Bibliomanie

 

Ricerca filologica, storia delle idee 
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N°45 Gennaio/Giugno 2018

 

SAGGI E STUDI

 

Souvenirs de Paris,

ovvero una passeggiata a Sandymount

 Riccardo Campi

Nella tarda mattinata del 16 giugno del 1904, dopo aver tenuto la propria lezione a scuola, Stephen Dedalus sta passeggiando sul litorale di Sandymount. I suoi pensieri sono attraversati da ricordi, che gli balenano nella memoria, e da vivide percezioni, che colpiscono i suoi sensi: la vista delle onde, della torre in lontananza e di una coppia di raccoglitori di telline, il rumore dei passi sugli «scricchiolanti marami e conchiglie» («cracking wrack and shells»), l’abbaiare di un cane, le «tanfate di fogna» che i rifiuti sparsi sulla spiaggia esalano («upward sewage breath»)… Quello che viene offerto al lettore di Ulysses nel terzo episodio (“Proteo”) è il primo, articolato esempio di monologo interiore dopo quelli frammentari di cui sono disseminati gli episodi precedenti: esso fissa il «flusso vitale di una coscienza in cui passato e futuro coincidono nel punto meridiano e focale di un eterno presente». E nel passato di Stephen c’è, tra l’altro, un soggiorno a Parigi come studente, del quale, ora, riemergono a brandelli ricordi di conversazioni, d’incontri e d’immagini. Mentre egli si avvia «all’eternità lungo la piaggia di Sandymount», un’immagine delle strade parigine al mattino gli s’impone alla memoria...

il "Caso Pulci"

Marco Albertazzi

Primo concetto, a margine del caso: la disinvoltura comica ed epica di Pulci. Primo specimen, ad uso dell’investigatore: «Ma ben ­che nel giardino le triste aguria / apparisin di fuori non fu sentito / per la città né da’ baroni in curia» (La Morte di Orlando II 79, 1-3) Iniziamo da questa intenzione disinvolta, da leggere con la mede­sima disin­voltura. Per Pulci, non si tratta solo di divertire (l’antichis­simo delectare romano) il pubblico, ma di incarnare il più possibile il sentimento civile, inserendo nel racconto personaggi nuovi e curiosi: così nascono Morgante, Margutte e Asta­rotte. Se è così, El Famoso Morgante non deride la cavalleria per partito preso, ma serve ad un’intenzione quasi teatrale: il poeta vestirà i panni del cantastorie, che ravviva una materia già sedimentata e a rischio di banaliz­zazione (per intenderci: Andrea da Barberino e Feo Belcari, giusto per citare chi si rivolge ad una diversa tradizione e ad altri generi). Pulci coinvolge le auctoritates più solenni per sottrarre il libro al destino: «Chi negherebbe a Gallo già mai versi?» traduce Virgilio (Buc., X 3: «Neget quis carmina Gallo?»). Uno degli esempi possibili. Per il resto, Pulci riformula tutti i tópoi medievali, e racconta le necessità contemporanee con espressioni fortuna­te, a giudicare dal successo editoriale. E oggi? Molti ragionamenti del Morgante sem­breranno paradossali: lo erano ieri e lo sono oggi. Si tratta solo di capire e di saper leggere: iniziamo da qui...

La creazione delle "dodici divinità delle genti maggiori" nella Scienza nuova di Vico

 Gaetano Antonio Gualtieri

Uno dei principali aspetti della filosofia di Giambattista Vico, costituente anche uno dei motivi di maggiore distinzione dal suo antagonista Descartes, è rappresentato dalla convinzione che nell’uomo mente e corpo interagiscano in modo attivo nella formulazione della conoscenza. Sebbene sia possibile riscontrare tale caratteristica un po’ in tutte le opere del pensatore partenopeo, è però soprattutto nel suo capolavoro, la Scienza nuova, che essa emerge in maniera evidente, in quanto è in quest’opera che Vico rappresenta la «vasta immaginativa di que’ primi uomini, le menti de’ quali di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla spiritualezzate, perch’erano tutte immerse ne’ sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne’ corpi»...

