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LA VERITÀ CHIAMA LA TECNICA

Postverità e altri enigmi di Maurizio Ferraris  

letto da Elisabetta Brizio

      

     La parola post-verità, o post-truth, è entrata nell’uso in qualche vocabolario. Ma il lemma è riduzione del concetto, mentre l’analisi di Maurizio Ferraris in Postverità e altri enigmi (il Mulino, Bologna 2017) ci porta molto oltre il lemma da vocabolario. È ovvio: questo è un libro, non una definizione; è meno ovvio se si considerano le questioni implicate dal lemma affrontate in Postverità e altri enigmi. Il libro è una integrazione di L’imbecillità è una cosa seria, lo dice l’autore in una nota al Prologo. La postverità (con elisione del tratto d’unione, ad indicare la filiazione della postverità dal postmoderno filosofico) si radica in un fondo intemporale, come l’imbecillità, nella sua ambivalenza di incuranza verso i valori cognitivi (da questo lato, la postverità è l’esteriorizzazione dell’imbecillità) e carattere dell’umano, congenito, essere in-baculum, necessitante di bastone, dipendente da una tecnica disalienante nella misura in cui funge da specchio: «E se l’automa fosse lo specchio dell’anima?», si leggeva nella copertina di Anima e iPad. La tecnica quindi ci pone di fronte alla sola cosa che non ci può mentire, il volto della nostra anima. Corresponsabile di questo svelamento, la rete, fattore di rivelazione almeno in due sensi: mostra a noi stessi ciò che siamo, e, dal profilo dell’emergenza, manifesta la nostra sociodipendenza, la soggezione ad abilità umane già acquisite.

    Se in Postverità e altri enigmi si ragiona di «postruismo» (nei termini di Ferraris, il professare la postverità) o di una disinformazione diffusa, la circostanza non viene imputata al medium tecnologico ma al nostro desiderio di riconoscimento, dell’esibizione in pubblico, desiderio presto appagato da un medium che permette l’istantanea circolazione di un insieme esteso – benché monadizzato, perché «uno vale uno» – e inestricato di contenuti, di notizie vere, false, di opinioni personali o uscite a sproposito fatte passare per verità oggettive. Il medium tecnico facilita la «ridondanza postruista». Per la «viralità del web» il ricevente può trasformarsi in trasmettitore, il processo è contestuale, orizzontale e non determinato da limiti definiti. La globalizzazione favorisce il contagio tra le nostre versioni delle cose, e al tempo stesso le depriva della loro attendibilità.

     Per quanto oggetto sociale scisso da contingenze storiche, c’è qualcosa di profondamente nuovo nella postverità, qui elevata al rango di questione filosofica eminente (paragonabile al marxismo quanto a rilevanza ed estensione), ed attualissima nell’interpretare dei tratti che ipersegnano la nostra epoca. È un oggetto sociale che risulta dalla combinazione di una corrente di pensiero, di propaggine postmoderna, e la realtà altamente tecnicizzata in cui viviamo, come discusso nel dettaglio nella prima dissertazione, Dal postmoderno alla postverità: in un postmoderno che si esercita nell’infinito nascondimento del vero (essendo la verità coercitiva, dogmatica, illiberale) o negazione dell’oggettivo (la sola verità che il postmoderno assume come tale) viene identificata la premessa ideologica della postverità, e mostrato come la postverità consista nell’uscita del postmoderno fuori delle accademie e dei circoli intellettuali. Seguono, in un climax speculativo, le altre due dissertazioni. Dal capitale alla documedialità verte sull’intersezione della realtà documentale e la diffusione capillare delle informazioni possibile con i media attuali. È «documediale» la concomitanza del carattere costituente e normativo dei documenti e di quello decostruttivo della rete che li nebulizza, li accresce indefinitamente, li altera, sgretolando l’assetto sociale, quanto meno rendendo obsolete le nozioni di massa, gerarchia, classe che avevano segnato la modernità. Ancora, «uno vale uno».

