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I FERITI NAZIONALISTI DEL COLLEGIO DI SPAGNA A BOLOGNA*

 

LUIGI PASELLI

 

 

1. Il Collegio di Spagna nel ventennio fascista

 

Da oltre sei secoli enclave culturale e territoriale spagnola nel cuore di Bologna, il Reale Collegio Albornoziano di San Clemente degli Spagnoli, più noto come Collegio di Spagna, fu retto ininterrottamente da Manuel Carrasco y Reyes[1] dal 1917 al 1954. Nato a Guadix (Granada) il 1° novembre 1883, egli studiò filosofia e diritto e nell’ottobre 1907 ottenne una borsa di studio del Collegio di Spagna di Bologna, dove restò sino alla fine del 1909, conseguendo presso l’università locale la laurea in legge con una tesi in lingua francese premiata dall’Institut de France. All’epoca il Collegio mostrava notevoli carenze accademiche e amministrative che la Giunta di patronato si accinse a sanare nel 1916 con un nuovo statuto, che ebbe l’approvazione reale; all’inizio del 1917 Carrasco – personalità dal carattere forte e deciso, che mostrerà di godere la piena e ininterrotta fiducia del patrono Joaquín de Arteaga y Echagüe, duca dell’Infantado – venne nominato rettore. Per dare subito visibilità all’istituzione che guidava, oltre ad incrementare gli interventi edili e il recupero artistico del Collegio, egli ospitò per tutta la guerra mondiale lo Stato maggiore castrense con il suo capo, il vescovo Angelo Bartolomasi,[2] affittando inoltre una grande villa nel bolognese dove, a spese del Collegio, venne alloggiata la Sezione centrale della Croce Rossa italiana. Il segno di totale riconoscimento che riscosse il suo operato fu la visita di Stato che Alfonso XIII effettuò in Italia nel 1923, dopo averlo ricevuto a Madrid [3] per concordare il programma della giornata che i reali e il loro seguito avrebbero trascorso a Bologna, dove fra l’altro venne consacrata la cappella collegiale di San Clemente restituita all’antico splendore gotico. Da buon diplomatico il rettore curava anche i rapporti con il Governo della madrepatria incontrando di persona nella capitale spagnola, fra gli altri, il ministro del Lavoro e pranzando a quattrocchi con il ministro degli Esteri[4], senza trascurare l’ambasciata di Spagna in Italia, cui inviava gli esiti lusinghieri conseguiti dai collegiali all’Università di Bologna. Il ministero degli Esteri spagnolo divulgava le note di Carrasco evidenziando «i risultati che danno lustro all’attività culturale spagnola in Italia e che sono una prova della giusta direzione che a questa spagnolissima e secolare istituzione ha saputo dare il suo rettore, Manuel Carrasco»; si compiaceva, inoltre, «dello stato avanzato in cui si trovano i lavori della Casa di Cervantes, istituzione per la diffusione della cultura spagnola in Italia, che svilupperà in un prossimo futuro un lavoro altamente proficuo per le patrie lettere».[5]

Il crollo della Monarchia e l’avvento della Repubblica spagnola nell’aprile del 1931 non provocarono alterazioni nella vita del Collegio, ma la visita che un giornalista vi effettuò nel 1933 aiuta a comprendere la scarsa simpatia di cui godeva il nuovo regime:

Sua Eccellenza il dottor Emanuele Carrasco è un gentlemen [sic] moderno, come l’ultima regina di Spagna è un inglese, e nei suoi sedici anni di rettorato, ha conferito a tutto l’ambiente un tono di superiore signorilità che salva rigorosamente l’antico, ma sgombra l’assieme di ogni artifizio.[…] Sua Eccellenza mi congeda, un magnifico levriero mi scodinzola le sue signorilità, ed io me ne vado un po’ commosso dalle cose viste e dalla cortesia di chi mi accolse, ma sento il lettore che mi domanda sottovoce: - E questa istituzione così tradizionalista, come si trova col nuovo regime spagnolo? -  Nulla di mutato, solo nel salone d’onore, al posto del ritratto di Alfonso XIII, la Repubblica ha messo quello di un grande ingegno, Egidio de Albornoz, restauratore dei dominii di Santa Madre Chiesa. Null’altro.[6]      

Dal canto suo Carrasco non faceva mistero della sua devozione alla Monarchia e  malgrado non fosse blasonato godeva della solida amicizia di nobili di alto rango; quando nel 1931 comprò il castello di Albinea in provincia di Reggio Emilia, dove soggiornava spesso ricevendo la visita di personaggi illustri dell’aristocrazia, della cultura e come console di Spagna della diplomazia, «fece costruire nel cortile una vasca in ceramica policroma in stile moresco con apposto uno stemma dei Borboni».[7]

Occasionalmente, i rapporti di pacifica convivenza degli ospiti del Collegio con la cittadinanza si complicavano, come ricorda uno studente dell’epoca:

Durante i miei tempi di “bolonio” si verificò l’intervento italiano in Abissinia. La Società delle Nazioni, allora con sede a Ginevra, votò le “sanzioni” contro l’Italia e la “Spagna repubblicana”, come era prevedibile, aderì alla condanna contro “l’aggressione fascista”. Questa decisione indusse le autorità municipali a sopprimere il nome della strada su cui si affacciava il Collegio spagnolo, e che si chiamava “Via Collegio di Spagna”. (Una sera, alcuni operai del Comune vennero muniti di una scala e divelsero la targa della strada, azione che provocò un incidente con scambio di pugni nei chiostri dell’Università).[8]

Il presunto incidente non passò alle cronache e comunque di esso non vi è traccia negli Archivi comunali; ma il quotidiano locale, nel plaudire all’entusiasmo dei «cittadini di Bologna [che] hanno imbandierato le case, i negozi, le strade, per mostrare con che animo essi accoglievano le sanzioni», non mancava di notare che si erano astenuti dall’esporre la bandiera italiana «i Consoli di Francia, Inghilterra e Spagna, i quali sono, com’è noto, di nazionalità straniera».[9]

Dopo la sollevazione dei generali spagnoli di destra contro la Repubblica del 17 luglio 1936, che ebbe l’appoggio immediato di Mussolini, e il riconoscimento fascista del governo di Franco del 18 novembre seguente, fino al 1940 le uscite pubbliche di Carrasco nelle manifestazioni si fecero più frequenti e furono puntualmente registrate dalla cronaca locale, ma si diradarono con l’entrata dell’Italia in guerra; egli mantenne sempre un basso profilo e i suoi interventi non trascesero mai il tenore di propaganda tipico dell’epoca. Il 24 luglio 1943 Bologna subì il primo massiccio bombardamento aereo alleato che provocò la morte di quasi duecento persone; durante successive incursioni vennero danneggiate case di proprietà del Collegio, che superò il conflitto praticamente indenne malgrado la bomba che aveva colpito il giardino all’entrata della sede. Il patronato autorizzò Carrasco a rientrare temporaneamente in Spagna e del resto il Collegio aveva cessato di accogliere studenti fin dall’estate 1936. Quando alla fine del 1946 rioccupò il suo incarico trovò una istituzione in condizioni assai critiche, provocate prima dall’occupazione tedesca, poi dai tentativi compiuti dall’ambasciata spagnola a Roma per costringerlo a dimettersi. Il ministro intendeva egemonizzare la gestione del Collegio per farne strumento di una nuova strategia culturale, ma l’abilità del Rettore e l’appoggio incondizionato offertogli dal patronato gli consentirono di restare in carica fino alla morte, che lo colse a Granada il 12 dicembre 1954.  

 

2. Il progetto umanitario di Carrasco

 

Il 17 febbraio 1937 Carrasco inviava una lettera,[10] frutto di attente elucubrazioni all’incaricato d’Affari franchista presso il governo italiano, Pedro García Conde – che di lì a tre mesi assumerà l’incarico di ambasciatore – che per la sua importanza riportiamo ampiamente:

[…] La forzata chiusura imposta al COLLEGIO nel presente corso accademico dalle dolorose circostanze che attraversa il nostro paese da un lato, e dall’altro la fortunata coincidenza di avere in questa città l’ISTITUTO ORTOPEDICO RIZZOLI, forse il migliore nel suo genere e con un direttore come il Prof. Vittorio Putti, specialista di ossa e di riabilitazione di invalidi, mi hanno fatto scaturire l’acceso desiderio di servire la CAUSA con ogni mezzo, fosse anche il più modesto; esso si traduce nella possibilità di installare in questa antica fondazione del Cardinale Albornoz un OSPEDALE PROVVISORIO per ufficiali e soldati, mutilati o con fratture ossee, combattenti agli ordini dell’eroico Generale Franco, salvatore della Patria.

Manifestai questo proposito al Prof. Putti, cui mi lega un’antica ed eccellente amicizia; egli accolse l’idea con entusiasmo e mi offrì non solo di dirigere e curare personalmente e gratuitamente quanti feriti venissero al Collegio, ma anche di fornire alle stesse condizioni il personale tecnico e il materiale ortopedico dell’ISTITUTO RIZZOLI necessari per le cure.

Con simili preziosi elementi a disposizione, l’attuazione di codesto progetto potrebbe essere cosa semplice e di grande efficacia per il fine perseguito.

Lo stato di prosperità economica raggiunto dal Collegio in questi ultimi anni ci permetterebbe di far fronte senza grandi sacrifici alle spese di manutenzione, servizi, farmacia, ecc. La mia perfetta identificazione con il Patronato del Collegio che modestamente rappresento da 20 anni come delegato dello stesso, mi offre la totale sicurezza di interpretare con questa proposta i nobili sentimenti delle persone che lo compongono. Ai notevoli servigi prestati alla Patria da questo glorioso Centro spagnolo nello svolgimento sei volte secolare della sua missione culturale, potrebbero in questa occasione aggiungersi gli echi di una eccezionale azione umanitaria e patriottica.

L’installazione potrebbe avvenire rapidamente con l’utilizzo degli arredi esistenti nel Collegio, aumentandoli alla bisogna, così come il personale di servizio (oggi ridotto allo stretto indispensabile), e in previsione ho già preso le necessarie misure.[11] Parlando giorni fa di questo progetto con un gruppo di persone, presente la Sra. Colliva, moglie del Sindaco di Bologna,[12] ella disse che sarebbe stata la prima ad iscriversi nella lista delle infermiere.

Oltre ai locali del Collegio, recentemente restaurati, potrebbero se necessario venire utilizzati i saloni della CASA DE CERVANTES, costruzione recentissima e non ancora inaugurata, destinata a Centro di diffusione della cultura spagnola in Italia. In questo modo potrebbero insediarsi comodamente da 30 a 40 persone e di esse più della metà in camere separate. I convalescenti potrebbero godere inoltre degli ampi saloni del Collegio, biblioteca, cappella e giardini.

A questo proposito allego alcune fotografie e documentazione relativa all’ISTITUTO RIZZOLI e alla figura medica del Prof. Putti.

Le sole difficoltà, quelle del trasporto dei feriti, verrebbero risolte se la CROCE ROSSA ITALIANA se ne facesse carico. Anche l’ORDINE DI MALTA coopererebbe sicuramente a questa umanitaria finalità. Del resto, trattandosi di feriti già sottoposti a cure, i rischi del viaggio sarebbero naturalmente minori.

Nel caso lo ritenga opportuno, prego V.E. di comunicare questo progetto al Governo Nazionale, affinché – qualora meriti la sua approvazione – si dia subito inizio all’opera, che potrebbe mitigare il sacrificio di qualcuno degli eroici soldati del nostro glorioso Esercito.

Il giorno 20 seguente, García Conde rispose su carta intestata “Embajada de España” con stemma monarchico, dattiloscritta, protocollata e con firma autografa, definendo l’idea “eccellente” e comunicandogli che aveva già telegrafato a Salamanca “un abbozzo del progetto, perché fosse sottoposto alla superiore considerazione del Generalissimo”, informando che “con la valigia diplomatica del lunedì” avrebbe inviato “ampia informazione sulla benemerita iniziativa”; raccomandava, inoltre, di ringraziare il professor Putti e “in particolare la moglie del Sindaco di Bologna” per il “commovente entusiasmo con cui erano disposti a prestare la loro umana collaborazione a favore dei nostri gloriosi invalidi”.