Confini e frontiere della civiltà europea

Note  per una geostoria degli scrittori

Luca Mozzachiodi

Assistiamo da più parti e in diversi contesti non solo, come è chiaro, a sfondo politico, ma anche letterario, artistico e in senso lato culturale a una ripresa di interessi per la questione della definizione dei confini e della loro difesa o apertura così come della tradizione culturale europea. Dico subito che anzitutto è fondamentale imparare a volgere al plurale questa espressione, dal momento che l’Europa, che geograficamente è solamente una piccola penisola, ha nelle sue stesse origini una molteplicità di popoli, tradizioni e conflitti o riuscite e splendide integrazioni; ciò che chiamiamo civiltà non è soltanto un albero genealogico ma anche una sorta di fotografia del presente come compresenza di futuro e passato...

 

NOTE E RIFLESSIONI

 

La sottil parladura di Francesco da Barberino

Marco Albertazzi

L’opera che sono chiamato a trattare si colloca nella letteratura del primo Trecento italiano. Ovviamente è il tempo che ci è stato imposto di vedere con il predominio di Dante e dalla sua più che celebre Comedìa. Non voglio essere innocuo, culturalmente. I problemi sul campo sono grandissimi e sottili, come l’argomento di questo intervento. Il primo: perché non ci sono stati sforzi istituzionali apprezzabili per ricostruire il panorama storico-culturale in cui la Comedìa appare? L’Italia si è data alle esegesi critiche, limitate e improduttive, nella totale assenza di altre opere del Trecento: come se Dante fosse solo, come se ci fosse solo Dante. Un secondo quesito scende più in profondità: perché l’Italia ha trasformato un romanzo divulgativo – la Comedìa – nel campione unico di una cultura che si votava quasi del tutto alla ricerca, non alla fabula. Il falso ha sopraffatto il vero, la narrazione ha prevalso sulla filosofia o, per citare il titolo del convegno, l’affabulazione diabolica si è imposta sulla santa affabulazione. Voglio dire, semplicemente: i testi non danteschi non sono stati restituiti e i loro autori sono stati occultati, per mantenere uno status quo che non ha nulla a che fare con la materia culturale. E poi: quarant’anni di inefficienza critico-filologica dell’Italia accademica...

Intorno e attraverso Il Dio nascosto e la possibilità di Auschwitz di Alberto Castaldini

 Francesco Fogliotti

Dalle pagine de Il Dio nascosto e la possibilità di Auschwitz. Prospettive filosofiche e teologiche sull’Olocausto (Accademia Romena/Centro di Studi Transilvani, Cluj-Napoca 2016, pp. 370), a chiamarci a raccolta è un Dio fragile, talmente fragile da non esigere nemmeno una teodicea; un Dio, piuttosto, da “comprendere nella domanda” (pp. 291-299) così come si fa con l’uomo più debole. Sembrerà paradossale che un’indagine sul Deus absconditus, attenta alla tradizione apofatica e a quella ebraica (biblica, talmudica e cabalistica), ci parli invece di un Dio esposto, addirittura troppo esposto. Non solo patiens ma perfino “stanco” (p. 238). La tesi stessa attorno a cui ruota il libro di Alberto Castaldini è assai esposta e non manca di una certa fragilità, che andrà interrogata. l libro sorprende per erudizione e vastità di implicazioni, tanto che in questa sede sarà possibile darne solo qualche cenno essenziale. Come ogni opera di ampio respiro è un libro che comprende molti altri libri, tra cui una sintesi efficace dei fondamenti della religiosità ebraica (pp. 133-154) e una puntuale ricognizione delle sorti del pensiero teologico nel dopo-Auschwitz (pp. 173-218). Qui ci concentreremo sulla proposta teologica che agita l’intero libro e converge nel terzo capitolo (Il Dio della possibilità e il dolore del mondo, pp. 219-309, specialmente il breve paragrafo: Una nuova contrazione divina?, pp. 250-256). In estrema sintesi, in questione è il riconoscimento, nell’evento storico della Shoà, della kénosis – concetto paolino (Filippesi 2, 5-7) – mai sviluppata dal pensiero ebraico...

