spagna sulla Francia e ratificò il dominio spagnola in Italia, le differenze che laceravano la penisola divennero ancora più profonde: agli Stati regionali e indipendenti, come Venezia e lo Stato della Chiesa, si affiancarono Stati dipendenti dalla monarchia spagnola, Regno di Napoli e Ducato di Milano, con una forte impronta feudale. Tra questi ultimi spiccava, grazie alla sua «collocazione politico-strategica»[3], il Regno di Napoli che a Bruno diede i natali.

In un piccolo sobborgo posto «alle radici del monte Cicala»[4], presso Nola, nel mese di gennaio o febbraio del 1548 nacque «a Giovanni e Flaulisa il figlio a cui, in onore dell’erede del trono di Spagna, venne messo il nome di Filippo».[5]

I luoghi dell’infanzia, nonostante i numerosi patimenti che dovette soffrire sin dai primi teneri anni[6], rimasero per sempre vivi nel cuore e nella memoria del Bruno.[7] Nel 1562, sebbene a Nola fosse diffuso, come racconta lo Spampanato[8], il culto della filosofia e degli studi letterari, il filosofo si recò a Napoli dove frequentò le lezioni di Giovan Vincenzo del Colle, detto il Sarnese. Costui lo iniziò all’aristotelismo, dottrina che, molto probabilmente, il Nolano non apprezzò né allora e neppure in seguito, allo stesso modo della grammatica, i cui cultori definì con disprezzo «pettoruti grammaticastri» che «non cessarono mai di imbrattare un infinito numero di carte».[9]

Tutt’altra considerazione Bruno dovette avere del maestro Teofilo da Vairano, poiché ne parlò con ammirazione in una conversazione avuta molti anni dopo, nel 1585, con il bibliotecario di Saint Victor, Guillaume Cotin.[10] Non si hanno molte notizie sugli insegnamenti impartiti da Teofilo; di certo avviò Bruno alle letture agostiniane, fondamentali per le posizioni che egli assumerà rispetto al dogma trinitario. Si può invece solo ipotizzare che questo stesso maestro lo abbia contemporaneamente introdotto alle dottrine neoplatoniche.

Nella città delle reliquie, della venerazione esasperata, degli amuleti e degli scongiuri, della superstizione folle ed irrazionale, Bruno fece un altro importante incontro: lesse per la prima volta gli scritti di Pietro Ravennate che gli dischiusero le porte dell’ars memoriae.

Il Ciliberto afferma a riguardo: «Quali che siano le interpretazioni che se ne sono date – e le forzature che le hanno segnate – su un fatto non c’è dubbio: le arti della memoria che accompagnano testi decisivi come il De umbris o il Cantus circaeus sono una componente decisiva della filosofia di Bruno».[11]

Il 15 giugno del 1565, entrato nell’Ordine dei Predicatori, intraprese il noviziato nel convento di San Domenico Maggiore di Napoli scegliendo il nome di Giordano per la stima nutrita nei confronti del domenicano Giordano Crispo, suo maestro di metafisica.[12]

Si può ipotizzare che questa vocazione, avuta all’età di diciassette anni, sia stata dettata dall’esigenza di continuare i suoi studi in tranquillità.[13]

In ogni modo, quando entrò in convento, Bruno era già distante da un’ortodossia cattolica di carattere tradizionale e già orientato in senso ariano ed antitrinitario.

La sua religiosità cristocentrica, cioè imperniata sul primato di Cristo, sul rifiuto del primato di Maria e sullo studio dei Santi Padri, fu la causa del primo incidente che egli ebbe a San Domenico Maggiore. Nel 1565-66 Eugenio Gagliardo, maestro dei novizi, preparò una scrittura contro di lui:

 

(…) per aver dato via [come Bruno stesso raccontò in seguito agli inquisitori veneti] certe figure et immagine de’ santi et retenuto un crucifisso solo, essendo per questo imputato de sprezzar le imagine de’ santi; et anco per haver detto a un novitio che leggeva la Historia delle sette allegrezze in versi, che cosa voleva far de quel libro, che lo gettasse via, et leggesse più presto qualche altro libro, come è la Vita de Santi Padri.[14]