Salamanca rispose a Conde il 6 aprile seguente con una breve lettera dattiloscritta intestata “ESTADO ESPAÑOL – El Jefe del Gabinete diplomático y del Protocollo de S.E. el Jefe del Estado” pregandolo di ringraziare Carrasco a nome di Franco, ma poiché “al momento disponiamo di sufficienti ospedali per coprire le esigenze della campagna militare” se ne sarebbe parlato eventualmente in futuro. Chiudeva lo scritto – steso con il tu confidenziale – la firma autografa del capo di Gabinetto Sangróniz.[13]

Nell’esprimere la sua gratitudine a Conde per avergli fatto pervenire con lettera del giorno 14 la risposta di Sangróniz, il 19 aprile Carrasco non mancava di lamentare “che si lasci perdere l’occasione unica di farsi curare gratis dal Prof. Putti” e lo informava di avere già ricevuto la proposta del Sovrano Ordine Militare di Malta, “che con i suoi materiale e personale sanitario si farebbe carico dei feriti dal porto di sbarco a Bologna del tutto gratis”; inoltre, “i Signori Mac-Kinley si sono offerti di pagare gli apparecchi di cui ogni mutilato dovrà munirsi”.[14] Incredulo del rifiuto opposto dalle autorità di Salamanca Carrasco aggiungeva che forse “in Spagna l’hanno presa per l’offerta di un comune ospedale, resa comunque impraticabile dalla distanza,” mentre si trattava di una eccellenza che non trovava riscontri; per questo “nei prossimi giorni Le manderò un’altra comunicazione per illustrarLe i nuovi vantaggi che ci vengono offerti, perché francamente è un peccato lasciar perdere ciò che altri vengono a cercare da lontani paesi pagandolo a peso d’oro”.

Fermamente determinato a realizzare il suo progetto, il 17 maggio 1937 Carrasco scrisse al presidente della Giunta di Patronato del Collegio:

Ecc.mo Sr. Duca dell’Infantado [15]

Mio caro amico e spettabile capo: ricevo, infine, una Sua cartolina e mi rallegro vivamente che sia riuscito a fuggire da Madrid e si trovi già in salvo. Beato Lei!, i miei fratelli sono prigionieri dall’inizio della guerra e di loro non riesco ad avere notizie dirette.

Non risposi alle Sue due lettere da Madrid, prima seguendo il Suo consiglio di attendere che la situazione cambiasse nella capitale; poi perché non sapevo dove indirizzare la mia risposta. Domandai di Lei ad alcuni profughi che incontrai in Italia, ma nessuno seppe indicarmi il Suo rifugio.

Fino ad oggi, per fortuna, la situazione spagnola non ha avuto ripercussioni sfavorevoli sul Collegio. I collegiali, superati brillantemente i loro esami, partirono all’inizio dello scorso luglio e di essi non ho più avuto nessuna notizia. Nulla ho saputo nemmeno dei membri del Patronato, finché non mi è pervenuta la Sua cartolina.

In autunno, quando maggiore fu l’afflusso in Italia di profughi spagnoli, il marchese di Magaz,[16] rappresentante di Franco, richiese che ne alloggiassimo alcuni nel Collegio, come fu fatto nell’Accademia di Roma tuttora occupata. Alla fine, per diverse ragioni non venne nessuno.

Un paio di mesi fa, il Direttore dell’Istituto Ortopedico Rizzoli a corto di letti sollecitò – a nome della CROCE ROSSA ITALIANA – l’eventuale ospitalità nel Collegio per i mutilati italiani di Spagna. Risposi che i miei superiori sarebbero stati onorati di autorizzare tale servizio umanitario, ovviamente soltanto per il periodo di forzata chiusura del Collegio e subordinando l’operazione alle cure che il famoso Istituto Rizzoli avrebbe prestato anche ad invalidi spagnoli. Il Direttore rispose affabilmente che in tal caso li avrebbe curati gratis, con la collaborazione del suo personale tecnico e l’impiego del materiale ortopedico necessario. L’Ambasciata ritenne opportuno comunicare al Governo questa preziosa offerta, ma il Governo rispose di ringraziare: per il momento era superflua e si sarebbe visto in futuro. Se gli italiani non insistono molto con la loro richiesta, cercheremo di tirarla per le lunghe; benché questa nostra disponibilità, prestata con i limiti del caso, lungi dal creare problemi al Collegio potrebbe considerarsi come un nuovo merito dell’Istituzione.

La lettera illustrava poi, fino alla conclusione, i dettagli della gestione del Collegio e la sua soddisfacente situazione patrimoniale.

Non conosciamo la risposta del Duca, ma fu senza dubbio positiva perché cinque settimane più tardi Carrasco compiva la mossa che avrebbe sbloccato il suo progetto, rivolgendosi al suo intimo amico Vallellano. Fernando Suárez de Tangil, conde de Vallellano, Grande di Spagna, politico di lungo corso, amico personale di re Alfonso XIII, informato della rivolta dei generali era riparato in Portogallo[17] e il 29 settembre 1936 era stato nominato  presidente della Croce Rossa dalla Giunta nazionalista di Burgos;[18] il 22 giugno il Rettore gli scriveva:

Caro Fernando,

la gioia d’aver avuto ospite per qualche giorno Joaquín del Vado[19] e sua figlia sarebbe stata completa con la tua presenza e avendo conseguito la tanto desiderata vittoria totale e definitiva. […] Seguo di lontano con l’ansietà e la trepidazione che puoi immaginare le gesta eroiche del nostro Glorioso Esercito e anche il poco che si può apprendere da stampa e radio della tua instancabile e benemerita attività alla guida della CRUZ ROJA.[20]

Proprio a questo riguardo voglio informarti di una faccenda di cui ti parleranno Joaquín e Goicoechea,[21] che vidi recentemente a Roma. Poiché desidero rendermi utile alla Causa e anche al fine di impedire che ci riempissero il Collegio di mutilati italiani di ritorno dalla Spagna – come già fu tentato – feci la proposta della quale ti allego copia e alla quale risposero ultimamente, a nome del Generalissimo, ringraziando ed elogiando molto l’iniziativa e aggiungendo ‘per ora non sono necessari i servizi offerti, ma se in futuro lo saranno avviseremo per tempo’.

Sono consapevole che, malgrado abbia approvato il progetto, mille problemi più urgenti e trascendentali impediranno al Governo nazionale di occuparsi dell’invio a Bologna di mutilati di guerra; del resto le pratiche burocratiche sono sempre lente e difficili ed è per questo che mi rivolgo a te, che per la tua carica nella CRUZ ROJA sei la persona più indicata, per pregarti di valutare se consideri opportuno organizzare invii di ufficiali mutilati – iniziando, per esempio, con dieci o dodici – avendo la sicurezza che quanti dovessero venire resteranno soddisfatti tanto per la riabilitazione fisica quanto per l’ospitalità nel Collegio.

A questo proposito ti comunico che dietro mia richiesta, il Gran Maestro del nostro Ordine di Malta e il Presidente dell’Associazione dei Cavalieri italiani, metteranno a nostra disposizione materiale sanitario, medici e infermieri, per realizzare il trasporto a Bologna dal porto di sbarco; se lo riteniamo opportuno, inoltre, ci autorizzano ad issare sul Collegio insieme con la nostra bandiera Nazionale la bandiera di Malta, considerandolo come ospedale provvisorio dell’ORDINE.

Se dovesse verificarsi l’invio in Italia di mutilati, approfittando magari di navi-ospedale, ti prego di avvisarmi con anticipo per consentirmi di organizzare il trasferimento dal porto di sbarco: non dubitare che gli eroici mutilati del nostro Glorioso Esercito saranno trattati come meritano.

Sarebbe un vero peccato non approfittare della preziosa e generosa offerta del Dr. Putti, che è un’eccellenza mondiale che compie miracoli nella sua specialità di riabilitazione di invalidi, nonché della possibilità di alloggio gratuito nel nostro Collegio durante la cura; i mutilati che beneficiassero dell’offerta dovrebbero soltanto pagarsi la protesi e anche questa potrebbe essere coperta da offerte private che mi sono state ventilate.

Adesso consentimi di affrontare un caso personale che mi interessa moltissimo e che credo ti sia possibile risolvere. Si tratta di includere nel prossimo scambio di prigionieri i miei fratelli, detenuti in ostaggio dall’inizio della guerra con la sola colpa di essere proprietari e gente di destra; sono “Maestrantes”[22] di Granada e non sono iscritti ad alcun partito politico.[23] Finora ho tentato di tutto senza nulla ottenere. Naturalmente li hanno espropriati (come è successo a me) confiscando quanto possediamo: immobili, conti correnti, bestiame, ecc., così che dopo nove mesi di prigione dei maschi la famiglia si trova senza mezzi per tirare avanti. Ultimamente ho scritto al Generale Queipo de Llano[24] che mi ha consigliato di rivolgermi a te. Sono certo che farai tutto il possibile per poterli liberare. Inutile dirti che la mia riconoscenza e la mia gratitudine saranno infinite. […]

P.S. Allego anche una nota con gli estremi necessari per proporre lo scambio.

 

3. Il progetto prende il via

 

Il 15 luglio 1937 si svolse una sessione dell’Assemblea suprema della Croce Rossa nazionalista durante la quale si discusse anche la lettera di Carrasco a Vallellano; l’offerta venne accettata all’unanimità e il giorno seguente il Segretario, conte di Torrellano,[25] informava il Rettore – con lettera ufficiale che gli perverrà con ritardo – pregandolo di manifestare al Dr. Putti e al Sovrano Ordine di Malta “la più profonda gratitudine della Croce Rossa Spagnola e dei mutilati della nostra santa Crociata”. Durante i lavori l’Assemblea nominò il conte del Vado Delegato della Croce Rossa pro mutilati in Italia; Vado informò l’amico Carrasco (con lettera del 18 luglio 1937, autografa come le altre che seguiranno) di aver accettato l’onere “malgrado le spese che mi causa, essendo l’incarico gratuito, per il fine che persegue e per condividere la tua idea con la quale mi identifico pienamente”, nonché per alleviarlo della mole di lavoro che lo attendeva, comunicandogli che a breve avrebbe incontrato il duca dell’Infantado, per ringraziarlo della sua disponibilità come presidente del patronato del Collegio. Lo pregava quindi di fargli sapere quando avrebbe potuto raggiungerlo a Bologna, per incontrare il professor Putti e in seguito proseguire per Roma per conferire con il Gran Maestro dell’Ordine di Malta, da cui ci si attendeva una fattiva collaborazione. Concludeva avvisandolo che a giorni avrebbe visto un amico “per parlare dell’affare Hercolani”[26] e chiedendogli di informare l’interessato. Dieci giorni più tardi con un’altra lettera autografa gli confermava l’atteggiamento del duca dell’Infantado e si diceva in attesa di conoscere le indicazioni per programmare la sua visita in Italia.

Il 2 agosto Carrasco scrisse all’amico Vado una lunga lettera ricca di convenevoli che faceva il punto della situazione. Anzitutto si complimentava per la sua nomina, poiché “non potevo sognare un collaboratore migliore”; il suo incarico era “l’unica opportunità veramente pratica ed efficace per annullare la distanza, sopprimere i tramiti burocratici e risolvere le difficoltà via via si presenteranno” ed esprimeva rammarico perché il professor Putti “è già andato in vacanza, senza fissare la data del suo ritorno”. Manifestava il suo compiacimento perché l’Ambasciatore lo aveva chiamato urgentemente a Roma “per assistere alla presentazione delle sue credenziali e delle altre cerimonie che si svolsero in quei giorni: arrivo della spedizione di giovani falangisti spagnoli e innalzamento del padiglione spagnolo nell’accampamento di Ostia ad essi dedicato; deposizione di corone sulla tomba del milite ignoto, caduti fascisti, ecc., ecc.”. Riguardo ai colloqui con i maggiorenti dell’Ordine di Malta li avrebbe rimandati a quando “non saranno più sparsi per le vacanze”, ma gli faceva notare che già il passato 24 giugno a Roma, “in occasione della festa dell’Ordine” aveva affrontato la questione “con il conte Gritti Morlacchi,[27] capo dei servizi sanitari, allertandolo affinché al primo segnale mobiliti il personale e il materiale che sono necessari per il trasporto dei mutilati; tu e io potremo facilmente fargli visita nella sua villa di Torre dei Zurli a Crema”. Dopo essersi rammaricato per la forzata inattività “perché questo è un periodo morto”, proseguiva dicendogli che si sarebbe rallegrato lo stesso di vederlo “per avviare subito il lavoro a beneficio dei poveri mutilati, per i quali ci accingiamo ad operare insieme”, e lo informava che “domani stesso darò inizio ai preparativi nella CASA DE CERVANTES per guadagnare tempo; intanto possiamo preparare separatamente un abbozzo di regolamento per il funzionamento dell’Ospedale, che poi confronteremo per renderlo definitivo”. Prima dei saluti scriveva che “forse oggi vedrò Hercolani e gli comunicherò quanto mi dici della nota faccenda”.

