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PASSIONE DELL’EUROPA

 

© da L'arte della sconfitta, Qudulibri, 2017

 

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Luca Mozzachiodi

 

 

 

 

  

I

Sull’ultimo gradino a San Michele

si incontra questa vergine di stracci

muta, nell’angolo alla porta tiene

 

un bimbo mezzo morto tra le braccia,

sotto l’alzata gotica più tesa verso il cielo

ad ogni secolo di passione, all’addiaccio

 

passa la notte coperta dal velo

sporco, avvolta nella rozza geometria

di un poncio peruviano, il nero

 

delle croste che spegne l’allegria

dei tratti andini e l’aggroviglia al marmo,

nel ricevere la luce tra le crepe, la via

 

ti mostra con il dito scarno

poi con  la dignità di chi non chiede

ti indica il punto meno alto

 

«Vous pouvez monter», si siede.

Rientrata nella scala come muschio

abbassa il viso se la porta si chiude.

 

Subito dentro ride un riso maschio

e paterno il sangue blu, prima di Dio la spada

difende il Belgio, qui non è più rischio

 

ma certezza che il nemico prende la strada

che porta alla frontiera.

Un tempo, pare dirti, tenne a bada

 

la furia di Lutero, dell’intera

Europa cattolica l’ultimo bastione,

secoli dopo nella Primavera

 

dei popoli in anticipo sulla rivoluzione,

padre di molti figli,

giardiniere della colonizzazione,

 

in giubba rossa vicino a padre e moglie

nel volto specchia ora l’età mite,

la luce del perdono a chi sosta sulla soglia.

 

Sulle statue scolpite

si abbatte come lama il mezzogiorno

nel corpo di pietra fruga le ferite.

 

Alzarono la volta e i contrafforti,

rimangono segni bruni

nel bianco che si spande attorno

 

 sulle vetrate umane, sui troni

 il potere che canta il suo poema

 agiografico se ha gli stessi colori

 

dei santi, la stessa mistica pena.

Fratelli del re stanno gli apostoli

e l’oro che hanno ti dice la presa

 

del Reich non spezzò le costole

al Belgio non piegò la sua fronte,

esso ha intatto il suo posto.

 

II

Prosegui e si staglia un racconto

di dinastie, di successioni e guerre

sospeso tra il disprezzo del mondo

 

e l’occhio di bambino che guarda le terre

sconfinate all’ombra della croce

pacificate, fertili, perfette.

 

Come tutto trascende nella luce

del mito della sola razza umana!

Mentre passi sai che qui conduce

 

come te da una nazione lontana

il turista svagato, il pellegrino

l’unione della razza cristiana

 

che si ritrova nel vicino

avvento, espone il suo dramma

di pastori col bambino

 

e con pura coscienza la sua fiamma.

Se sei giunto alla croce non puoi dare torto

ognuno ha posto il suo come uno stemma:

 

dall’Angola, dal Giappone, da Porto

Rico arrivano capanne ed animali

a celebrare il dio morto e risorto

 

e in esso essi scoperti uguali

e divini, il proprio desiderio d’altra vita.

La storia scivola tra i particolari

 

se un cristo annuncia oggi la sua venuta,

c’è più speranza anche senza lotta

di classe, di popolo, di idea basta una muta

 

preghiera, la fede ininterrotta.

Puoi dunque non scoprire sulla razza cristiana

una memoria non meno incorrotta?

 

Sotto la piramide egiziana

che sta per la capanna in una mitica

commossa sincronia, per nulla estranea

 

la foto dei caduti che santifica

col bimbo e la madonna

i guerriglieri. Riedifica

 

con l’aiuto di Dio scrive una donna

sul dono filippino di lamiere contorte,

di case diroccate, senza grotta

 

senza pastori, senza re né scorte,

la firma americana sui rottami.

Betlemme agli squadroni della morte

 

e un bimbo in mezzo a sciami

di bambinelli, ladruncoli, calciatori

per strada lo vedono i brasiliani

 

e rasserena i cuori

una statua a metà tra scherzo e amore

del papa. In Kenya i signori

 

della terra hanno la ventiquattro ore,

non portano doni ma affari

i magi per un compratore.

 

Così come nemico nei safari

è l’inglese che viene sulla jeep

al povero villaggio di africani

 

senza nazione, nella greppia

fotografa il bambino e i demoni

mascherati che danzano sulla sabbia.

 

III

Visitatore del mondo egemone

non credere se guardi passando

che tutto questo sia immemore

 

di te e non invece fatto

perché tu stesso possa riconoscerti

nella geografia dei passi, nell’intatto

 

procedere di marmi, stucchi, vetri;

tu sei di quei figli dell’Europa unita

dipinti a caso nei presepi ricchi

 

come una mera forma della vita,

per il potere indistinta

se può regnare o essere asservita.