 

Lo Spampanato ritiene che il Gagliardo strappò, quello stesso giorno, la scrittura contro il Bruno sia per la tolleranza che le regole dell’Ordine prevedevano per i falli dei novizi, sia perché il trascurare il culto della Vergine e dei santi «era certo meno grave di quanto ogni giorno veniva imputato a frati e sacerdoti».[15] Questo primo processo non ebbe, dunque, gravi conseguenze ed il fatto che successivamente gli furono concesse missioni e licenze lascia supporre che Bruno avesse mantenuto un’irreprensibile condotta morale ed avesse conseguito un ottimo profitto negli studi. Questi anni furono, infatti, fondamentali per la sua formazione culturale. Nelle poche ore di libertà concesse agli studenti formali, Bruno continuò ad istruirsi, non in dottrine teologiche, bensì in quegli studi che gli avrebbero procurato insieme gloria ed esecrazione.[16]

Dopo l’esperienza conventuale non ebbe più occasione, per molteplici motivi, di dedicarsi totalmente agli studi così come fece nei conventi napoletani, ma la vasta e lodevole preparazione che raggiunse contribuì a farlo apparire «a posteri e contemporanei, ad avversari e ammiratori, a religiosi e secolari “uno de’più eccellenti e rari ingegni che si possano desiderare, e di esquisita dottrina e sapere”, un uomo addirittura “universale”».[17]

La predilezione del Bruno fu sempre per gli studi filosofici infatti, allevato e nutrito in gioventù nella dottrina dei Peripatetici, fece della filosofia, negli anni della maturità, la sua unica professione. Fu proprio l’accurata conoscenza delle dottrine aristoteliche e delle successive interpretazioni scolastiche di queste dottrine, che lo indusse a simpatizzare per colui che più di tutti si era allontanato da questa tradizione cercando di penetrare le fitte tenebre de’dommi[18]: il francescano spagnolo Raimondo Lullo.

Le letture cui si dedicò in questi anni inclusero, per citarne solo alcune, quella dei  filosofi arabi, Avicenna e Averroè, di platonici e neoplatonici, per giungere a Marsilio Ficino e Niccolò da Cusa per i quali  nutrì una profonda ammirazione. Ebbe modo, dunque, di arricchire anche di nascosto la sua cultura, ma non riuscì a nascondere  le sue idee che divennero, di giorno in giorno, più eterodosse.

Si può immaginare cosa implicasse un atteggiamento fortemente antidogmatico come quello del Bruno in un contesto storico in cui il dilagare dell’eresia protestante poneva la Chiesa nella necessità di operare quella vera riforma, in capite et in membris, che già nel secolo precedente, ed anche prima, era nei desideri di alcuni. Il concilio di Trento (1545-63), indetto da Paolo III, con le sue celebri definizioni dogmatiche e ancor più con i suoi decreti disciplinari, entò di porre un argine a quello che era visto come l’irrompere del male nella cristinianità. Ne derivarono l’irrobustimento del potere delle istituzioni ecclesiali e la difesa rigida e severa dell' ortodossia. In linea con le nuove regole  tridentine, nel 1569, il Capitolo dell’ Ordine dei domenicani sancì il divieto della lettura di numerosi autori, tra cui  Erasmo da Rotterdam.