Edotto del rientro dalle vacanze di Putti, il 31 agosto Carrasco gli scrisse che “a giorni arriveranno a Bologna due Delegati della CROCE ROSSA SPAGNOLA, i Sigg. Duca Di Hernani e Conte del Vado, appositamente nominati per studiare e concretare qui con noi la realizzazione del progetto di organizzare al Collegio di Spagna, con la Sua preziosa collaborazione, un ospedale provvisorio per mutilati della guerra civile spagnuola”, poiché così aveva deliberato l’Assemblea Suprema, incaricandolo di trasmettergli a suo nome “l’espressione della più viva gratitudine per la Sua nobile e generosa offerta”, e concludeva “sperando di potere a breve condurre da Lei le soprannominate personalità, onde conferire in proposito e prendere gli accordi del caso”. Il giorno seguente Putti gli rispose dichiarandosi a completa disposizione e gli proponeva che “in previsione dell’incontro, ci vedessimo un momento per accordarci sulle linee generali delle proposte da farsi”.

Non conosciamo i dettagli della visita dei Delegati spagnoli, Filippo Cremonesi,[28] Presidente generale della Croce Rossa Italiana, comunicava al Rettore il 13 settembre, con una lettera ufficiale, il suo rammarico per la forzata assenza da Roma e il contenuto delle conversazioni che essi avevano avuto con il suo segretario Oreste Minnucci. Gli assicurava che stava “non solo interessando le Autorità di Governo per la concessione di passaggio su Navi Ospedale, ma provvedendo con propri mezzi al trasporto per via terra dal porto di sbarco sino a Bologna”; in questo modo, “la Croce Rossa Italiana che ha anche del proprio personale viaggiante sulle Navi, prenderebbe in consegna tali mutilati in suolo spagnolo e provvederebbe direttamente alla loro consegna al Collegio di Spagna”. Prima di passare ai saluti gli ribadiva che “conformemente al Suo desiderio, ho anche interessato l’Istituto Rizzoli di Bologna al fine di concedere ai mutilati spagnoli la massima riduzione di tariffa possibile”, concessione confermata a Carrasco da Minnucci con lettera espresso del 25 settembre seguente.

Il 29 settembre il Rettore mandava a Vado copia della lettera di Filippo Cremonesi informandolo che aveva fatto lo stesso con Vallellano ed Hernani e suggerendo di contenere il numero di mutilati della prima spedizione, “perché non possiamo ancora fare affidamento su fondi sicuri per pagare gli apparecchi ortopedici personali, né per altre spese come il viaggio di rientro in Spagna dei mutilati ecc., ecc.”; per i preparativi che stava svolgendo in previsione dei primi arrivi, assicurava di attenersi “a quanto mi indicaste, cioè la seconda metà d’ottobre”. E che i preparativi fossero meticolosi lo conferma un’altra lettera dello stesso giorno, in italiano, diretta a monsignor Giulio Belvederi:[29]

[…] Attendo nel mese venturo la prima spedizione di mutilati spagnoli che ospiterò durante la cura nel nuovo fabbricato della “CASA DE CERVANTES” secondo il mio progetto che Lei conosce.

Tanto per sovvenire ai loro eventuali bisogni spirituali (cappellano) come pure per fare le mie veci, (vice rettore) nelle eventuali assenze, io vorrei trovare un sacerdote o religioso spagnolo che potesse risiedere qui per almeno un anno, e che riunisse certe qualità personali per la convivenza con gli ufficiali spagnoli in cura; cioè persona intelligente colta posata educata e di molto tatto; ma capace di imporre la propria autorità caso necessario.

Lei che conoscerà a Roma tante di queste persone potrebbe gentilmente indicarmi qualcuno?

Non è urgentissimo quindi Lei ci può pensare e parlare magari con più d’uno per fare bene la scelta. Già scottato una grande paura degli invadenti intriganti ecc. ecc. In caso mi potrebbe anche fare la prova senza impegno per un po’ di tempo.

Naturalmente la persona scelta avrebbe qui camera mensa ed una retribuzione modica da stabilire, (quanto pensa Lei?) e le sue mansioni sarebbero quelle di ogni cappellano, ed in più di luogo tenente del Direttore. Ma più che altro per tenere compagnia ai mutilati; quindi si vuole persona di una certa statura morale.

Così appena Lei avrà qualche candidato La prego di volere gentilmente comunicarmelo, onde potere parlare  con lui quando verrò costì e decidere di conseguenza […].

Non abbiamo trovato riscontri sull’eventuale seguito a questa richiesta.

 

4. Un percorso accidentato

 

L’iniziativa di Carrasco non godeva il plauso unanime di tutte le autorità nazionaliste;  malgrado le lacune d’archivio non ci consentano di comprendere i dettagli delle ostilità,  lo sfogo del Rettore del 1° ottobre 1937 a Vado, – che fa riferimento ad una precedente lettera dell’amico non conservata, in cui alludeva a certi contrattempi sorti, – è abbastanza significativo: “Non voglio pensare che tali inconvenienti dipendano da intrighi di certe persone irrilevanti di Roma, quelle che avrebbero il dovere di aiutare in misura maggiore. In ogni caso la nostra impresa è tanto patriottica da superare ogni ostacolo ed ogni meschinità e perciò sono sicuro che vincerete ogni eventuale inconveniente”. In pari data scrive al duca di Hernani informandolo fra l’altro che “il deputato Pagliani,[30] Commissario della CROCE ROSSA a Bologna, dietro mio invito ha visitato i locali trovando ottimale la progettata installazione e offrendomi il prestito di 12 o 15 letti completi”, e che “Giacinta Del Drago[31] è dispostissima a far parte del comitato romano per la nostra iniziativa procurando una buona raccolta di fondi, come mi disse l’altro giorno a Salsomaggiore, quando mi invitò a colazione”.

Frattanto persistevano gli ostacoli al progetto; l’8 ottobre l’amico Vado lo informava per lettera che Vallellano si rallegrava “per le gestioni che abbiamo svolto, ma a causa di alcune circostanze paventava un ritardo”; Hernani, a cui Vado si era rivolto per chiarimenti, gli aveva spiegato che “la causa è una conversazione piuttosto tesa che egli ebbe con il personaggio al quale ti rivolgesti all’inizio e della quale ti informerò a quattrocchi. Pettegolezzi, invidie ti saprò dire”. Il Rettore gli rispose il giorno 16 che sperava di “accertare la portata del pettegolezzo o manovra e per sapere se si tratta di ciò che supponevo”, informandolo che continuava a corrispondere “con il Sig. Orlandi” per “l’inconveniente che sembra incontri l’affare delle miniere. Appena riceverò il rapporto del nuovo colloquio annunciato mi affretterò a comunicartelo con la speranza che possa essere soddisfacente”. Carrasco tornò su questi argomenti il 23 ottobre precisandogli che allegava “l’ultima lettera sull’affare miniere dalla quale puoi vedere che la cosa interessa e che – se il Centro italiano dei Cambi dà l’autorizzazione a trattare – si recherà subito in Spagna un tecnico per studiare il problema. Visto che la risposta tardava, l’altro giorno parlai dell’affare con Hercolani, poi anche con il Direttore della Banca d’Italia che è un amico e ho fiducia che se fallirà il primo tentativo troveremo un’altra strada”; poi gli confidava: “continuo a supporre che la causa dell’ostruzione abbia origine nei pettegolezzi romani che già conosci e nel risentimento di quel capetto provvisorio che fece accuse prive di fondamento, come nella relazione che ti feci leggere. Sono molto contrariato per la distanza che mi impedisce di intervenire dimostrando la mancanza di fondamento e il rancore che l’atteggiamento implica.”

Il pertinace impegno che dedicava al perseguimento del suo progetto non distoglieva Carrasco dai suoi incarichi istituzionali. Dopo la pubblicazione degli articoli di Mussolini sul “Popolo d’Italia”, nei quali il capo del governo rivendicava la presenza dei combattenti fascisti in Spagna, ebbe inizio una lunga serie di celebrazioni che anche a Bologna coinvolsero autorità e cittadinanza. Il 14 novembre 1937 a Sasso Bolognese, oggi Sasso Marconi, venne solennemente commemorato Mario Fabbriani, capitano 1° seniore della Milizia, podestà e segretario del Fascio locale caduto in combattimento sul fronte d’Aragona: in mezzo alla pletora di notabili che si affollavano intorno all’altare di una messa celebrata nel campo sportivo il “comm. Carrasco” recava l’omaggio della Spagna nazionale.

 

5. L’arrivo dei feriti alla spicciolata

 

Dopo la lettera a Vado del 16 ottobre, nella corrispondenza d’archivio si registra un vuoto di alcune settimane, poi il 2 dicembre Carrasco informava il segretario dell’Ospedale Rizzoli che il Collegio “risponde del pagamento di due arti in costruzione presso la V/ officina per i due Sigg. ufficiali spagnuoli mutilati; cioè una gamba per il Cap. Cortés e una mano per il Tenente Chueca”, giunti a Bologna il 16 novembre 1937 [32] e dei quali si seppe in città dalla cronaca del “Resto del Carlino” il 12 dicembre seguente sotto il titolo “Ufficiali spagnuoli ospiti della 7.a Legione Universitaria”:

Nella giornata di ieri, gli ufficiali spagnuoli ed italiani, feriti in Spagna ed in cura presso l’Istituto Rizzoli della nostra città, sono stati ospiti della 7.a Legione Universitaria.

Ha onorato della Sua presenza il Console di Spagna, S.E. Manuel Carrasco; degli ufficiali spagnuoli erano presenti i capitani Cortes e Rojo[33] ed il tenente Alferez Chueca. […] Il prof. Alfonso Valdecasas,[34] dirigente delle Falangi Spagnole, nel ringraziare e ricordando di avere compiuto i propri studi nell’Ateneo bolognese, mette in rilievo le tradizioni ed i profondi vincoli culturale dei due Popoli latini, i quali oggi riuniti sotto i segni del Littorio e della Falange, sono retti dalla provvidenziale guida del Duce e del Generalissimo Franco”.

Tre giorni dopo la cronaca dello stesso giornale titolava “Ufficiali mutilati falangisti ospiti del Collegio di Spagna” il seguente trafiletto:

Da qualche giorno si trovano a Bologna, ospiti dello storico Collegio di Spagna, ufficiali mutilati dell’Esercito del gen. Franco, i quali stanno subendo le cure necessarie all’Istituto Ortopedico Rizzoli. La presenza nella nostra città di gloriosi mutilati per la Causa nazionale spagnola ha già dato luogo a simpatiche manifestazioni di cameratesca cordialità all’indirizzo dei graditissimi Ospiti, nelle diverse visite da essi compiute.

Giovedì 16 dicembre il “Carlino” informava che “l’illustre prof. Alfonso Garcia Valdecasas è arrivato direttamente da Burgos […] per tenere una conferenza su ‘La Spagna nel momento presente’”, ricordando l’appuntamento ai lettori nei giorni seguenti e riassumendo il contenuto della conferenza il 19, non senza anticipare che il professore, “accompagnato da un ferito falangista ospite del nostro Collegio di Spagna e da S.E. Carrasco”, era stato accolto nel salone della Casa del fascio pavesato con bandiere e ritratti di Franco e Mussolini da una folla foltissima e dalle maggiori autorità e dai gerarchi del partito.

L’arrivo dei primi feriti al Collegio non appianò gli ostacoli all’iniziativa di Carrasco; una lettera di Vado al Rettore del 13 dicembre riferiva che a Burgos, sede del governo nazionale, non avevano ancora stabilito i criteri “con cui verranno scelti i mutilati da mandare a Bologna”, ma riconosceva che “gli impegni attuali che stanno affrontando sono così importanti che non si può loro imporre quelli che a noi tanto interessano”; con una ulteriore lettera del 29 gli confermava di aver incontrato a Burgos “il Generale Millán[35] per parlare della nostra iniziativa pro mutilati” ed esprimeva la speranza che “giungeremo ad una soluzione dopo tante vicissitudini”. Era evidente che l’arrivo di soli tre feriti non soddisfaceva le aspettative dei due amici, anche perché la “trafila” del viaggio non era frutto di un criterio istituzionalizzato; infatti, con lettera a Carrasco del 14 febbraio 1938 Vado scriveva che era in attesa di incontrare di nuovo Millán, incaricato di scegliere i candidati alla cura, operazione che, secondo Vado, avrebbe loro evitato fastidi “essendo molti quelli che vorrebbero venire a Bologna”; sempre per via degli intoppi, “credo che fino alla metà di marzo la cosa non potrà mettersi in marcia, ma sembra che adesso si faccia sul serio”. Tuttavia, la copia dell’allegata sua lettera del giorno precedente all’ “Excmo. Don José Millán Astray – General Jefe de Invalidos” riassumeva per punti ancora una volta – dopo mesi di trattative – soltanto i vantaggi del progetto umanitario e concludeva:

la Croce Rossa Nazionale si fa carico di offrire a V.E. la cura di dodici Capi o Ufficiali mutilati con fratture ossee di braccia o gambe in modo del tutto gratuito, somministrando tutto il necessario, senza che gli interessati e lo Stato affrontino esborsi di sorta,compreso il trasporto dalla Spagna a Bologna e viceversa; prego V.E., se lo ritiene opportuno, di designare dodici Capi o Ufficiali e comunicarmi, insieme con i loro nomi, la data in cui sarebbero disposti a partire per l’Italia, con sufficiente anticipo per mandare in Italia le necessarie istruzioni.