Per i Conti Suzzari, fra nobiltà e memoria

 Federico Majolino

Fondazione "Elide Malavasi" - Bologna

Davide Monda

Università di Bologna

Grazie al nitido, cristallino riflesso di uno spavaldo raggio di sole che, galante e inarrendevole corteggiatore, bacia la mano del Po, ove prende il nome di Zara, si rivela timidamente un paesino che par quasi estraneo alla caducità connaturata all'humana condicio; beffandosi inconsapevole della falce del tempo, che corre e scorre come le acque del suo fiume, è giunto ai giorni nostri col nome di Suzzara.  È questa un’isola di antichi natali, tanto da dar nome a una delle più antiche famiglie patrizie di "Reggio dell'Emilia": i Suzzari. Fra le centinaia di case nobili annoverate nello scorrere dei secoli che hanno seguito il Duecento, lo stemma dei Suzzari può dirsi l’unico superstite di quasi novecento anni di storia, insieme con quello della famiglia dei marchesi Tacoli che, contrariamente ai Suzzari, è tuttora vivente. Trattasi di uno scudo troncato, innestato e merlato di cinque pezzi; due d’oro e tre di rosso. Benché il panorama della Nobiltà Reggiana fosse vasto e articolato, prima dell'Ottocento non risultano esservi studi di carattere privato o pubblico che illustrino adeguatamente l’argomento. Non vanno obliate, a ogni modo, le brevi note apparse su pubblicazioni varie e dettate anche da autori di qualche fama come Prospero Fantuzzi, Giuseppe Turri, Vittorio Spreti, Carlo Melloni, Prospero Ferrari, Emilio Nasalli Rocca di Corneliano, Antonio Cremona Casoli, Guido Tacoli, Eligio Grasselli, Clemente Riva di San Severino...

La cibernetica italiana della mente nella civiltà delle macchine di Francesco Forleo

 Elisabetta Brizio

Scrivo questa recensione con un word processor e la tastiera contiene simboli. Oggi sembra scontato. Da un istante all’altro, lo schermo compone le immagini delle parole: le memorizzo con la vista e la macchina con una sequenza di byte. Sembra scontata anche la composizione immediata delle parole. Ora nasce un documento salvato-con-nome – questo file – e lo invierò a una persona molto lontana da qui. Ecco una straordinaria applicazione cibernetica. Come ci siamo arrivati? Nelle intenzioni dell’autore questo dovrebbe essere un lavoro divulgativo, ma non è proprio così: la trama dei tecnicismi ci mette alla prova, nello stesso tempo la trama mentale è accattivante. La cibernetica italiana della mente nella civiltà delle macchine (Prefazione di Luca Angelone, Universitas Studiorum, Mantova 2017) sottende una vasta competenza dovuta alla lunga esperienza di Francesco Forleo nei centri di sperimentazione e di ricerca...

 

LETTURE E RECENSIONI

 

Alcune schede critiche

di Alberto Castaldini

Il paleoantropologo Giorgio Manzi traccia nel volume un bilancio delle ultime scoperte scientifiche e delinea un rapido ma esaustivo quadro delle più recenti costruzioni teoriche circa il percorso evolutivo dell’uomo. L’Africa rimane la culla dell’evoluzione, un lunghissimo processo che separandosi dalla linea evolutiva dei primati antropomorfi ha condotto alla nostra specie, ma negli ultimi anni, grazie anche all’indagine paleogenetica, la ricerca si è affacciata su nuovi inattesi scenari che hanno tracciato un quadro molto più complesso di quello da tempo descritto e condiviso dalla maggioranza della comunità scientifica. Ci riferiamo ad esempio all’affermazione della specie Homo sapiens in Asia e in Europa, un tempo ritenuta aver soppiantato i Sapiens arcaici e l’Uomo di Neanderthal, mentre le recenti analisi molecolari hanno evidenziato un’avvenuta ibridazione nel Vicino Oriente e nell’area eurasiatica. Questa complessità di forme umane, confermata anche da nuove scoperte fossili in Caucaso e in Africa settentrionale, non fa che confermare la straordinarietà della condizione umana, sia nella sua specificità sia nel suo inserimento in natura a partire dal Pliocene. Manzi si mostra costantemente attento al tema della biodiversità umana, perché è proprio nello scenario naturale che, ancora oggi, si colloca il posto di Homo sapiens. Il complesso panorama che Manzi delinea con lo stile dell’alta divulgazione ci induce però a ulteriori riflessioni, e cioè a quel tratto di straordinarietà che l’uomo presenta e progressivamente rivela in modo esclusivo lungo il cammino evolutivo. L’incompatibilità tra scienza e fede, sovente evocata da ambienti contrapposti nelle loro asserzioni, sembrerebbe non giustificarsi proprio di fronte alla complessità dell’evoluzione, anche perché, come osservò vent’anni fa Giovanni Paolo II parlando alla Pontificia Accademia delle Scienze, la scelta tra la proposizione di fede e la teoria scientifica non va paventata “non potendo in alcun modo la verità contraddire la verità" (Leone XIII, Enciclica Providentissimus Deus, Conclusione)...