All’inizio del 1576[19], dopo un lungo periodo di contrasti e sospetti, Bruno si scontrò con l’Ordine proprio in materia teologica e questo fu il resoconto che, anni dopo, diede agli inquisitori sulla vicenda:

 

Io non saprei imaginarmi de che articuli mi processassero, se non è che, raggionando un giorno con Mont’Alcino, che era un frate del nostro ordine, lombardo, in presentia de alcuni altri padri, et dicendo egli che questi heretici erano ignoranti et che non havevano termini scholastici, diss’io che si bene non procedevano nelle loro dechiarationi scholasticamente, che dechiaravano però la loro intentione commodamente et come facevano li padri antichi della santa Chiesa, dando l’essempio della forma dell’heresie d’Ario, ch[e] gli scholastici dicono che intendeva la generatione del Figlio per atto di natura e non di volontà; il che medesmo si può dire con termini altro che scholastici, rifferiti da sant’Agustino, cioè che non è di medesma substantia il Figliuolo et il Padre, et che proceda come le creature dalla volontà sua. Onde saltorno quelli padri con dire che io deffendevo li heretici et che volevo che fossero dotti.[20]

 

In realtà i dubbi sul dogma trinitario[21] emersero nel tentativo di individuare un proprio percorso filosofico che considerasse anche le esperienze anteriori al convento; del resto, la presenza nel Regno di anabattisti ed ariani facilitava la conoscenza di tali dottrine.[22] Ai confratelli domenicani l’arringa del Bruno, con la sua estraneità all’ortodossia cattolica, non piacque; essi riferirono quanto udito al provinciale fra’ Domenico Vita, che istruì un nuovo processo contro di lui includendo la riapertura dei vecchi incartamenti.

Quando Bruno venne a sapere della scoperta dei libri di Erasmo contenuti  nelle opere di San Grisostomo e San Geronimo che, secondo le regole dell’ordine, erano state vietate e di cui egli, invece, si serviva occultamente, intuì che non avrebbe goduto, questa volta, dell’indulgenza riservatagli nel primo processo. Dopo questo episodio ebbero inizio le peregrinazioni del Bruno, che fuggì da Napoli a Roma e poi da Roma e dall’Italia.[23]

Nel 1576, a causa dell’accusa del tutto infondata di «haver gettato in Tevere chi l’accusò, o chi credete lui che l’havesse accusato a l’inquisitione»[24], Bruno abbandonò il convento romano di Santa Maria sopra Minerva, in cui aveva trovato alloggio dopo la fuga da Napoli, e soggiornò in numerose città italiane, Noli, Torino, Venezia, per poi recarsi, attraverso Chambéry, a Ginevra. Nella città di Calvino ricevette buona accoglienza da parte del marchese Galeazzo Caracciolo e dei suoi amici che, tra l’altro, si premurarono di trovargli un lavoro come correttore di bozze. Grazie ai documenti scoperti nel 1884 da Théophile Dufur, sappiamo che in questa città Bruno aderì formalmente al calvinismo. Il 20 maggio del 1579, come risulta dal Livre du Recteur[25], fu immatricolato nell’Accademia ginevrina, sede in cui sarebbe maturato ed esploso il conflitto che lo avrebbe allontanato anche da questa città. I documenti ginevrini narrano un episodio anteriore a questa data, a causa del quale Bruno conobbe le carceri della città; infatti «(…) persuase Giovanni Berjon, “assicurandolo che si trattava esclusivamente di quistioni scientifiche e che non v’era nulla né di Dio né de’ magistrati”, a stampargli un “foglio in cui egli venne enumerando venti errori commessi dal De la Faye in una sola lezione”».[26] Il Nolano attaccò un régent du collège, il titolare della cattedra di filosofia Anthoyne de la Faye, violando gli articoli degli Editti e gride del 1560 che comminavano la prigione ed altre pene a coloro che avessero offeso o criticato les ministres de la Parole de Dieu, i governatori e i magistrati. Dovette, quindi, chiedere scusa per l’accaduto all’insegnante e rinnegare di aver definito pédagogues i ministri della Chiesa di Ginevra: solo allora fu liberato e riammesso alla Cena.[27] Questo primo confronto diretto con i riformati non fu felice per Bruno che partì, avvilito, alla volta di Lione. La fittizia adesione al calvinismo rientra in quello che, per il nostro filosofo, è il bisogno di non scontrarsi con l’ortodossia dominante a vantaggio di una libera ricerca filosofica. Nell’arco di pochi anni quest’esperienza diede esiti straordinari come si evince dai due dialoghi morali londinesi. Nel 1579, «(…) non trovando commodità de guadagnar tanto»[28] che gli fosse sufficiente per vivere, si portò a Tolosa, sede di uno Studio famoso, dove si fermò una ventina di mesi ed ottenne il lettorato ordinario di filosofia.