Nella sua risposta del 2 marzo Carrasco si congratulava “per il soddisfacente esito delle pratiche che hai svolto per i mutilati”, ma gli faceva notare che sarebbe stato meglio mandarne a Bologna soltanto undici “per evitare che ci sedessimo in tredici alla tavola da pranzo, cosa sempre poco simpatica e a volte insopportabile per alcuni”.

All’azione incalzante del conte del Vado continuava ad opporsi Millán Astray che aveva sollevato anche la questione del soldo dei feriti da trasferire a Bologna, complicando “ciò che credevamo facile da conseguire e che ci espone a questi inconvenienti, malgrado la passione che dedichiamo”, (lettera di Vado a Carrasco del 31 marzo). Dal canto suo il generale manifestava tutta la sua irritazione con le sottolineature nella lettera da Burgos del 5 aprile al conte di Vallellano, che il Rettore ricevette in copia:

In risposta alla gradita Sua del 30 marzo scorso, alla quale allegava copia del Tenente Colonnello Umberto Beer,[36] Capo Ufficio Collegamento, relativa alla concessione del passaggio gratuito [sulle navi italiane] a dodici mutilati spagnoli, ho il piacere di comunicarle che, secondo mie informazioni private, è rimasto per ora differito il viaggio dei dodici ufficiali mutilati che dovevano andare a Bologna, faccenda della quale Lei è già a conoscenza.

Venne accolta soltanto l’invito per due ufficiali, che secondo mie informazioni private, devono essere già in viaggio per Bologna o suoi ospiti.

Ritengo pertanto, facendo salva la Sua scelta, che possa comunicare al Sr. Tenente Colonnello Beer con viva espressione di ringraziamento, la Sua accettazione di principio per quando le circostanze permetteranno di utilizzare la loro generosa offerta. Il 16 aprile, scrivendo all’amico Vado, Carrasco lamentava che non fosse ancora consentito ai feriti di riscuotere la loro paga a Bologna “perché il tempo passa e parecchi di loro avrebbero potuto già essere curati”, ma le partenze non si erano comunque arrestate, se un trafiletto del “Resto del Carlino” del 29 aprile, telefonato da Genova il 28 notte, informava:

Il piroscafo Franca Fassio ha oggi sbarcato numerosi ufficiali spagnoli mutilati[37] che, a cura della Croce Rossa Italiana, sono stati fatti proseguire per Bologna, dove saranno ricoverati all’Istituto Rizzoli. Dalla stessa nave sono sbarcati una ventina di volontari appartenenti all’aviazione legionaria, e fra essi diversi piloti della Squadriglia da mitragliamento basso ‘Ocio che te copo!’, che, come è noto, ha compiuto recentemente imprese gloriose.

Un testo quasi uguale compariva nella cronaca del 2 maggio dove si precisava che i mutilati “sono stati fatto segno dalla cittadinanza a cordiali manifestazioni di simpatia”, mentre un pezzo di due colonnine del giorno 18, sotto il lungo titolo “Sereno soggiorno bolognese di gloriosi Mutilati spagnoli. L’accogliente ospitalità del Collegio di Spagna e l’affettuosa assistenza nell’Istituto Ortopedico Rizzoli”, evidenziava il “simpatico gesto di fraterna cordialità italo-spagnola” che stavano compiendo “il Collegio di Spagna e l’Istituto Ortopedico Rizzoli con l’ospitare e l’assistere dei gruppi di gloriosi Mutilati e Feriti spagnoli, reduci dai vittoriosi combattimenti contro i ‘rossi’”; il quotidiano bolognese non mancava inoltre di ricordare che, “prima della guerra di redenzione mossa dal Generale Franco contro il sovversivismo e l’anarchia iberici,” questo luogo ospitava alcuni tra i migliori studenti della Penisola, ma “da quando i giovani spagnoli hanno lasciato i libri e le aule della scienza per brandire le armi e correre sul campo di battaglia, decisi a riscattare la loro Patria dagli emissari del Comunismo, il Collegio era rimasto deserto”. Reso omaggio al Rettore che “con nobile intendimento e con opportuna iniziativa ha voluto utilizzare gli splendidi locali”, parlava poi delle “cure sapienti e dell’affettuosa assistenza da parte del Prof. Vittorio Putti, il quale ha gentilmente messo a disposizione dei valorosi combattenti l’attrezzatura mirabile del nostro Istituto Rizzoli”; e non perché in patria i servizi sanitari fossero da meno: “la Spagna di Franco ha provveduto degnamente ad attrezzarsi con la creazione di modernissimi ospedali ortopedici a Saragozza, a Melilla e a La Coruña, ma la generosa offerta fatta dal Prof. Putti, per la parte scientifica e da S.E. Carrasco, per l’ospitalità calma e riposata, hanno indotto le autorità e le organizzazioni spagnole ad inviare qui alcuni gruppi di Mutilati e di Feriti”. La conclusione era un elogio dell’amicizia italo-spagnola:

I gruppi di mutilati si succederanno in turni diversi, presso lo stesso Collegio di Spagna che provvede a tutte le spese necessarie e al loro soggiorno. A cura completa i giovani ritornano in Spagna, alcuni camminando sugli arti artificiali che ricorderanno, oltre alla perfezione scientifica della nostra industria ortopedica, la affettuosa solidarietà e la viva ammirazione che per essi sentono gli Italiani, accorsi fra gli Spagnoli, con indomito slancio, per recare il loro prezioso contributo di sangue, in difesa della civiltà mediterranea e latina.

 

6. Le difficoltà non si appianano

 

Nove mesi dopo l’approvazione del Progetto Carrasco da parte dell’Assemblea l’Assemblea suprema della Croce Rossa nazionalista l’iniziativa continuava a languire; “sono stanco di lavorare senza ottenere i risultati che desidereremmo a favore dei mutilati”, scriveva Vado al Rettore il 24 aprile, lagnandosi che Millán Astray trovasse ogni scusa per evitarlo, mentre centellinava le autorizzazioni all’espatrio dei mutilati e “sembra che il prossimo sia Víctor Chavarri, figlio del Marchese di Triano”.[38] Con lettera del primo maggio, anticipata di un giorno da un telegramma, Vado informava l’amico che Víctor Chavarri sarebbe giunto accompagnato da suo padre e aggiungeva:

Parlai con Fernando [conte di Vallellano] di questo caso e resto del parere che coloro i quali ottengano l’autorizzazione militare per curarsi all’estero, facciano il viaggio per loro conto, e verranno trattati come convenuto, visto che Millán solleva tante difficoltà perché vengano in gruppo.

Riferendosi poi alle gestioni del fantomatico “signor Orlandi” si dichiarava “moltissimo dispiaciuto che non si finalizzi l’affare del ferro; è diretto da altri e mi sembra sia stata un’interessantissima occasione che hanno perduto”.[39] Il 3 maggio, in una breve lettera di convenevoli, comunicava al Rettore che “il sig. Triano gode soltanto del soggiorno, poiché l’apparecchio [ortopedico] è a suo carico”.

Il giorno 10 Carrasco – che l’indomani avrebbe presenziato la solenne Messa per il trigesimo del capitano carrista Paolo Renzo Paladini caduto in Spagna – aggiornava l’amico sulla vita degli ospiti del Collegio: aveva accompagnato Triano e suo padre all’Istituto Rizzoli dove Putti lo aveva premurosamente visitato, con piena soddisfazione degli interessati, assicurandogli che tutto procedeva per il meglio, e avrebbe potuto iniziare subito le cure. Gli comunicava inoltre che

[al Rizzoli] stanno lavorando alla nuova gamba del capitano Castro; si tratta di un caso difficile, perché l’amputazione è particolarmente alta e il moncone insufficiente. Caso altrettanto difficile quello del tenete Simón che verrà operato domani dal Prof. Putti. Si tratta di inserirgli un osso per chiudere l’orifizio che ha nel cranio: il primo tentativo effettuato in Spagna non ebbe successo. Anche questi due, informati che hanno assicurato il viaggio di ritorno, dimostrano molta gioia; li preoccupa soltanto il fatto di non poter riscuotere il soldo a Bologna.

Mi rallegra molto sapere che presto verrai con Hernani. Vedremo se questa visita contribuirà presto a raccogliere fondi italiani, almeno per pagare gli apparecchi ortopedici, le operazioni e le cure speciali, così sarebbe superato l’ostacolo per l’invio in gruppo dei mutilati, perché alla questione della paga è facile trovare una soluzione: sia anticipando il denaro, come ti dissi in una mia lettera, sia attraverso la CASA COOK, per esempio. Perché tu abbia un’idea dei costi, ti dirò che con gli sconti ottenuti sugli apparecchi ortopedici, operazioni e cure speciali costituiscono una spesa limitata. Per i tre ufficiali che ho avuto, una gamba, una mano, applicazioni elettroterapiche, massaggi, ecc., ammontarono a poche migliaia di lire, che in questo caso furono pagate interamente dal Collegio. […]

Nella successiva lettera del 17 maggio gli segnalava che

Triano e suo figlio, munito di un apparecchio ortopedico provvisorio, rientreranno in Spagna probabilmente il 1° giugno con il “Conte di Savoia”, per fare ritorno in ottobre per l’applicazione dell’arto definitiva, quando si sarà ripreso e il moncone idoneo alla prosecuzione della cura che aveva iniziato.

Per allora, se non prima, partirà anche il tenente Simón con il piccolo apparecchio provvisorio di protezione, perché ha rifiutato di farsi operare. Il capitano Castro dovrebbe poter rientrare verso la metà di giugno, nella migliore delle ipotesi,

e che l’indomani avrebbe presenziato, accompagnato dai combattenti ospiti in cura al Rizzoli, nella chiesa di S. Bartolomeo, alla solenne Messa in suffragio del sottotenente medico bolognese volontario in Spagna Lando Tognoli, caduto il 1° aprile a Calaceite.

All’arrivo dei primi feriti non fece seguito l’ufficializzazione di un invio continuativo e Vado, nella sua lettera a Carrasco del giorno 24, si lagnava delle “difficoltà con le quali ci si scontra qui; la faccenda è più materia di chiacchiere che di documenti scritti,” tanto che “la riscossione della paga in lire è soltanto un pretesto”. Gli comunicava inoltre che stava recandosi a Ginevra con Hernani “per una faccenda della Croce Rossa” e che verso la metà di giugno, dovendo andare a Roma prima di rimpatriare, si sarebbero fermati un paio di giorni a Bologna per discutere riguardo ai mutilati.

Uno stelloncino del “Corriere della Sera” da Burgos del 26 maggio informava che il giorno precedente erano partiti alla volta di Roma i più alti esponenti della delegazione che la domenica 29 avrebbe solennizzato con il duce la “Giornata di solidarietà con la Spagna nazionale” e della quale facevano parte il generale Millán Astray e Giménez-Arnau;[40] il 27 Carrasco scriveva al generale presso l’Ambasciata per dargli il benvenuto a Roma e per invitarlo al Collegio:

[…] Con questa visita Lei potrebbe – oltre a farci un grande onore – rendersi conto personalmente di come i mutilati seguono trattamento e cura nel famoso ISTITUTO ORTOPEDICO RIZZOLI di Bologna, nonché della possibilità di approfittare maggiormente di tali circostanze inviando qui un numero maggiore di mutilati, previa risoluzione del problema delle valute, per il quale non sembrerebbe difficile trovare una formula conveniente e naturalmente patriottica.

