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LUMI, LINEE IDEALI: MANO ALLARGATA

Memoriale della lingua italiana di Massimo Sannelli

 

ELISABETTA BRIZIO

 

  

   Di solito un libro si recensisce. Questo Memoriale della lingua italiana (Lotta di Classico, Genova 2017), no. Bisogna considerare il libro come una storia, dove il protagonista e l’autore sono la stessa cosa. Quindi il mio intervento è narrativo, non critico. Parlo di un personaggio, non di un autore. Un personaggio ora regista attore re, ora impetuoso ora disforico («ci sono giorni / che sbocciano cosí, nati per finire»), sensibile e indifferente al mondo fuori. Tutto sembra avvenire in una stanza, che vede i suoi sguardi abituali oppure i suoi climax tradotti in un diario caratterizzato dallo scollamento dei giorni: il tempo non è qui misurabile nell’ottica del prima e del poi. Tale discontinuità dà luogo a una rifrazione di connessioni esistenziali. Rebis, cioè l’autore bambino, non è affatto rimosso, anzi, con il risentimento dell’adulto chiede di essere risarcito. In questa architettura lirica e tematica qualsiasi iato resta impercepibile. In un asse temporale e spaziale non definito, ma costituito di sequenze sovrapposte o coesistenti, si affastellano gli anni della vita, e i suoi tratti dominanti. L’incolmabile eterogeneità tra i sessi, «due esseri e due averi», ognuno una monade senza comprensione. Le eco di solitudini, di rapporti d’amore conclusi: «A noi due, per poco. E lo schianto non ci sarà». Mentre lo schianto c’è, e continua a risuonare anche nel fatto d’arte, di opera in opera. Richiami di difficili e infedeli rapporti amicali o di lavoro, visto che per Massimo Sannelli un rapporto ha senso solo se genera arte – il che è davvero problematico. Al limite, esortazioni a se stesso a resistere, ad assegnarsi una direzione, «perché c’è un luogo e un ruolo».

   Ovviamente, con un certo stile, perché «l’inno sacro è il modo di umiliarsi, e / il ditirambo è il modo di non esserci». È nota l’idea di Sannelli della subalternità dei contenuti, benché le sue opere, anche per l’asettica cornice ambientale (rarissimamente il fuori è elemento di scena, è assente un catalogo oggettuale), siano per lo più fatte di contenuti, che non si limitano all’enunciazione di esperienze vitali. Ma lui si ostina a ripetere che il contenitore conta piú del contenuto, e chi ci capisce è bravo. Allora, come nel caso di Intendyo (La Camera Verde, Roma 2016), neppure questa è una recensione, perché con Sannelli c’è da andare molto cauti con le parole, e per assurdo sarebbe piú prudente parlare per anagrammi. Cosí il titolo di questo testo, anagramma, com’è evidente, di Memoriale della lingua italiana: linee nel senso di versi, versi ideali. Mano allargata nel senso di mano che non tiene le cose, mano che dà. Lumi come luci che illuminano, speranza, consolazioni, illuminations mentali. «Luce nei miei video». Se vogliamo, anche muli, nel senso di ibridi, cocciuti, resistenti. Ibrido come l’arte totale di Sannelli, che rifiuta la classificazione in generi; resistenti come la sua ostinazione nell’autoimposizione categorica di un lavoro senza pause.

   Ricordo che in Tempus tacendi di Matteo Veronesi (alla chiara fonte, Lugano 2017) Sannelli segnalava una miniera di anagrammi, piú o meno critici e autocritici, usati in luogo della metafora, dell’analogia, della litote: in luogo della retorica, perché la retorica – e questa è una antanaclasi – è retorica. La retorica è innaturalezza ed enfasi. Sannelli li nota perché è un attore segnato dalla musica. Ci sono cose dei Pesci (Veronesi) che solo un Sagittario (Sannelli) può notare, per una certa affinità elettiva, non solo in arte. Per una fraternità mentale, psicologica, metrica, per un certo isolazionismo di entrambi. La differenza fondamentale con i Pesci è che i Pesci vogliono «solamente amore», come nella canzone, mentre Sannelli è uno per cui questi lampi sono, appunto, lampi e accensioni. Belli, ma non credibili, durano un tempo limitato, mentre al Sagittario interessano l’estasi del momento e l’eterno, non le durate intermedie. Non è che io creda a queste cose. Ho voluto solo esemplificare una delle lancinanti esemplificazioni bianco-nero, tutto-o-niente di Sannelli, che ragiona effettivamente così, nonostante una laurea con Edoardo Sanguineti, comunista rigorosissimo, e un dottorato con Claudio Leonardi, tridentino cattolico e cattolico tridentino. Per Sannelli la realtà o è simbolica o è malleabile, ma non è mai la realtà del marxista e del cattolico duri e puri. Inoltre – e questo è il ragionamento del Sagittario – che se ne fa  uno come lui di qualcosa che è meno grande, meno maestoso e perfetto e solenne dei quartetti di Bartók e di una montagna illuminata? Sannelli è cosí, prendere o lasciare. 