 

 

1 Il filosofo A. Masullo, proprio in riferimento a Giordano Bruno, ha osservato : " Certamente non si può capire un pensatore, come non si può capire un letterato, senza conoscerne la storia, la biografia, sia quella strettamente umana, privata, esistenziale, sia quella culturale, che sono  poi inseparabili l'una dall'altra. Dall'altra parte neppure si può ritenere che rimanga soddisfatta la nostra esigenza di conoscere un pensatore, quando ne abbiamo investigato la pur selvosa molteplicità degli elementi culturali. Soprattutto per quello che riguarda un filosofo, dobbiamo cercare di cogliere quella che, con un termine filosofico che adopera lo stesso Giordano Bruno, (…) è la sua intenzione, vale a dire il significato che egli vuol cogliere attraverso la sua ricerca, il significato che egli ha cercato di comunicare con la sua scrittura”. A. MASULLO, L’infinito immaginare in Giordano Bruno, lezione inedita, tenuta il 14/05/1993, nell’ambito di un ciclo di lezioni su Bruno coordinate da Pasquale Sabbatino, alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Università Federico II di Napoli.

[2] Per approfondimenti sullo «Stato moderno» o «Stato del Rinascimento» cfr.: A. MUSI, Età moderna, Corso di storia diretto da G. Galasso, II vol., Milano, Bompiani, 1996, pp. 34-35.

[3] A. MUSI, L’Italia dei Viceré. Integrazione e resistenza nel sistema imperiale spagnolo, Cava de’ Tirreni, Avagliano Editore, 2000, p. 29.

[4] G. BRUNO, Spaccio de la bestia trionfante, introduzione e note di M. Ciliberto, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2000, (I ed. 1985), p. 144.

[5] V. SPAMPANATO, Vita di Giordano Bruno con documenti editi ed inediti, préface de N. Ordine, Paris-Torino, Les Belles Lettres-Nino Aragno Editore, 2000, (première édition Principato, Messina 1921), pp. 56-57.

[6] Idem, p. 58: «La fanciullezza del Bruno non trascorse lieta e serena: per lui non giuochi, non divertimenti, non compagni e amici della sua età e condizione, ma i sospiri e le lagrime della madre per la lontananza del marito soldato, e forse a volte per le ristrettezze domestiche».

[7] L. FIRPO, Il processo di Giordano Bruno, a cura di D. Quaglioni, Roma, Salerno Editrice, ristampa della Iª edizione: 1998, p. 156. Nel costituto del 26 maggio 1592, Bruno si presentò agli inquisitori veneti dicendo: «Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a  Napoli dodeci miglia, nato et allevato in quella città, et la professione mia è stata et è di littere et d’ogni scientia; et mio padre haveva nome Gioanni, et mia madre Fraulissa Savolina; et la professione de mio padre era di soldato, il qual è morto insieme anco con mia madre. (…) Io son de età de anni quarantaquattro incirca, et nacqui, per quanto ho inteso dalli miei, dell’anno ‘48».

[8] SPAMPANATO, Vita di Giordano Bruno, p. 16.

[9] Idem, p. 94: «(…) il Nolano dava la colpa di ogni male alla grammatica, “la colossale e sacrilega poltronaria” che aveva fuorviato e abbassato e le belle lettere e la filosofia».

[10] Idem, p. 651: «Il dit le pricipal maystre qu’il ait eu en philosophie estre (…), augustin, qui est trespassé».

[11] M. CILIBERTO, Introduzione a Bruno di Michele Ciliberto, Roma-Bari, Editori Laterza, 2003, (I ed. 1996), p. 8.