Gli ricordava, inoltre, i loro vari incontri a Madrid, a casa di Natalio Rivas,[41] e – quasi a volersi scusare per non poterlo ossequiare a Roma di persona – lo informava che doveva restare a Bologna per essere  presente, nella sua veste di Console, alle solenni cerimonie locali per la “Giornata di solidarietà con la Spagna nazionale”. Lo stesso giorno comunicò a Giménez-Arnau che aveva invitato il Generale e che sarebbe stato “felicissimo se Lei potesse accompagnarlo”, ma entrambi gli inviti non ebbero seguito. Il 1° giugno un funzionario che si firmava J. Jorro scrisse a Carrasco una  lettera, con generica intestazione “Embajada de España en Italia”, ringraziandolo e scusandosi a nome del Generale: “la necessità ineludibile di tornare immediatamente in Spagna, insieme al suo stato di salute, gli hanno impedito per il momento di effettuare questa visita, che gli avrebbe permesso di salutare di persona gli eroici Ufficiali che si trovano nel Collegio”; è probabile che alla lettera fosse allegato l’opuscolo El Camino de los Caballeros, testo della conferenza tenuta ad Avila dal generale ai cadetti di fanteria il 13 dicembre 1937, autografato a penna “Millán Astray – 1938”. Ignoriamo l’eventuale risposta di Giménez-Arnau, il quale tuttavia non presenziò alla cerimonia di Bologna.

Il “Resto del Carlino” di sabato 28 maggio, dopo avere dedicato un titolo a quattro colonne e gran parte della prima pagina a “La ‘Giornata di solidarietà’ per la Spagna Nazionale sarà celebrata domani dal Popolo Italiano”, informava nella cronaca che “Per la Spagna Nazionale. Il falangista Fajne Solèr de Murillo (sic)[42], mutilato di guerra, inviato dal Generalissimo Franco, parlerà domani al Teatro Medica”, e il federale Leati[43] nel suo appello “Viva Franco!” proclamava che “le Camicie Nere della ‘Decima Legio’ rivolgono il loro saluto agli Ufficiali spagnoli ospiti di Bologna”, dando in seguito le disposizioni per lo svolgimento delle manifestazioni che avrebbero avuto luogo in città e la cui descrizione occupò l’intera pagina di cronaca di lunedì 30. Nella vastissima sala stracolma del Teatro Medica

applausi particolarmente vibranti si sono levati quando hanno fatto il loro ingresso sul palcoscenico i gloriosi Ufficiali Spagnoli mutilati e feriti, ospiti in questi giorni del Collegio di Spagna. I Valorosi, salutando romanamente, hanno risposto agli applausi della folla, con grida di “Viva il Duce”, cui la moltitudine ha risposto con altre grida di “Viva Franco, Arriba España!”.

Pareva che la cerimonia avesse assunto il tono più vibrante della giornata, ma l’entusiasmo della moltitudine doveva ancor più salire quando, accompagnato dal Segretario Federale Ispettore del Partito, ha fatto il suo ingresso nel teatro il Dr. Jesus Muro,[44] capo provinciale del Partito falangista in Aragona, designato dal Generalissimo Franco a celebrare a Bologna la “Giornata della Spagna Nazionale”.

Mentre le acclamazioni si prolungavano e gli Inni falangista e fascista si succedevano, salutati da altri applausi del popolo, le Autorità prendevano posto sul palcoscenico. Accanto all’Ospite e al Federale erano: S.E. il Comandante del Corpo d’Armata;[45] […] il Rettore del Collegio di Spagna; numerosi senatori e deputati. Dopo i discorsi del federale e del delegato di Franco Leati, Muro, un rappresentante del Prefetto, il Podestà, Carrasco e i mutilati spagnoli si recarono alla piscina coperta dello Stadio, dove si svolgeva la serata folcloristica a conclusione delle cerimonie.

Con una cartolina postale raffigurante il “Nouveau Palais des Nations” il 2 giugno Vado confermava a Carrasco il suo arrivo a Ginevra, in compagnia della figlia e del duca di Hernani, dove avrebbero sbrigato pratiche per la Croce Rossa; prima di tornare in patria avevano in programma di visitare Roma dal 14 al 16 del mese e al rientro di passare a salutarlo per discutere dei feriti, previa conferma della sua presenza, ma purtroppo non ci è pervenuta documentazione al riguardo.

 

7. La pubblicazione di Arriba España

 

Il direttore amministrativo dello Studio Editoriale Torinese (d’ora in avanti Set), Mario Poretti, scriveva a Carrasco il 18 luglio 1938 per confermare quanto avevano convenuto nel loro incontro del 12 precedente:

[…] Questa Casa Editrice col prossimo settembre inizierà la vendita del Volume: “ARRIBA HESPANA (sic)” Autore del quale è il Grande invalido di Spagna PELLICCIARI ALFONSO il cui stato di servizio si può riassumere in una breve sintesi di eroismo:

“Ventiquattrenne combattente in terra di Spagna donava alla Patria il Suo contributo di sangue:

Mutilato della gamba sinistra – 7 ferite nella gamba destra – ferite multiple nelle varie parti del corpo –

Proposto per la Medaglia d’Argento al V.M. (Malaga – Guadalajara)”.

L’Autore e questa Casa Editrice hanno deciso di devolvere L. 7,50 per ogni copia del Volume al Collegio di Spagna affinchè V.E. Ill.ma ne usi, come meglio crede, a favore dei Grandi Invalidi Spagnoli che vengono in Italia per le cure del caso.

Il Volume, che sarà posto in vendita al prezzo di L. 50.== in due edizioni di N° 5.000 cadauna, esalterà le gesta dei Legionari Italiani […].

Alfonso Pellicciari era nato a Cento nel 1913; terzo di nove fratelli suo padre era figlio di un piccolo proprietario terriero di Pieve che nei primi anni Venti era stato membro del PNF locale e assessore comunale.[46] Il foglio matricolare di Alfonso, in cattivo stato di conservazione, riporta che nel 1934 risiedeva a Bologna, dove svolgeva l’attività di carpentiere e in cui fu sottoposto alla visita di leva, risultando idoneo al servizio militare, “ma da assegnarsi in modo permanente ai servizi sedentari, per varici alla gamba destra”; successivamente venne messo in congedo illimitato provvisorio. Nonostante questa invalidità il 27 dicembre 1936 fu incorporato come volontario nei reparti della M.V.S.N. per i servizi di collegamento al 1° Gruppo cannoni 100/17. Il 10 gennaio 1937 partì da Napoli e il 15 sbarcò a Cadice; dalle poche altre note leggibili sulla vicenda spagnola risulta che il 31 maggio 1937 era di nuovo a Napoli per una licenza di convalescenza di 90 giorni; il 1° gennaio 1938 fu giudicato permanentemente invalido dall’ospedale militare di Bologna ed inviato in licenza di convalescenza straordinaria; il 9 marzo seguente fu smobilitato, senza accennare alla mutilazione, con la proposta di pensionamento e mandato in congedo definitivo il 23 maggio 1941.

Non conosciamo l’origine della pubblicazione, ma è ragionevole supporre che l’autore volesse sdebitarsi con il Collegio. Infatti Carrasco il 12 settembre 1938 scriveva a Vallellano che

[…] D’accordo con un legionario italiano mutilato rientrato a Bologna, che per i suoi meriti speciali invitai a curarsi nel Collegio con gli spagnoli che arrivano, abbiamo già messo in vendita un libro intitolato “ARRIBA ESPANA”, per il quale ho scritto una modesta introduzione e fornito fotografie, compresa una del Generalissimo, che narra episodi della guerra. Dalla vendita ci attendiamo una buona entrata, perché si sono fatti carico di piazzarlo gli organi ufficiali fascisti; circa una terza parte del ricavato sarà pro cura dei mutilati spagnoli ospiti di questo Collegio. Per Natale calcolo di avere forse più di 20.000 lire.[47] […]

Si può altrettanto immaginare che l’idea sia venuta a Pellicciari dopo aver visto il volume di Raffaele Costantino Trischitta Corona aurea coloniale. Monografie delle medaglie d’oro A.O.I., pubblicato dal Set all’inizio del 1938, che nella quarta di copertina evidenzia in grassetto: “la vendita di questo volume è effettuata a favore dell’Associazione nazionale famiglie dei Caduti in guerra alla quale sono devoluti i diritti d’autore”, mentre ignoriamo chi gli abbia fatto da tramite con l’editore. Arriba España è un volume illustrato in quarto di 108 pagine, carta patinata, rilegato in tela azzurra con impressioni in oro, di mediocre propaganda e di pessima realizzazione grafica, prefato da Carrasco[48]; esso venne ristampato nel 1940 previa distribuzione promozionale di un pieghevole di quattro pagine, che recava la prefazione del Rettore e la riproduzione fotografica di lettere di alte personalità, che ringraziavano per l’invio di copie della prima tiratura. Il precedente 26 agosto Carrasco aveva scritto a Vado che aveva “molta fiducia di disporre di un po’ di fondi per i nostri mutilati, attraverso la vendita di un libro che è in pubblicazione a Torino, per il quale ho dato tutte le facilitazioni che mi è stato possibile”, ma nei fatti l’iniziativa si rivelò abbastanza complicata, malgrado Hernani il 30 settembre si complimentasse con il Rettore per “la magnifica idea”. Agli ostacoli che si presentarono durante lo svolgimento del lavoro editoriale si aggiunsero i dubbi dell’ambasciatore García Conde, il quale scrivendo a Carrasco il 25 ottobre segnalava “lo scarso risultato pratico che l’iniziativa avrebbe prodotto economicamente” e la totale indifferenza con la quale venne accolta dal fascismo bolognese. Tre settimane più tardi Carrasco informava Poretti che il federale Leati non apprezzava l’operazione “ritenendola piuttosto speculativa, tanto per l’inconsistenza ed il carattere documentario del testo, quanto per risultargli l’assoluta impreparazione di capacità e di cultura del Pellicciari”; non desta perciò stupore che nessuna delle pubblicazioni cittadine – “Carlino” incluso, che ne aveva ricevuto copia omaggio – l’abbia in qualche modo citata. Anche parte della Falange in Italia mostrò di non gradire; al plauso di José María Galindo González, capo della Falange del nord Italia,[49] che il 17 ottobre ringraziava da Genova Carrasco per il volume, assicurandolo che “avrebbe vivacizzato la nostra biblioteca”, si opponevano le lagnanze di Emilia G. Méndez de la Serna, delegata della Falange di Firenze, che il 26 settembre segnalava al Rettore di essere stata importunata da un “individuo”, che pretendeva di venderle Arriba España facendosi poi di nebbia, e di Antonio Alcolado Martín, capo del Servizio di stampa e propaganda della Falange in Italia, che protestava per l’uso arbitrario dell’emblema del partito impresso sulla copertina. Ignoriamo l’atteggiamento della fantomatica Falange di Bologna, che aveva sede al civico 67 di via Marco Emilio Lepido, segretario José Calero, e che comunque non figura nell’elenco dei destinatari di copie omaggio conservato nell’archivio del Collegio.[50]

Attraverso il riscontro dei numerosi esemplari di Arriba España che sono disponibili nelle biblioteche italiane, e controllando il numero timbrato dal Collegio all’interno del volume, abbiamo appurato che l’opera – distribuita dall’editore mediante agenti di area – ebbe in effetti due tirature di 5.000 esemplari ciascuna, ma non conosciamo la somma effettiva che percepì il Collegio. L’ultimo documento in ordine di data che allude al libro è una lettera di Carrasco a Vado, del 14 gennaio 1939, nella quale gli comunica laconicamente: “si è raccolto qualcosa, ma finora meno di quanto speravamo”.