LA VERITÀ CHIAMA LA TECNICA

Postverità e altri enigmi di Maurizio Ferraris  

letto da Elisabetta Brizio

La parola post-verità, o post-truth, è entrata nell’uso in qualche vocabolario. Ma il lemma è riduzione del concetto, mentre l’analisi di Maurizio Ferraris in Postverità e altri enigmi (il Mulino, Bologna 2017) ci porta molto oltre il lemma da vocabolario. È ovvio: questo è un libro, non una definizione; è meno ovvio se si considerano le questioni implicate dal lemma affrontate in Postverità e altri enigmi. Il libro è una integrazione di L’imbecillità è una cosa seria, lo dice l’autore in una nota al Prologo. La postverità (con elisione del tratto d’unione, ad indicare la filiazione della postverità dal postmoderno filosofico) si radica in un fondo intemporale, come l’imbecillità, nella sua ambivalenza di incuranza verso i valori cognitivi (da questo lato, la postverità è l’esteriorizzazione dell’imbecillità) e carattere dell’umano, congenito, essere in-baculum, necessitante di bastone, dipendente da una tecnica disalienante nella misura in cui funge da specchio: «E se l’automa fosse lo specchio dell’anima?», si leggeva nella copertina di Anima e iPad. La tecnica quindi ci pone di fronte alla sola cosa che non ci può mentire, il volto della nostra anima. Corresponsabile di questo svelamento, la rete, fattore di rivelazione almeno in due sensi: mostra a noi stessi ciò che siamo, e, dal profilo dell’emergenza, manifesta la nostra sociodipendenza, la soggezione ad abilità umane già acquisite...

Duchamp, Magritte, Dalì. I rivoluzionari del 900

Capolavori dallIsrael Museum di Gerusalemme

 Maria Teresa Martini

 Una mostra da non perdere per il valore internazionale degli artisti presenti, figure che hanno rivoluzionato nel Novecento lo sguardo sull’arte ed il loro successivo modo di raccontarlo. Duchamp, Magritte, Dalì, Ernst, Tanguy, Man Ray, Calder, Picabia, artisti diversi, ma  di una creatività geniale e straordinaria, vi aspettano a Palazzo Albergati e al successivo catalogo di oltre duecento opere esposte, tutte provenienti dallIsrael Museum di Gerusalemme . Confermano la rottura col passato e suggeriscono sguardi irriverenti  con gradevole ironia, volti al presente. Tra i capolavori: Le Chateau de Pyrenees (1959) di Magritte, Surrealist Essay (1934) di Dalí, L.H.O.O.Q. (1919/1964_ rivisitazione provocatoria di Monna Lisa) di Duchamp, o  la bicicletta, con L’aria di Parigi nell’ampolla di vetro di Man Ray, il suo ritratto, il ferro da stiro con i chiodi. ecc…Lallestimento rende partecipi di questo mondo nuovo: realizzato dal grande architetto Oscar Tusquets Blanca, ha ricostruito a Palazzo Albergati la celebre sala di Mae West di Dalì,  la stanza-installazione (Viso di Mae West come appartamento di Salvador Dalí), una suggestiva rivisitazione dello spazio con i giochi di luce, finte prospettive, accostamenti di sogno, enigmi e finzione, topos dellanima di Dalì. Altrettanto significativa, in omaggio allevento linstallazione 1,200 Sacks of Coal ideata da Duchamp per l’Exposition Internationale du Surréalisme del 1938...

 

Bibliomanie è registrata presso il Tribunale di  Bologna in data 4/5/2005 con il n. 7541

ISSN  2280-8833