 

La lotta per lottare è stata vinta,

dichiarata barbarica la rabbia,

ma la fame, fa fame non è spenta,

 

insegna a baciare la lebbra

della razza cristiana alle tue generazioni

Europa o avrai gente ebbra

 

di digiuni e barbari e sollevazioni!

Volto alla porta negli ultimi passi

soddisfatto per la costituzione

 

che sancisce la maestà come da prassi

e al popolo una storia di progresso

sorride Sua Maestà con gli occhi bassi,

 

con fare d’umiltà, di chi nel gesto

tradisce o mente origini borghesi,

pastore di popoli qui, signore di genti all’ingresso.

 

Pure scenderà dalle colline, dai paesi

cui si accede per carraie, con buoi,

con asini non diversi da quelli che vedi

 

se vai a San Michele, i suoi

pastori saranno pastori

non prescelti tra i buoni,

 

canti di guerra e lavoro i suoi cori,

la sua culla tra i topi, sorgerà

da una scuola di missionari,

 

o da una classe  in una tenda, imparerà

le lingue del mondo con un forte accento

di Bardera o di Bogotà

 

senza chiedersi poi al momento

di incontrare i figli dei figli dei figli

dell’Europa a quale scuola l’insegnamento

 

della pietà abbiano appreso, gli

resteranno nemici nel voler servire.

O spargete a piene mani gigli!

 

IV

Questo avrei dovuto dire

la volta che ad andare ero io

alla madonna che ci ha visti uscire

 

pronta a recitare la morte del dio

che aveva in braccio fasciato,

non c’erano passioni ma il piagnucolio

 

di nascite nelle navate.

Razza cristiana ecco i tuoi bambini

nascita in chiesa e morte sul sagrato,

 

ma io mi conterò tra gli assassini

scendendo verso la città di nuovo

ad uno ad uno lento i gradini

 

ho pensato durerà poco

il bimbo mezzo morto e poi c’è la bufera.

Sceso a passione consumata, a fuoco

 

smorente, si era ritirata nella sera

più generosa d’ombre la cattedrale

e la città si distendeva intera,

 

il centro ottocentesco, imperiale

nel lusso dei giardini, dei portici

soffocato dall’anello industriale.

 

Tutto è compiuto. A mala pena accortici

i figli dell’Europa prendono quanto resta

loro, strade con nomi di morti

 

a segno della storia, una pietosa voglia di protesta.

 

V

La pazienza infinita consuma

televisori e scarpe, svuota i conti

in banca disperde nella folla schiuma

 

per le strade nuovi mendicanti,

la barba di Whitman, le pulci

di vecchio randagio e davanti

 

la scritta di cui non ti accorgi

nemmeno, sai che la ripete

infinite volte la strada tra i portici,

 

né si sa se quegli ho fame ho sete

provengano dalla terra dei salvati

ma poco più giù delle scale sentite

 

che la storia non ha più privilegiati

o nascondigli per re da venire.

Alcuni si credono ingannati

 

per speranza, altri a servire

ormai abituati si affrettano

mangiano cornetti, volendo dire

 

di essere parte scattano

foto tra il filo spinato in rue d’Arlon,

poliziotti battono

 

la strada a cavallo e con

che gioia ci si scopre nella forza

una parte addosso del potere! Non

 

c’è timore alcuno mentre smorza

i colori dei palazzi l’ultimo sole.

alla notte si rinforza

 

la guardia e un’esplosione

di sirene leva il suo ululato,

non si incontrano più persone

 

e soltanto qualcuno attardato

ti risponde con sguardo cupo.

Altre le vie del centro illuminato

 

dove infiamma la vita del dopo

cena o del turista povero e senza colpa,

si rinserra però la città nei suoi denti di lupo.

 

VI

La provincia in cui tornammo ascolta

invece il suo tempo passare

come passano in frotta ragazzini in felpa

 

a uccidere la sera a tracannare

nei bar rimasti aperti

a fare al più le prove dell’amore

 

e poi arrivati ai venti

anni anche quelle della guerra,

nella loro passione sorridenti

 

sventolano la bandiera e a terra

si siedono in canto presso le lapidi,

la loro religione lì conserva

 

reliquie che ora trepidi

ripetono in stampe da Ottocento,

il nonno partigiano, la zia nel rapido

 

uccisa dall’attentato,

figure senza storia cui bisbigliano

ridendo l’un con l’altro fischia il vento

 

in fine di funzione poi rincasano

senza sentimento, come quando

affratellati di più tornavano

 

dal gioco e si domandano

niente più che lacrime e senso,

un nome nuovo alla pietra che calpestano,

 

un amore più intenso

e per la legge un più intenso lottare,

ma non altra legge hanno appreso

 

tra i banchi di scuola e il Natale

in famiglia se non la memoria,

la legge non si può dimenticare.