 

8. Chi e quanti furono i feriti ospiti del Collegio

 

Nella citata lettera a Vallellano del 12 settembre 1938, Carrasco si dichiarava molto dispiaciuto “che l’invio in cura a Bologna dei mutilati del nostro eroico Esercito incontri tante difficoltà” e aggiungeva “qui è tutto preparato per riceverli e il Prof. Putti non desidera altro che poterli curare”. In effetti fino a quella data, gli ospiti erano stati soltanto sei, secondo il documento di cui alla nota 32 che trascriviamo:

1-              JUAN PEDRO CORTES MATEOS, Jerez de la Frontera, capitano d’artiglieria, amputazione gamba destra, 16-11-37;

2-              MARIANO ROJO CALDERON, Aguilar de Campo (Palencia), capitano di fanteria, pallottola di fucile al braccio destro, 16-11-37;

3-              FELIX CHUECA GARCIA, Trasmo (Saragozza), sottotenente di complemento di fanteria, amputazione della mano destra, 16-11-37;

4-              EMILIO DE CASTRO BOCOS, Segovia, capitano d’artiglieria, amputazione della gamba destra, 29-4-38 a 31-6-38;

5-              DIEGO SIMON ALVAREZ, Caceres, tenente di fanteria, frattura cranica, 29-4-38 a 31-5-38;

6-              VICTOR CHAVARRI TRIANO, Bilbao, sergente, amputazione gamba destra, 7-5-38 a 1-6-38;

7-              RAFAEL PASTOR COSCULLUELA, Madrid, sottotenente di complemento, amputazione mano destra, 21-9-38 a 20-11-38;

8-              RAMON SILVA MELGAREJO, [?], soldato requeté, amputazione di entrambe le mani, 3-10-38 a 24-11-38;

9-              VICTOR CHAVARRI TRIANO, Bilbao, sergente, amputazione gamba destra, 31-10-38 a 25-11-38;

10-          EDUARDO SAENZ DE BURUAGA, Tetuan, generale di brigata, anchilosi ginocchio destro, 29.1.39;

Signora Saenz de Buruaga;

Carlos Garriga, Tetuan, capitano;

Dr. Arguellos, Tetuan, capitano medico;

11-          MARIANO PELAYO NAVARRO, Granada, capitano Guardia civile, amputazione      mano e perdita occhio sinistri, 25-2-39 [?] 6-6-39;

12-          JUAN PEDRO CORTES MATEOS, Jerez de la Frontera, capitano d’artiglieria, amputazione gamba destra, 7-3-39 a 25-4-39.

La maggior parte dei feriti del Collegio non ha lasciato traccia neppure negli Archivi militari spagnoli, mentre di altri non si accenna al loro soggiorno bolognese. Juan Pedro Cortes Mateos – come riporta il suo stato di servizio[51] – era nato a Jeréz de la Frontera il 27 dicembre 1900; ferito sul fronte di Madrid nel febbraio 1937 fu amputato al polpaccio della gamba destra nell’ospedale militare di Griñon; il 24 marzo seguente a Siviglia subì l’asportazione del ginocchio e “il 4 novembre partì per l’Italia con lo scopo di comprare un membro artificiale inferiore – del cui costo si fecero carico i camerati – finendo l’anno a Bologna. Il 5 gennaio 1938 ritornò in Spagna”; nulla sul ricovero del 1939 indicato da Carrasco.

Secondo il “Boletín Oficial del Estado”,[52] Mariano Rojo Calderón era stato “ferito grave sul fronte di Toledo, il 5 settembre 1936. Deve percepire la pensione giornaliera di 15 pesetas, dalla data del ferimento un periodo massimo di due anni, nonché l’indennità di 2.000 pesetas”.

Félix Chueca García, nato il 26 maggio 1915, venne ferito in combattimento il 28 agosto 1937; subì tre ricoveri nell’ospedale militare centrale di Saragozza, dove subì l’amputazione della mano destra.[53]

Emilio de Castro Bocos nacque a Medina del Campo il 9 giugno 1906; il suo stato di servizio[54] riporta che il 27 agosto 1936 sul fronte del Guadarrama risultò gravemente ferito “in seguito a bombardamento aereo e ricoverato all’ospedale di San Rafael, dove gli fu amputata la gamba destra; in seguito fu trasferito all’ospedale militare di Segovia”.

Diego Simon Alvarez era nato il 21 aprile 1914; il 19 marzo 1937 venne gravemente ferito sul fronte del Jarama e ricoverato, di volta in volta, in sei ospedali. Rientrò in servizio il 12 settembre seguente, ma il giorno 25 l’ospedale militare di Saragozza lo dichiarò invalido “a causa di perdite di sostanza cerebrale dovute a conseguenze di ferite subite in azioni di guerra”.[55] Il 10 maggio 1938 Carrasco scrisse a Vado che “verrà operato domani dal Prof. Putti. Si tratta di inserirgli un osso per chiudere l’orifizio che ha nel cranio: il primo tentativo effettuato in Spagna non ebbe successo”.

Il solo dato biografico che possediamo su Víctor Chavarri Triano è la data di nascita trovata in Internet: 30 ottobre 1910; nella lettera del 10 maggio sopra citata, Carrasco scriveva che Víctor era appena giunto al Collegio accompagnato dal padre.

Il caso del venticinquenne Rafael Pastor Cosculluela, miliziano della Falange di Palencia, amputato della mano destra nell’ospedale militare di Saragozza il 13 aprile 1938[56] mostra il criterio con cui venivano scelti i feriti da mandare in Italia, a dispetto degli accordi a lungo discussi. Il 22 settembre 1938 Carrasco informava Hernani, e per conoscenza Vado, che l’Ambasciata di Roma gli aveva telefonato perché  provvedesse al alloggiarlo nel Collegio precisando: “lo comunico a Lei, che aveva candidati da mandarmi, affinché sia informato del tramite che ha seguito il mutilato; e anche perché avverta Fernando Vallellano, nel suo ruolo di Delegato in Italia pro mutilati. La richiesta di venire ad applicarsi qui l’arto artificiale Pastor la rivolse al generale Camón, Capo della Sanità del quartier Generale e la presentò un amico dell’aspirante, un tenente italiano che gli parlò dei miracoli del Prof. Putti”; inizialmente gli avevano risposto che c’erano difficoltà da superare, “poi, improvvisamente e senza altre formalità gli dissero che era stato autorizzato e che si imbarcasse subito sulla nave-ospedale italiana ‘AQUILEIA’. Come al solito nessuno mi disse niente; lo stesso, immagino, che sarà successo con la Croce Rossa”. Timoroso di essersi spinto troppo avanti, Carrasco aggiungeva che il mutilato “è un ragazzo molto fine e gradevole, ha una lettera di presentazione di un mio cugino ed è parente dei Signori di Palencia che, dice, conoscono bene Fernando Vallellano. Mi informa che presto verrà un altro ragazzo di Palencia molto giovane [Ramón Silva Melgarejo], cui mancano entrambe le mani. Immagino sia quello che Lei annunciò a Joaquín [Vado]”; quasi a rimangiarsi le precedenti lagnanze suggeriva: “Riguardo al tenente Esteban Soler[57] credo che potrebbe ottenere il permesso seguendo il tramite di Pastor; nel caso gli facciano difficoltà con la valuta, rinunci a che gli mandino la paga in Italia: gli anticiperò io le lire che gli occorrono ed egli depositerà l’equivalente sul mio conto corrente nel Banco Español de Credito di Burgos”.

Poco sappiamo del diciottenne Ramón Silva Melgarejo, requeté del tercio S.ta Gadea, ferito sul fronte di Balaguer il 21 giugno 1938 e amputato di entrambe le mani nell’ospedale militare di Saragozza,[58] ma una lettera di Vallellano a Carrasco, su carta intestata “Cruz Roja Española – ASAMBLEA SUPREMA – Presidencia”, del 26 settembre 1938 dimostra che nella sua scelta forse prevalse la pietà umana sul clientelismo:

Caro amico,

arriverà da te, accompagnato da sua madre, prima cugina del mio compagno e deputato a Cortes DON ANDRES REVUELTA MELGAREJO, il giovane mutilato di Guerra RAMON DE SILVA MELGAREJO, che si metterà nelle mani del Dr. Putti per le sue cure. Benché io sappia che tu ti occupi perfettamente di tutti i mutilati che arrivano, ti raccomando in modo particolare questo ragazzo per il quale ho un interesse speciale. […]

Chiudevano la lettera, autografi, la firma e il poscritto: “È un campione dell’eroismo della nostra gioventù”.

Eduardo Sáenz de Buruaga, nato a Cuba nel 1893, militare dell’arma di fanteria, fece una brillante carriera nelle campagne del Marocco raggiungendo il grado di colonnello e il 17 luglio 1936 assunse il comando delle truppe sollevate a Tetuan impadronendosi della piazzaforte, che due giorni dopo consegnò a Franco. Successivamente combattè sui fronti di Cordova e di Madrid e fu promosso generale di brigata, continuando a combattere sui fronti di Aragona. La sua presenza a Bologna solleva perplessità destinate per ora a rimanere tali. La prima è di carattere temporale poiché Carrasco nel suo prospetto lo dà arrivato il 29 gennaio 1939, mentre in una lettera a Vado del 14 gennaio 1939 lo informa che l’Ambasciatore da Roma gli ha comunicato per telefono che il giorno 16 “arriveranno un generale e due ufficiali”; la seconda è la pubblicazione di un trafiletto anonimo di cronaca del “Carlino”, che il 19 gennaio titola “Valoroso Generale franchista ospite del Collegio di Spagna” e scrive:

Da qualche giorno si trova a Bologna, ospite del Collegio di Spagna, una delle personalità più note del nuovo movimento nazionale spagnolo: il Generale Eduardo Sàenz De Buruaga.

Sofferente di una lesione ad una gamba, conseguenza dell’assedio alla città di Teruel, l’anno scorso, egli era stato curato dal Prof. Putti, Direttore dell’Istituto Ortopedico Rizzoli.[…]

E dopo un breve riassunto delle sue gesta conclude: “L’accompagnano qui la sua gentile signora, Donna Eloisa Requejo, il suo medico curante, Dott. Cap. Arguelles, ed il suo ufficiale d’ordinanza, Capitano Carlos Garriga”.

Oltre alla discordanza sulla data d’arrivo, possiamo notare che lo stato di servizio del generale[59] non registra né la presunta ferita di Teruel né il suo viaggio a Bologna limitandosi a dire: “Il 17 febbraio 1938, a causa delle spaventose condizioni del tempo, venne ricoverato nell’Ospedale di Saragozza in gravi condizioni e vi restò fino al 1° agosto, quando venne evacuato all’ospedale militare di Tetuan, dove rimase per tutto il resto dell’anno”.

Tre anni dopo l’entrata di Franco in Madrid, l’Anuario cultural italo español di cui alla nota 1, pubblicava a p. 140 il paragrafo Militares españoles en el Colegio de Bolonia:

Il Regio Collegio di San Clemente degli Spagnoli non è operativo a causa prima della nostra guerra di liberazione e adesso per quella in corso. Nel primo periodo è stato albergo di militari spagnoli accorsi all’Istituto Rizzoli per sottoporsi alla sua progredita ortopedia. Tra gli eroici soldati ospiti del Collegio citiamo l’illustre generale Eduardo Sáenz de Buruaga, all’inizio del 1939, che fu curato dal professor Putti in persona per una lesione causatagli dall’assedio di Teruel. La Stampa bolognese ha avuto occasione di evidenziare la personalità di alcuni militari ospiti e l’importanza della loro partecipazione alla guerra.

Quando il trentacinquenne[60] Mariano Pelayo Navarro giunse a Bologna vantava un passato degno di un romanzo, messo in evidenza dalla bibliografia che lo riguarda.[61] Con il grado di tenente allo scoppio della rivolta si mise in luce nei feroci scontri per l’occupazione dei villaggi che circondavano Granada; più tardi fu nominato delegato per l’ordine pubblico e allestì i servizi di spionaggio reclutando agenti in territorio repubblicano e infiltrandone dei nazionalisti.

Le fonti citate riportano che il capo di una banda di partigiani repubblicani cui l’amante – Alicia Herrero Vaquero, bellissima ballerina d’avanspettacolo – era divenuta molesta, la fece sposare e convinse la coppia a stabilirsi a Granada per spiare. Un giorno la donna fu scoperta, catturata e portata al cospetto del tenente Pelayo che la convinse a fare il doppio gioco in cambio della vita; le fornì un’attività di copertura e la prese per amante. I guerriglieri non tardarono a scoprirla e tentarono di assassinarla inviandole un plico esplosivo. Poiché Pelayo ispezionava previamente tutta la corrispondenza diretta alla donna, il 6 giugno 1938 aprì l’involucro che gli esplose in mano. Subito ordinò una spietata repressione, ma intanto la spia si era dileguata.

Diversa è la versione del telegramma[62] che il Servizio informazioni del quartier generale dell’Esercito del Sud mandò a Franco il 13 seguente. Da tempo la donna dava ai nazionali notizie che sempre giovarono alla sicurezza dei fronti, avvalendosi di uomini che attraversavano le linee per mantenere il contatto con Granada. Quando il comando repubblicano le chiese di stabilirsi a Granada per svolgere la sua attività, finse di accettare e vi si recò in compagnia del marito, mentre i suoi figli restarono nella zona “rossa”. Alle riunioni degli emissari con la coppia assisteva di nascosto Pelayo. Trascorso qualche tempo i repubblicani sollecitarono informazioni che ella non si decideva a fornire; insospettiti dal suo tergiversare le mandarono il pacco esplosivo che, come al solito, fu consegnato a Pelayo. Il telegramma concludeva: “Temiamo per la vita dei figli della nostra agente. Poiché l’accaduto dimostra che i rossi hanno scoperto la nostra rete e non possiamo più utilizzarla non c’è più ragione di non procedere contro le persone coinvolte a Granada; abbiamo dato ordine di arrestarle e raggiungono il numero di settanta”.