[12] FIRPO, Il processo di Giordano Bruno, p. 156: «Et de 14 anni, o 15 incirca, pigliai l’habito de San Dominico nel monasterio o convento de San Dominico in Napoli; et fui vestito da un padre, che era all’hora prior de quel convento, nominato maestro Ambrosio Pasqua; et finito l’anno della probatione, fui admesso da lui medesmo alla professione».

[13] Idem, p. 251; Francesco Graziano, riferì, nella sua testimonianza agli inquisitori, quanto udito a proposito dal Nolano: «(…) si vantava che da putto cominciò a essere nemico de la fede catholica, e che non poteva vedere l’imagine de’ santi, ma che vedea bene quella di Christo, e poi se ne cominciò a distor anco da quella e che si fece frate con occasione che sentì disputare a san Domenico in Napoli, e così disse che quelli erano dii della terra, ma poi scoperse che tutti erano asini et ignoranti, e dicea che la Chiesa era governata da ignoranti et asini».

[14] Idem, p. 157.

[15] SPAMPANATO, Vita di Giordano Bruno, p. 135.

[16] SPAMPANATO, Vita di Giordano Bruno, p. 183.

[17] Idem, p. 184.

[18] Idem, p. 191.

[19] Nel frattempo il Nolano fu ordinato suddiacono nel 1570, diacono l’anno seguente e sacerdote nel 1573 e, assegnato come “studente formale” di teologia allo Studio di San Domenico Maggiore nel 1572, conseguì la laurea in teologia nel 1575.

[20] FIRPO, Il processo di Giordano Bruno, p. 191.

[21] Idem, p. 255: «Parlando christianamente e secondo la Theologia e che ogni fidel christiano e catholico deve credere, ho in effetto dubitato circa il nome di persona del Figlio e del Spirito santo, non intendo queste due persone distinte dal Padre se non nella maniera che ho detto di sopra parlando filosoficamente; et assignando l’intelletto al Padre per il Figlio e l’amore per il Spirito santo, senza conoscer questo nome persona” che appresso santo Agostino è dechiarato nome non antico, ma nuovo e di suo tempo; e questa opinione l’ho tenuta da diecidotto anni della mia età sin’adesso (…)».

[22] SPAMPANATO, Vita di Giordano Bruno, p. 213: «Se nel Regno non mancavano molti Anabattisti e Ariani, non vi furono veri e propri seguaci del Lutero».

[23] FIRPO, Il processo di Giordano Bruno, p. 191: «et fuggí di Roma, perché hebbi lettere da Napoli et fui avisato che, doppo la partita mia da Napoli, erano stati trovati certi libri delle opere di san Grisostomo et di san Hieronimo con li scholii di Erasmo scancellati, delli quali mi servivo occultamente; et li gettai nel necessario quando mi partì da Napoli, acciò non si trovassero, perché erano libri suspesi per rispetto de detti scholii; se ben erano scancellati».

[24] Idem, p. 144.

[25] SPAMPANATO, Vita di Giordano Bruno, pp. 285-286: «(…) l’immatricolazione che si trova nel Libro del rettore e che a torto si credé implicasse necessariamente, anche dopo il 1576, l’adesione al calvinismo: “Philippus Brunus Nolanus sacrae theologiae professor, die XX maii 1579”».

[26] Idem, p. 295.

[27] Idem, p. 635: «Jeudi 27 août. “Absolution de la deffence avecq remonstrances. − A comparu en Concistoyre Philippe Brun, estudiant, habitant en ceste cité, lequel requiert la cène à luy deffendue luy estre remise, à luy deffendue pour avoyr usé de propos calompnieux à l’en contre des ministres et d’ung régent du collège nommé M. Anthoyne de la Faye, recognoissant en ce avoyr faict grande faulte, advis que bonnes remonstrances luy debvront estre faictes  et libéré à pouvoyr participper à la cène; (…)».

[28] FIRPO, Il processo di Giordano Bruno, p. 161.

 

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