   Le permutazioni circa Tempus tacendi di Veronesi fanno parte di un materiale logico che diventa sonoro, e di un suono che diventa logica. Ecco qualche permutazione latina, Sannelli ne ha indicate almeno quindici, ne riporto solo alcune per dare un minimo di limite: impetu scandet (scandisce con impeto); dic tu ante spem, (prima della speranza parla tu); edictum patens (evidente editto); impetus candet (l’impeto brucia); dat se inceptum (dà se stesso come inizio); inceptum adest (il principio si presenta); it musca, pendet (va la mosca, sta sospesa); tum pes cadenti (allora un piede a chi cade); ut piscem edant (affinché essi mangino il pesce); spe, metu dicant (che essi dicano con speranza, con timore).

   La mente musicale è il titolo di un libro non dimenticabile di Michele Ranchetti, oggi dimenticato quanto basta. La mente musicale è un sintagma decisivo. Definisce la caratteristica e il premio di chi – per eccesso di dolore, un dolore critico in tutti i sensi – si trasforma in un trasformatore. Chi cerca le parole nelle parole non crede a un solo significato. Chi, come Sannelli, trova le parole nelle parole ha giurato vendetta contro chi gli ha detto scemo quando era piccolo. Con questo, non è che voglia dimostrare di essere piú intelligente, anzi, spesso ripete di non amare l’intelligenza. Vuole dimostrare che tutto è musica e disposizione, sotto il punto di vista di un Dio che ha fatto permutazioni con miliardi di elementi. Vuole dirci che tutto è rigoroso, ma che l’«armonia nascosta vale di piú di quella che appare». Harmonie aphanes phaneres kreitton: è il frammento 54 DK di Eraclito. Vuole perdersi come il signor Palomar di Italo Calvino in una estasi senza psicologia: «Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, conclude, ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile». I suoni sono permutabili e formano una superficie inesauribile. È un discorso che non si chiuderà mai per autori di questo tipo.

   Sannelli scrive un libro dietro l’altro. Come in altre sue opere, nomi di amori o di dolori erano criptati, cosí, senza venire meno ad esigenze di ritmo, anche nel Memoriale siamo di fronte a una sorta di trasgressione della retorica tradizionale, talora, per rifarmi al discorso iniziale, anagrammando, esibendo e insieme mascherando le sue ossessioni private. Credo che solo in un senso Sannelli non sia poeta comunicatore di concetti: per la circostanza che secondo lui scrivere equivale a rifare sempre tutto. Non ci si può limitare a leggere i testi, bisogna smontare le parole, munirsi di dizionari e di fantasia. E, nel suo caso, dormire sulle panchine e vestirsi di cashmere reperito tra i rifiuti (luogo ricorrente anche in questo libro), lavarsi i capelli sotto l’acqua di una fontana, come si vede anche nel film L’Arte del fauno, diretto da Fabio Giovinazzo e interpretato da Massimo Sannelli. Insomma, per chi ancora non lo abbia capito, Sannelli non è integrabile.

   Anche in Memoriale della lingua italiana c’è un ludus. È un titolo seicentesco di Giacomo Pergamini da Fossombrone che Sannelli ha fatto proprio, si legga la nota editoriale. Ma nel Seicento memoriale significava memorandum, memorandum linguistico, cose da memorizzare. Ora significa tempio commemorativo. Per Sannelli vuol dire memoriale post, perché secondo lui stanno finendo il sistema, la storia. Come dire: questo autore sa, demografia docet, che l’Italia tradizionale – di pelle chiara e di anima cattolica – è morta, e che anche ottocento anni di letteratura italiana sono giunti alla fine. In questa prospettiva altamente deromantizzata, anche la Musa invecchia, diviene irriconoscibile: «Musa persuasa, / Musa perduta, Musa / continua, Musa continuata». Allora Sannelli ha deciso di fare la sua parte, e di chiudere in bellezza. «Altre stanze verranno», altre metriche o ritorni all’arcaico.

 

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