Da una lettera di Vado a Carrasco del 1° dicembre 1938 apprendiamo che il Rettore e Mariano Pelayo Navarro si conoscevano e forse a questa conoscenza non era estranea la grande premura che egli gli riservò: il 6 giugno 1939 scriveva alla segreteria del Padiglione Mutilati del Viso di Milano pregando di ringraziare vivamente il Prof. Sanvenero “per tutte le affettuose cure prodigate al Cap. Pelayo e per il suo gentilissimo interessamento”, aggiungeva che il ferito stava bene e “parte oggi con me per la Spagna”. In pari data si rivolse in un italiano zoppicante al professor Hermann Wintz, cattedratico di Medicina all’Università di Erlangen, perché gli suggerisse “quale sia in Germania il miglior clinico per la plastica del viso. Si tratta d’un capitano spagnolo, qui in cura, che ha avuto l’occhio sinistro asportato da un esplosivo e desidera mettere l’occhio artificiale dopo di farsi restaurare plasticamente il viso il meglio possibile”. Il 4 novembre 1939 scrisse direttamente a Gustavo Sanvenero Rosselli per comunicargli che Pelayo sarebbe tornato per finire la cura “se le attuali circostanze internazionali non avessero sconsigliato per il momento il viaggio”; gli domandava poi di inviargli una lettera presso il Collegio consigliandolo di “proseguire la cura tanto felicemente iniziata”, onde facilitargli “l’ottenimento dalle Autorità militari spagnole del permesso necessario per il viaggio”.

Il materiale d’archivio di cui disponiamo non ci consente di appurare se altri feriti furono ospiti del Collegio, né ci aiuta la stampa locale; a mano a mano che si avvicina la seconda guerra mondiale si rarefanno le cerimonie con la presenza di Carrasco ed eventuali, generici “feriti spagnoli”, ma riteniamo che il loro numero non influenzi il valore simbolico dell’iniziativa umanitaria. È probabile che fosse scaturita nel Rettore principalmente dal desiderio di favorire – attraverso la Croce Rossa nazionalista – lo scambio dei suoi fratelli con prigionieri repubblicani; a questo riguardo sono eloquenti le numerose e pressanti richieste che egli rivolge agli amici. Da una sua lettera a Triano padre del 12 settembre 1938 apprendiamo che uno dei suoi fratelli era “evaso felicemente in questi giorni da Almeria”, mentre “gli altri due restano nel campo di concentramento in cui si trovano” e dove beneficiarono dei pacchi viveri forniti da Vallellano e Vado.

 

APPENDICE

 

PREFAZIONE

di S. E. il Gr. Uff. Carrasco Manuel y Reyes

Rettore Magnifico del Collegio di San Clemente degli Spagnoli

 

Al supremo contributo di sangue che i volontari italiani nella guerra di Spagna offrono così eroicamente alla santa causa propugnata e difesa dal Generalissimo Franco, uno di loro, il Legionario Grande Invalido di Spagna, Alfonso Pellicciari, autore del presente libro, e con lui il ben noto Studio Editoriale Torinese «S.E.T.» hanno voluto aggiungere generosamente una nuova prova di fratellanza effusiva; devolvere cioè al Collegio di Spagna in Bologna, che mi onoro di presiedere, una parte cospicua del ricavato dalla vendita di questo libro «pro» assistenza ai Grandi Invalidi Spagnoli ospiti del Collegio stesso.

L’opera umanitaria che svolge attualmente questo istituto sostituendo i collegiali, ora combattenti nell’esercito nazionale, con invalidi di guerra spagnoli che seguono le loro cure nel famoso Istituto Ortopedico Rizzoli di questa città potrà avere ora col nuovo valido contributo un maggior sviluppo ed una più grande efficacia.

Il patronato del Collegio apportò, già col suo effusivo consenso al progetto, tutti i mezzi di cui dispone l’Istituto stesso, e la Croce Rossa spagnola, col valido aiuto della Sorella italiana, si prodigò dal primo momento nei lavori di organizzazione e trasporto dei gloriosi mutilati. Ma è grazie principalmente alla preziosa, disinteressata e fraterna collaborazione del preclaro Prof. Vittorio Putti, Direttore del sopradetto Istituto Ortopedico Rizzoli e alla generosità del Consiglio d’amministrazione del medesimo, che ha potuto avere attuazione il progetto.

Nelle pagine seguenti troverà il lettore la narrazione fida e vibrante di uno dei protagonisti della grande tragedia spagnola. Non è nostro compito quello di magnificare le virtù guerriere dei prodi soldati italiani che con tanto eroico slancio e rapida comprensione seguono il nostro invitto Caudillo nella sua Crociata per la salvezza della Civiltà occidentale, che è civiltà romana. Sono loro stessi, i legionari, che col proprio sangue scrivono nuove pagine di gloria nella storia del valoroso soldato italiano. Sarebbero sufficienti le migliaia di gloriose ferite e di giovani vite immolate in olocausto a quel santo ideale di redenzione per immortalarne le gesta. Ma è doveroso da parte nostra rendere qui pubblicamente, anche a nome dei mutilati spagnoli la più sincera e profonda testimonianza di gratitudine all’Autore ed all’Editore di questo libro per il loro filantropico gesto.

Per il Collegio di S. Clemente degli Spagnoli, secolare e perenne testimone della gloria dell’Ateneo bolognese, che dall’epoca della sua fondazione – 1368 – viene svolgendo il proprio modesto e silenzioso lavoro mantenendo sempre in Italia le tradizioni nazionali spagnole, allacciando continui rapporti culturali e preparando quindi l’attuale clima spirituale tra i due popoli, costituisce un titolo di legittimo orgoglio toccare ora i frutti di questo secolare lavoro, constatando la accoglienza più che cordiale dispensata in Ispagna ai legionari fratelli, e la affettuosa premura colla quale vengono prodigate qui le cure e gli aiuti per mitigare il sacrificio alla patria dei gloriosi invalidi della guerra.

È da sperare che in un immediato avvenire questo istituto possa dare ancora incremento nell’ambito culturale agl’intensi ed affettuosi rapporti attuali tra i due Stati; affermare e consolidare cioè nell’ambito della cultura la fraternità già affermatasi in quella delle armi.

Iddio voglia che la fusione di tanto generoso sangue versato insieme determini l’indissolubile alleanza dei due popoli fratelli a vantaggio della pace universale!

Bologna – Palazzo del Collegio di Spagna – 6 – IX – 1938.

Manuel Carrasco [firma autografa]

 


* Questa ricerca è stata resa possibile dalla generosità di José Guillermo García Valdecasas, Rettore del Collegio di Spagna, che ci ha messo a disposizione la documentazione conservata nell’Archivio storico dell’istituzione (“Carteggio del Rettore Carrasco”, cartella 63/3, Hospitalización en el Colegio de Oficiales españoles mutilados en la guerra civil 1936-1939 e cartella 64/1, S.E.T. ‘Arriba España’), ordinata dall’archivista bibliotecaria Enrica Coser, preziosa guida alla consultazione e prodiga di suggerimenti: a entrambi il nostro doveroso e sincero ringraziamento.

[1] Per i suoi dati biografici, in mancanza di un’opera di riferimento specifica, dove non altrimenti indicato abbiamo attinto a: F. Filippini, Il cardinale Egidio Albornoz, Bologna, Zanichelli, 1933, pp. VI, 451-52; G. Regis, Il Collegio di Spagna a Bologna, in “Il Comune di Bologna”, agosto 1933, pp. 58-59; M. Sandri, Soste sotto le Torri, Bologna, Testa, 1939, 121-22; L. González Alonso, Il Collegio del Cardinale, in “Legioni e falangi”, a. I, n. 7, 1 maggio 1941, pp. 36-37; Asociación Cardenal Albornoz, Anuario Cultural Italo-Español, Vol. I (1941), Valladolid, Librería Santarén, 1942; M. Carrasco Reyes, El Real Colegio Mayor de San Clemente, in “Revista Geográfica Española”, La huella de España en el norte de Italia, [Serie monográfica La huella de España el en mundo, n. 29, 1951], Madrid, pp. 125-46; J.A. Giménez-Arnau, Memorias de memoria, Barcelona, Destino, 1978, pp. 34-37; A. Pérez Martín, Proles aegidiana, Bolonia, Real Colegio de España, 1979, pp. 1869-870; L. Moure-Mariño, La generación del 36, Sada-A Coruña, Ediciós do Castro, 1989, pp. 49-54; I. González-Varas Ibáñez, Dietro il muro del Collegio di Spagna, Bologna, CLUEB, 1998, pp. 149-70; Id., “Que todas las cosas sean nuevas”. La restauración del Colegio de España (siglos XIX y XX), in J.L. Colomer y A. Serra (Cur.es), España y Bolonia. Siete siglos de relaciones artísticas y culturales, Madrid, Fernando Villaverde, 2006, pp. 343 e 352; J. Beneyto Pérez, Mi formación histórico-jurídica en Italia y Alemania, in “Anuario de historia del Derecho español”, 1999, pp. 676 e 679; F. Capote Yeregui, “Carrasco y Reyes, Manuel”, in Diccionario Biográfico Español, Vol. 11., Madrid, Real Academia de la Historia, 2009, pp. 631-32; A. Navas Hermosilla, España-Italia: arte, cultura e ideología 1923-1943: un recorrido de ida y vuelta. Memoria para optar al grado de doctor, Universidad Complutense de Madrid, Facultad de Geografía e Historia, Madrid, 2013, p. 136; P. Del Hierro, Entre supervivencia y modernidad: el Real Colegio de España en Bolonia, 1943-1955, in L. Branciforte (Editora), Acción política y cultural 1945-1975: Italia y España entre el rechazo y la fascinación, Madrid, Dykinson, 2013, pp. 115-59.        

[2]  N. Bartolomasi, Mons. Angelo Bartolomasi, Vol. I, Roma, Opera Mons. Bartolomasi, 1966, pp.150-51.

[3]  “La Vanguardia”, Barcellona, 18-11-1923, p. 15.

[4]  “La Vanguardia”, Barcellona, 5-1-1927, p. 21.

[5]  “La Vanguardia”, Barcellona, 19-9-1929, p. 22.

[6]  G. Regis, Il Collegio di Spagna a Bologna, in “Il Comune di Bologna”, cit.

[7]  G. Ligabue, …Curtem de Albinea cum Plebe. Il feudo e la pieve di Albinea nei secoli, Reggio Emilia, Edizioni Tecnigraf, 2008, p. 143.

[8]  L. Moure-Mariño, La generación del 36, cit., pp. 52-3.

[9]  La ‘X Legio’ fa fronte alle sanzioni con sereno e sicuro animo fascista, “il Resto del Carlino”, 19-11-1935, p. 5.

[10] Dove non altrimenti indicato le lettere del Rettore, in lingua spagnola ai connazionali e in italiano ai corrispondenti italiani, sono copie carbone dattiloscritte con macchina priva di accenti spagnoli; maiuscole e sottolineature figurano negli originali.

[11] Nel “Carteggio del Rettore” si trova un promemoria autografo – due pagine dal titolo Notas importantes – che elenca i dodici punti del suo progetto per renderlo esecutivo.

[12] L’avvocato Cesare Colliva, per la precisione podestà, in carica dal 10 luglio 1936; dal 1934 al 1936 era stato segretario federale del Fascio cittadino.

[13] José Antonio de Sangróniz y Castro, avvocato e diplomatico, fu coinvolto in tutte le cospirazioni contro la Seconda repubblica e svolse un ruolo essenziale per la riuscita della rivolta del 17 luglio 1936. Non nutriva molta stima per i simpatizzanti nazionalisti in territorio repubblicano: “I bianchi (prigionieri od ostaggi) che si trovano in territorio rosso avrebbero dovuto padroneggiare la situazione all’inizio della rivoluzione ed è colpa loro se adesso subiscono il giogo rosso” (si veda P. Marqués, La Croix-Rouge pendant la guerre d’Espagne (1936-1939), Paris, L’Harmattan, 2000, p. 147; nello specifico questa è la nostra opera di riferimento, ma è utile anche la consultazione di J.C. Clemente, El árbol de la vida. La Cruz Roja en la guerra civil española (1936-1939), Madrid, Laboratorios Beecham, 1993).