 

VII

Ecco che oltre la storia

nella deserta sera delle stanze

di poster ingialliti e ore di noia

 

alla scrivania o al petulante

giornalista che officia dallo schermo

il desiderio riempie la lontananza,

 

pietoso il ricordo soccorre e fa fermo

per loro un nuovo mito,

finisce oltre la stanza quest’inferno,

 

oltre il mare sta un tempo non tradito

e dalla morte rifiorisce

la greca primavera, mostra a dito

 

la gente le bandiere, si infittisce

la calca in piazza Syntagma, i vecchi

hanno gli occhi arrossati, striscioni

 

colorano i fiori ancora secchi

giù dai bianchi palazzi.

Agli occhi del bambino Romani e Turchi

 

Crociati e Bizantini, e i carri dei nazisti

le giubbe degli Inglesi e i patriarchi

fissi come icone o enormi arazzi

 

animeranno il gioco nei parchi,

figura del futuro dove sboccia

la vita conosciuta prima, archi

 

si muovono sui violini lamentando bella ciao,

allora è dato sognare un popolo

come un unico drago dalle rocce

 

sul porto di Patrasso al Pelopon-

neso, dall’isola di Creta alla Tessaglia

dove il contadino canta sotto il pioppo

 

sceso dal suo trattore, nella veglia

sul conto dei voti in avanti

fugge la speranza, abbaglia

 

con soli mediterranei crepuscoli lenti,

segna un uomo nuovo, oltre il padre,

la madre, oltre i venti

 

anni a secoli infiniti, le strade

piene come non ha mai visto

cancellano il ricordo della strage.

 

VIII

Figli di Macronisso,

e no, nessun messia per l’Europa

che issa il suo ultimo cristo

 

americano alla croce nuova

di gelo e miseria

e beati i pastori d’Elicona

 

venuti a vedere, le mani dietro la schiena,

sfilare la teoria dei partigiani

sconfitti, per tornare senza gloria

 

alle opere del giorno, agli animali

e in settembre agli alberi da frutto,

ma bianche come le tue cattedrali

 

come vecchie sulle isole impietrite dal lutto

difese dal mare stanno le case senza calce

dove spezzasti le costole di Ritsos

 

e di tanti dei tuoi figli, dove vince

la memoria il tarlo sulle persiane;

la prima loro colpa fu la falce

 

con il martello a rompere catene

troppo fervidamente immaginata,

li perse un eccesso di bene

 

a mano armata

difeso, o così nelle strette

righe della cartolina prestampata

 

da mandare ai parenti, perfetto

del resto il trattamento, ordini

umani, ma fioriscono sulle sigarette

 

note, sui violini accordi,

di baracca in baracca ancora umani

lasciano alla verità più piccoli margini

 

di fazzoletto o il lembo dei pantaloni

e il giornale rotola così per le vie del centro

dove fiutano le chiuse vetrine i cani

 

randagi come i padroni, ci vuole tempo

e molto inchiostro anche per mentire

ma gli uni e gli altri li disperse il vento.

 

 Gli anni non si possono sentire

dal televisore del ragazzo italiano

e il passato con devozione si può mentire

 

ora alla poesia nuova che non lontano

ha creato, nuovi, democratici i suoi eroi.

Usciti dal carnaio stringono la mano

 

tra la folla, sorridono poi

di quel sorriso arcaico che segna

felicità e battaglia, spariscono  nei bui

 

vicoli rapendo a sé la luce. Sognano

ora nella stanza o nella piazza o al banco

del bar usciti tra compagni.

 

IX

Il sangue che ribolle e il viso stanco

di questo inverno duemilaquindici

nascondo la gioia dell’ammanco

 

colmato, eccoli vindici

di loro stessi nella sperata passione

che santifica gli indici

 

di borsa, segno evidente di recessione.

Nell’ora del dolore amano stare con gli ultimi,

la storia ci darà ragione

 

recita la loro profezia l’intima voce

che gli dipinge gesta sul viale del ritorno

mentre già sentono la croce

 

dei greci sulle spalle e attorno

il rumore delle auto si confonde con gli spari.

Europa ti ameranno fino al giorno

 

in cui saprai raccontarci immaginari

poemi di salvezza tenerci,

nella cruna dell’ago. Scaricano

 

dai furgoni per i negozi le merci

in questo mattino senza più fuoco

dell’anno duemilaquindici, saperci

 

identici a prima è cosa di poco,

il giornale annuncia scontri ad Atene

come un mendicante non ha luogo

 

la storia delle masse, tiene

le ombre la città sotto gli sguardi nemici

di chi passa, nelle sue crepe

 

profonde e lunghe come cicatrici.

Tanti anni fa così avvolta dagli incendi

la Grecia si mostrava e tamerici

 

ora coprono le coste, verdi

arbusti cresciuti piano,

pini ancora esili difendono

 

le sbranate colline tra Delfi  ed Olimpia,

la terra ha pudore delle ferite,

noi lasciamo che tutto si compia

stazione ultima di passioni asservite.

 

 

 

© da L'arte della sconfitta, Qudulibri, 2017

 

 

 

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