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INVITO ALLA LETTURA DI PAESAGGI, ASCOLTO, VITA

 

FEDERICO CINTI

 

 

 

Alla pubblicazione di una nuova raccolta poetica, oggi più che mai, si riaccende l’interrogativo sull’utilità – non voglio dire necessità – di fare versi, di strutturarli organicamente in una sequenza di senso compiuto e di proporli a un lettore: la dimensione lirica è una ricerca, uno scandaglio all’interno prima ancora che all’esterno di sé, la ricerca di un dialogo nell’epoca del solipsismo disperato, in un momento storico in cui le parole sono divenute quasi inutili frammenti del divenire incessante della realtà. Se la poesia aiuta a vivere (o a non morire), se l’espressione assoluta ha per sua natura il superamento dell’hic et nunc, del transeunte che ci confina nella dura materia di tutti i giorni, se l’arte spezza le catene verso un’altra dimensione, allora si può e si deve affermare risolutamente che il nuovo libro di Sebastiano Fusco assolve al compito che si è prefisso.

Per addentrarsi un poco, ma senza il rischio di annoiare o di togliere il gusto della scoperta, nell’officina dell’autore, la lettura dei componimenti ha un che di rivelatore, di illuminante, come un occhio aperto a squarciare il buio della notte. Tale, infatti, è l’impressione che si ha a sfogliare le pagine: una pupilla nera, intensa, che anima di vita il candore nella pagina in un battere di ciglia. Allo stesso modo, l’effetto si rovescia, se si pensa il foglio come il negativo di una macchina fotografica analogica: le parole chiare squarciano, proprio come il fulmine, il buio tetro dell’ignoto e danno il senso vero ai dettagli rimasti nell’oscurità. Visione e illuminazione, quindi, sono il filo rosso della poetica di Fusco in questa sua nuova opera.

La dimensione della rivelazione momentanea e transitoria, tuttavia, risulta solo apparente, perché pur nella brevità delle poesie si avverte un fluire chiaro e distinto, l’impeto di uno scorrere prepotente di sensazioni e di emozioni che, simili ai colori di una tavolozza, dipingono i quadri di un vivere quotidiano e solo apparentemente minimale, che si fondono e si scindono quasi inconsciamente. Senza dubbio è l’amore, il rapporto con la donna amata, a informare più di altro le liriche, oscillanti tra il presente e il ricordo di una vita felice, in attesa ovviamente di un futuro di felicità, fatto di piccole, ma concrete, gioie. È un affetto puro, semplice, fanciullesco, che ama amare ed essere riamato, anche se tutto il mondo va o sembra andare altrove. In ciò si può trovare, ovviamente in controluce e sapientemente dissimulato, il rapporto con la tradizione letteraria occidentale.

L’io poetico e il tu cui costantemente si rivolge incantato sono i protagonisti indiscussi della scena raccontata sul filo della musica interiore, non legata a canoni di una versificazione polverosa, dal sapore scolastico o accademico. Il rifiuto della forma non è, però, epigonismo di una facile frazione del discorso, ma rivificazione del significante nella contemporanea comunicazione fatta solo di mute immagini, di parole tronche e deformi, di pensieri strozzati dal bisogno e destinati al panta rhei. La poesia di Fusco resiste, non si piega, cerca varchi e spazi dove respirare un’aria pulita e vera, senza infingimenti e compromessi. Non nega certo le difficoltà di affermare, ma chiede semplicemente di esistere e di avere il proprio posto nel creato. Del resto, è poi questo che significa poesia, creazione e ricreazione di un io che diventa noi, che si allarga ad abbracciare l’immensa infinità dell’universo nell’ansia di volare, di non essere soli e tristi, nel desiderio di toccare quel cielo azzurro che sembra tanto lontano, ma che forse è dentro di noi. Ecco ancora, quindi, il guizzo di luce, ecco ancora quindi l’occhio non distratto sulla realtà che diviene tassello di una condizione esistenziale nuova e rinnovatrice.

Fusco butta il cuore al di là dell’ostacolo, provoca il suo lettore a cercare assieme a lui una via d’uscita dal grigiore della vita quotidiana, in cui pure si vive, si ama, si spera, si soffre. I suoi versi sono un grido, un monito, una carezza affettuosa e cordiale che non lasciano, che non possono lasciare, indifferenti. In questi versi si trova e si ritrova quel che si è smarrito nella stanca routine della settimana, del giorno che si fa subito sera. Sarebbe forse più corretto dire che queste poesie sono una sfida al brutto in cui viviamo, agli orrori cui assistiamo inerti, alla monotonia che si fa stanca abitudine. È un guanto da raccogliere, un libro da tenere sempre sotto mano, da sfogliare e risfogliare, aprendolo anche a caso e stupirsi della finestra che apre su un pensiero mai pensato, su un’emozione dimenticata in qualche angolo dell’anima. Insomma, è un balsamo capace di lenire anche i lettori più riottosi.

 

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