     La società contemporanea è documediale per via della «alleanza fra la documentalità come struttura profonda del mondo sociale e la medialità tecnologica contemporanea, che poggia direttamente [...] sulla documentalità». L’età documediale ha sovvertito il rapporto merce-documenti, ora lo scambio tra documenti è diretto, senza interposizioni. La marginalizzazione di questo nuovo contesto è tuttora in corso nelle forme di critica sociale che insistono nel volgersi indietro, indicando la radice di ogni anomalia in istituzioni o valori che non ci rappresentano più, mentre la realtà sociale andrebbe osservata alla luce della sua configurazione vigente, dove la merce, appunto, è costituita dal documento. Nella terza dissertazione – Dalla postverità alla verità – Ferraris propone una via di uscita dalla postverità attraverso una «teoria progressiva del vero». «Fare la verità», cioè rimettersi a una prassi tecnologica.

     La critica di una presunta alienazione dell’umano ad opera della tecnica aveva occupato alcuni precedenti lavori di Ferraris: l’uomo non nasce libero, ma è costitutivamente inerme senza il compensativo tecnologico. Se non ammettiamo la nostra mancanza di autonomia, si incorre in un rovesciarsi di colpe delegate a nomi che risaltano per desuetudine – quindi a parole postume – magari addotti dalla tradizione filosofica. Il binomio tecnica/alienazione è infondato, riscontrato che l’incremento degli apparati di registrazione si spiega con l’esigenza umana di memorizzare e di archiviare, e di iterare con strumenti sempre più sofisticati. La tecnica, Ferraris diceva in Mobilitazione totale, non è una distorsione della natura umana, e neppure un elemento che la asseconda, ma ciò che la sostiene e che porta a regime di evidenza il nostro essere sociali. Dai primi strumenti tecnici alla tabula scriptoria (in Anima e iPad: «l’essenza della tecnica è la registrazione»; «la tabula è la prototecnica») l’uomo ha sempre fatto ricorso alla tecnica. La novità sta nella trasformazione «dal quantitativo al qualitativo», cioè nel cambiamento strutturale delle tecniche deputate alla registrazione che con estrema rapidità fissano indelebilmente i contenuti. Di qui l’inscindibilità di tecnica e registrazione, e di qui la documentalità e le sue forme – sedimentazioni remote, cose che non abbiamo costruito noi (Emergenza) e documenti in senso stretto: «documenti forti», registrazioni di atti che istituiscono una realtà che prima non c’era, e «documenti deboli» come iscrizioni di fatti (Documentalità). Lo spirito consegue alla lettera, le intenzioni sono mosse dagli strumenti, e, nella società attuale, dalla rete.

     La documentalità è tutto ciò che fa sì che una società sia. Per essere deve tenere traccia, della quale il documento sarà la forma civilizzata, qualcosa che si rifà a una antecedenza e che insieme rinvia ad un dopo. Se la documentalità è condizione necessaria, ma non sufficiente, del mondo sociale (perché per essere condizione sufficiente esige delle intenzionalità individuali), è condizione sufficiente di intenzionalità individuale. È tuttavia condizione necessaria e sufficiente in quanto operativa nelle due fasi dell’emergenza, e cioè prima nell’emersione delle intenzioni individuali, quindi è necessaria nel farsi pluriindividuale dell’individuale.

     Quando, come nell’uso postmoderno, la verità è declassata a metafora o a una sequela di maschere, allora tutto è postvero. La metafora implica un significato traslato, trasformato; la maschera – qualora sotto di essa una verità non si riveli – innesca una stratificazione di maschere, senza che si venga a capo di nulla. Ma c’è una contromisura per contrastare la condizione postveritativa?

     Da un lato l’ermeneutica dei postmoderni ha prodotto una «ipoverità», una verità carente perché svincolata dall’ontologia e mediata da schemi concettuali: ma che ne è di ciò che non possiamo concepire? La realtà dipende davvero dai concetti? Dall’altro, la teoria analitica del vero dà luogo a una «iperverità» in virtù della connessione di ontologia ed epistemologia. L’iperverità salta dei passaggi, per cui verità e realtà si manifestano insieme. E qui si inserisce l’argomento della «mesoverità», che non traduce una via mediana tra le posizioni analitica ed ermeneutica, ma introduce il medium tecnologico e il suo spazio di interferenza: «la verità è il risultato tecnologico del rapporto tra ontologia ed epistemologia». Tradizionalmente terza esclusa, è proprio la tecnologia a sciogliere l’enigma, a «fare la verità». Veritas facere, Ferraris ci ricorda, verificare: testare se la proposizione inerente a uno status ontologico sia ingannevole oppure vera. La verità dei fatti deve avere un riscontro ontologico, e solo successivamente si potrà parlare di concetti.