[14] Alejandro Mac-Kinlay Bemberg, nato a Buenos Aires e residente a Madrid, erede di una ricca famiglia, con velleità letterarie e sostenitore della causa nazionalista, dal giugno 1936 viveva a Roma con la moglie. A partire dall’estate del 1937 collaborò – insieme con l’inviato dell’ “ABC” César González-Ruano – con una pagina al mese al “Tevere” di Telesio Interlandi; l’articolo Spagna, 18 luglio 1936-18 luglio 1937, apparso sul quotidiano romano il 19 luglio, venne pubblicato in opuscolo bilingue con tiratura di seimila copie (si veda C. González-Ruano, Memorias. Mi medio siglo se confiesa a medias, Madrid, Tebas, 1979, pp. 374-5, 418 e 436-7).

[15] Joaquín Ignacio de Arteaga y Echagüe, Grande di Spagna, politico, imprenditore e mecenate allo scoppio della rivolta trovò rifugio in un’ambasciata; mesi dopo via Alicante riparò a Marsiglia. Alla causa nazionalista offrì due dei suoi tre figli maschi, caduti al fronte (si veda E. Vegas Latapie, Los caminos del desengaño. Memorias políticas 2, 1936-1938, Tebas, Madrid, 1987, pp. 406-09).

[16] Antonio Magaz Pers, ammiraglio, fu il rappresentante ufficioso del governo nazionalista presso la Santa Sede  nei primi mesi della guerra civile.

[17] P. Montoliú, Madrid en la guerra civil. La Historia, vol. I, Silex, Madrid, 1998, p. 22.

[18] P. Marqués, op. cit., p. 390.

[19] Joaquín Ignacio Mencos y Bernaldo de Quirós, conte del Vado e Grande di Spagna, cavaliere di Gran Croce del Sovrano Ordine di Malta.

[20] Horace de Pourtalès, delegato de Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) ginevrino, era di tutt’altro avviso: “Il conte di Vallellano, grande signore spagnolo, capo del partito monarchico, fondamentalmente uomo politico, ha vaghe nozioni sulla Croce-Rossa in generale e in particolare sulle funzioni del Circ, il cui ruolo considera a malapena quello di un benevolo fornitore di materiale sanitario”. (P. Marqués, op. cit. p. 157). Un altro delegato del Cicr, Jean d’Amman, segnalò nell’ottobre 1938 a Ginevra di avere sufficientemente sperimentato durante il suo soggiorno a Burgos “l’inattività di Vallellano e dei suoi accoliti” (ibidem, p. 312).

[21] Antonio Goicoechea y Cosculluela, avvocato e politico monarchico; fu deputato e ministro durante il regno di Alfonso XIII e deputato di Renovación Española alle Cortes del 1933. Nel luglio 1936 ebbe un importante ruolo come inviato del generale Emilio Mola nell’ottenere l’appoggio militare italiano. (Si veda P. Preston (ed.), La República asediada, Península, Barcelona, 2001, pp. 76-81 e P. Sainz Rodríguez, Testimonio y recuerdos, Planeta, Barcelona, 1978 ad nomen).

[22] Appartenenti alla Real Maestranza de Caballería de Granada, antica istituzione nobiliare.

[23] Dei tre fratelli del Rettore prigionieri dei repubblicani, nella bibliografia consultata abbiamo trovato traccia soltanto di José, membro della Commissione agricoltura del Comitato di iniziative locali, costituito dalla pubblica amministrazione di Guadix nel 1934 per contenere la disoccupazione. (Si veda S. Pérez López, La comarca de Guadix en la II República 1931-1936, Guadix, Imprenta Juan A. Ortega, 2003, p. 280).

[24] Gonzalo Queipo de Llano y Sierra, generale di cavalleria, nel suo incarico di direttore generale dei Carabineros all’atto del sollevamento si finse leale al governo, mentre con un audace quanto spietato colpo di mano s’impadronì di Siviglia e di gran parte dell’Andalusia, venendo poi nominato da Franco comandante dell’Esercito del Sud. Oltre cinquant’anni dopo la sua morte furono pubblicate le sue memorie di guerra, J. Fernández-Coppel, Queipo de Llano. Memorias de la Guerra Civil, Madrid, La Esfera de los Libros, 2008, dove Carrasco non viene citato. Per i cattivi rapporti del generale con il Cicr, che considerava massoni i delegati svizzeri, si veda P. Marqués, op. cit. pp. 139-42.

[25] Carlos de Rojas y Moreno conde de Torrellano, avvocato e diplomatico. Molto attivo nelle trattative per lo scambio di prigionieri non disdegnava di occuparsene di persona. Il dottor Marcel Junod, delegato generale del Cicr in Spagna, nel gennaio 1937 gli prestò casualmente i primi soccorsi dopo un incidente automobilistico su una strada della Castiglia; il conte rientrava da Siviglia con bordo una famiglia di “rossi”, diretto a Madrid per uno scambio (si veda P. Marqués, op. cit., p. 160). 

[26] Astorre Hercolani, principe del Sacro Romano Impero, marchese di Blumberg e conte Paladino, patrizio di Bologna, Cavaliere d’Ordine e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta. Non abbiamo trovato elementi per chiarire l’ “affare”.

[27] Il colonnello conte Emilio Gritti Morlacchi ricoprì l’incarico di comandante del Corpo militare dei cavalieri italiani del Sovrano Ordine Militare di Malta dal 1922 al 1937.

[28] Banchiere e senatore, l’11 febbraio 1939 Cremonesi tenne un’interessante radioconversazione sul 1° programma dell’Eiar dal titolo L’opera della Croce Rossa Italiana in Spagna, pubblicata anche in opuscolo privo di indicazioni editoriali, che non fa cenno alla collaborazione con il Collegio di Spagna. 

[29] Sacerdote e archeologo bolognese Giulio Belvederi svolse la sua attività prevalentemente a Roma, ma nei primi anni del rettorato di Carrasco fu cappellano del Collegio. Secondo una testimonianza di Giulio Andreotti – che aveva sposato una sua nipote – del 14 marzo 1987, (si veda Montserrat Minobis, Aureli M. Escarré Abat de Montserrat (1946-1968), Barcelona, La llar del llibre, 1987, pp. 294-96), nel 1936 Belvederi riuscì a fare assegnare una cappellania nella piccola comunità benedettina di Montefiolo (Rieti) al giovane monaco di Montserrat Aureli Maria Escarré, fortunosamente sfuggito alla caccia degli anarchici di Barcellona; il luogo divenne un punto d’incontro  tra i membri della comunità catalana esule e questo forse spiega la scelta di Carrasco. Non conosciamo la risposta di Belvederi.

[30] Franz Pagliani, ordinario di Patologia chirurgica all’Università di Bologna ed esponente di punta del fascismo locale.

[31] Giacinta Del Drago, figlia del principe Alessandro Ruspoli, godeva fama di benefattrice.

[32]  Ricaviamo la data da un prospetto dattiloscritto, presumibilmente compilato dal Rettore, che fornisce l’elenco dei feriti ospiti del Collegio in ordine d’arrivo – indicando generalità, luogo di nascita, grado e data di arrivo – di   cui parleremo più avanti, intitolato GLORIOSOS MUTILADOS DEL EJERCITO ESPANOL CURADOS Y REHABILITADOS A EXPENSAS DEL COLEGIO DE BOLONIA.

[33]  Mariano Rojo Calderón, arrivato a Bologna il 16 novembre 1937.

[34]  Alfonso García Valdecasas, cattedratico di Diritto civile e politico granadino, era stato ospite del Collegio di Spagna negli anni 1923-24.

[35] José Millán Astray Terreros, grande mutilato di guerra, nel 1920 aveva fondato la Legione spagnola (Tercio de Extranjeros) ed ebbe ai suoi ordini in Marocco Francisco Franco. Coinvolto nella ribellione dei generali favorì la presa del potere di Franco, che lo mise a capo dell’Ufficio propaganda.

[36] Ufficiale dei bersaglieri, in Spagna dalla seconda metà del novembre 1936 con il nome di copertura di Ugo Bencini, capo del Servizio informazioni.

[37] Secondo la citata lista del Rettore, il 29 aprile 1938 giunsero il capitano Emilio Castro Bocos e il tenente Diego Simón Alvarez. Soltanto il 12 maggio seguente l’ambasciatore spagnolo in Italia informò Carrasco, con lettera protocollata, che codesti ufficiali godevano di tutte le autorizzazioni rilasciate dal Quartier generale di Franco. 

[38] Víctor Chavarri Triano, sergente, giunse al Collegio il 7 maggio; era il pronipote di un pioniere del capitalismo industriale ottocentesco di Bilbao, creato marchese da Alfonso XIII nel 1920.

[39] Anche se ignoriamo i termini dell’operazione, visti i colossali interessi in gioco negli scambi minerari durante il conflitto e l’assoluta egemonia tedesca, le speranze di potersi inserire come operatori appaiono notevolmente ingenue.

[40] José Antonio Giménez-Arnau era il capo del Servizio nazionale della Stampa; negli anni 1932 e 1933 era stato allievo del Collegio di Bologna. La sua tesi di laurea, discussa presso l’Università di Saragozza, vinse nel dicembre 1933 il Premio Vittorio Emanuele II (si veda il suo libro Memorias de memoria, citato nella nota 1).

[41] Natalio Rivas Santiago, politico liberale durante la Monarchia poi sostenitore di Franco; il figlio Natalio era stato ospite del Collegio di Bologna negli anni 1911-1912.

[42] Jaime Soler Murillo, di Barcellona, era stato ospite del Collegio di Bologna negli anni 1931-1932.

[43] Dreifus Alfredo Leati, medico, ricopriva la carica di segretario del Partito nazionale fascista dal 25 giugno 1936.

[44] Jesús Muro Sevilla, di Saragozza, laureato in Medicina, fu capo della Sanità della Falange di cui era membro dalla sua fondazione

[45] Generale Edoardo Monti, che il giorno seguente avrebbe scritto a Carrasco: “VI° CORPO D’ARMATA – BOLOGNA IL COMANDANTE. Era mio vivo desiderio passare alcune ore vicino agli ufficiali del valoroso esercito di Franco e ieri sera, per la cordiale ospitalità della S.V. ho avuto questo piacere. Nel ringraziarVi sentitamente del gentile invito, rinnovo il mio caldo e cameratesco saluto”. 

[46] A. Caselli, 1915-1945: 30 anni. L’avvento e la caduta del fascismo nel Centopievese, Cento, 1989, pp. 49, 68, 70.

[47] Il 20 dicembre 1938 Carrasco comunicava al Set di aver ricevuto “L. 5982,50, importo spettante sulle 801 copie vendute”.

[48] Vedi Appendice; copie carbone del testo originale sono conservate nell’Archivio del Collegio.

[49] José Luis Jerez Riesco, El hidalgo de la Falange. Vicente de la Cadenas y Vicent, Molins de Rei, 2010, p. 427.

[50] Secondo Francisco Blanco, Las relaciones entre la Falange y el Partido nacional fascista, s.l., Colección ‘S.O.S. Libros’, s.a., p. 14: “la Falange in Italia ricevette il riconoscimento ufficiale delle autorità soltanto nel gennaio 1938 e nei suoi confronti il Pnf mantenne un atteggiamento di simpatia, ma non di entusiasmo”.

[51] Cortesia Archivo General Militar de Segovia.

[52] A. III, N. 486, 19-2-1938, p. 5854.

[53] Cortesia Archivo General Militar de Ávila.

[54] Cortesia Archivo General Militar de Segovia.

[55] Ibid.

[56] Cortesia Archivo General Militar de Ávila.

[57] Non rinvenuto nella documentazione d’Archivio.

[58] Cortesia Archivo General Militar de Ávila.

[59] Cortesia Archivo General Militar de Segovia.

[60] In mancanza di ogni dato biografico abbiamo desunto l’età da un trafiletto di necrologio apparso su “La Vanguardia Española”, 27-2-1977, p. 9.

[61] Si veda: Historia de la Cruzada española, vol. III, tomo 11, Madrid, Ediciones Españolas, 1941, p. 281; Ian Gibson, La represión nacionalista de Granada en 1936 y la muerte de Federico García Lorca, París Ruedo ibérico, 1971, pp. 26, 42 e 57; Eduardo Molina Fajardo, Los últimos días de García Lorca, Barcelona, Plaza & Janés, 1974, pp. 204, 211-12, 240 e 269; Ian Gibson, El hombre que detuvo a García Lorca, Madrid, Punto de Lectura, 2008, p. 158; Juan Hidalgo Cámara, Represión y muerte en la provincia de Granada, 1936-1950, Mojácar, Arráez, 2014, ad nomen.

[62] Cortesia Archivo General Militar de Ávila.

 

 

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