     Il Nuovo Realismo non poteva non connotarsi come critica del detto nietzschiano «non ci sono fatti, ma solo interpretazioni» e delle sue conseguenze extrateoriche. In Postverità e altri enigmi è un fatto l’attività tecnologica volta a scoprire e giustificare attinenze, istituire dei nessi, a promuovere, nella prospettiva del fare la verità, il passaggio dall’ontologia all’epistemologia. Ferraris fa l’esempio della symploké platonica: un legame, un collegamento tra realtà e sapere, tra essere e verità – questo legame, oggi, è la rete. Quindi «ci sono fatti proprio perché ci sono interpretazioni», assunto che sembra sancire il rovesciamento di una lunga stagione filosofica, quella che negava l’esistenza dei fatti, e che a un certo punto ha smarrito la buona fede che definiva i suoi esordi, fino a virgolettare parole quali realtà, verità, oggettività, come si usa con parole improprie o superambigue, oppure oltre modo vincolanti.

     La tecnologia non dà schemi concettuali ma offre «schemi interpretativi» che operano prevalentemente a prescindere dai concetti. Già bastone dell’uomo, la tecnica riesce a specializzarsi in forme sempre più complesse: «la verità – Ferraris scrive – non è nulla di autoevidente, richiede un addestramento tecnico». In questo quadro l’ermeneutica assume un ruolo più confacente (in linea con il suo etimo, e più conforme al suo spirito d’origine) che quello attribuitole dai postmoderni, cioè limitarsi a decostruire o sospendere la questione della verità o innalzarsi ad epistemologia (il sapere è l’esito di interpretazioni) o ad ontologia (se i fatti erano soggetti ad interpretazioni). L’ermeneutica riguadagna la sua «funzione tecnologica». Rispetto al sistema binario ontologia/epistemologia Ferraris propone lo schema a tre termini: ontologia/tecnologia/epistemologia. Lo schema interpretativo, diversamente dallo schema concettuale, rimanda a una prassi veritativa, a gesti, più esplicativi delle idee.

     Se può esistere realtà senza verità, se la verità non può darsi senza ontologia, non può verificarsi il contrario, come nell’ottica «iperveritativa» del quadrare di ontologia ed epistemologia. Ma la verità non coincide con l’ontologia, che è «portatore di verità», ed è caratterizzata dalla «inemendabilità» (cardine del realismo, da Il mondo esterno in avanti), che ha punti di contatto con il falsificazionismo di Popper. La conoscenza come generalizzazione dell’esperienza va incontro a possibili smentite. Oppure, nel linguaggio di Ferraris, «esistere è resistere», scontrarsi con l’inemendabilità delle cose, per cui dire reale è per lo più un riconoscimento in negativo. L’ontologia come «portatore di verità» è la base negativa (inemendabilità) e positiva (ambito di interagenza tra esseri eterogenei, ambito che non esiste per fini conoscitivi, quanto per permettere questa interazione) che accredita o invalida ogni teoria. La tecnologia è «fattore di verità», l’epistemologia è «enunciatore di verità». Perché se la verità è qualcosa che si fa, deve essere fissata, cioè registrata, altrimenti non la sapremmo mai: né potrebbe essere consegnata al futuro.

     Di tanta complessità ho provato a fare un regesto, e vedo che è poca cosa. Ma un regesto non è altro che una sintesi, e una sintesi non è altro che una descrizione. Mi fermo qui, sapendo che di Postverità e altri enigmi ho solo sfiorato la profondità. A una recensione o a un regesto – due forme di sintesi – non si chiede altro che questo: sfiorare.

 

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